mercoledì 23 settembre 2020

Diritto & rovescio

Per me, i “diritti” sono una piaga: cioè, non reputo una piaga il giusto spazio ricercato da ciascuno, ma l’idea stessa che quello spazio abbia una natura egocentrica e non relazionale.

Le grandi religioni monoteiste hanno insegnato che l’uomo ha certi diritti perché il dio lo vuole: se fosse davvero così, tali diritti sarebbero auto-evidenti e mi pare vero il contrario.

I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni monoteiste, sono per me il più clamoroso esempio di nichilismo: nessuno vale niente, se non per il fatto di stare simpatico al dio.

I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni monoteiste, per me non sono nemmeno veri e propri diritti: sono il padrone che concede al cane cinque minuti fuori per pisciare.

La persona istruita dei presunti “diritti naturali”, troppo facilmente dimentica che senza un altro che acconsenta a riconoscerglieli, quei “diritti” sono solo carta straccia.

Il detentore dei “diritti naturali” fraintende il ruolo della società e anche il proprio: tutto gira intorno a lui perché “il dio lo vuole” e chi non la pensa come il dio, va accoppato.

Il detentore di “diritti naturali” é come il bimbo più bello della sua mamma, a cui tutto sia dovuto per il semplice fatto di esistere: non deve niente a nessuno e gli è dovuto tutto.

Comincerò col dire che, a quanto capisco, una cosa connaturata non avrebbe bisogno di prove, mentre a giustificare la credenza nei “diritti naturali” ci sono intere biblioteche.

Se io dico che l’uomo sano ha due braccia, non vedo come mi si possa replicare: l’uomo sano ha due braccia in Cina e in Alaska, ne aveva due nel paleolitico e ne ha due pure oggi.

I diritti cambiano con la percezione sociale delle cose, per cui mi pare non siano dati di fatto, ma conquiste relazionali: i diritti non sono una mia qualità, ma una concessione sociale.

I cosiddetti “diritti naturali”, secondo me non esistono: proprio perché i diritti sono frutto della relazione, presumere che siano connaturati non fa che metterli in mano a chi comanda.

Se io dico che i diritti sono “naturali” e cioè un dato oggettivo, anche se non li vedo, allora a determinare quali siano sarà sempre e solo chi comanda, come appunto nel caso dei preti.



Per me, la questione è molto semplice. Perché preferiamo vivere in gruppo, anziché da soli? Se vivo da solo, io devo fare da me tutto ciò che mi serve: dalla casa, alle saponette, ai vestiti.

Se devo fare tutto da solo …e quando finisco mai? La mia vita finisce appiattita sulle esigenze materiali e la mia identità non fiorisce, il mio desiderio è schiacciato ed io “muoio dentro”.

Se abitiamo in gruppo, io faccio le saponette per tutti; tu fai i tavolini, quell’altro fa da mangiare e quell’altro fa i vestiti: con la ripartizione dei compiti, “nasce” il tempo libero.

Vivere insieme ha dei “pro” e dei “contro”: ci sono le facilitazioni pratiche da un lato e le difficoltà ad andare d’accordo, dall’altro; quindi, tocca darsi delle regole di convivenza.

Se le regole di convivenza chiedono al singolo di sacrificarsi troppo per il gruppo, vivere insieme non ha più senso perché il singolo sceglie il gruppo per facilitarsi e non per crepare.

Se le regole di convivenza danno troppa importanza al singolo, vivere insieme non ha più senso perché ognuno penserà solo per sé e non collaborerà a facilitare altri che facilitino lui.

Le regole di convivenza producono un gruppo che funziona quando da un lato spingono il singolo a collaborare con gli altri e dall’altro, gli fanno godere i vantaggi della collaborazione.

Un gruppo che funziona è quello in cui diritti e doveri si controbilanciano ed eccoci perciò alla questione centrale, quella dei diritti: se sono una concessione sociale, in cosa consistono?

Abbiamo visto che un singolo non si sbatterebbe mai per il gruppo, se non trovasse vantaggioso tenere in piedi quel gruppo: come potrebbe trovare vantaggioso un gruppo che lo attacca?



I miei diritti non sono altro che i paletti che GLI ALTRI si sono dati per evitare che io me ne vada dal gruppo: il mio lavoro serve al gruppo, quindi le mie istanze vanno accolte dal gruppo.

Cosa c’è di empatico o di soprannaturale, in un diritto? Direi niente: un diritto è quella cosa che se gli altri non mi concedono, quel che io faccio per loro devono poi farselo da soli.

Come potrei investire le mie forze nel gruppo, se sapessi che il gruppo mi lascerebbe morire qualora io avessi un problema? Ragazzi, se volete il mio aiuto, io voglio delle garanzie!

Perché mai dovrei  aiutarti a gestir il tuo lavoro mentre sei genitore, sapendo che tu mi lasceresti morire se perdessi la capacità di lavorare per malattia o per vecchiaia? Ma fottiti!

Perché mai io dovrei ancora sopportare tuo figlio che mi scorrazza fra i piedi al ristorante, quando tu non sopporti me che bacio in pubblico una persona del mio stesso genere?

Per me non c’è alcun bisogno di scomodare un dio o l’amore universale o una presunta "dignità", per parlare di diritti: basta il buon senso ed un punto di partenza concreto e laico.




Qualcuno potrebbe obiettare che una persona abbastanza forte potrebbe costringere tutti quanti a servirla, anziché a collaborare pariteticamente: avrebbe certamente ragione.

Solo un clima collaborativo paritetico e cioè una Democrazia Sociale e Liberale, può generare laicamente dei “diritti” e cioè dei reciproci e condivisi riconoscimenti di “spazio vitale”.

A una dittatura non serve alcuna collaborazione, ma solo la forza necessaria a costringere: sarà bene per lui, che il dittatore si assicuri sempre di avere "il coltello dalla parte del manico".

lunedì 21 ottobre 2019

ABOMINABLE, cine-riassunto esoterico

“Il piccolo yeti”, che faremmo meglio a chiamare “il paradigma della carpa koi”, è una co-produzione internazionale USA-CINA del 2019 con la quale l’industria occidentale tenta nuovamente di “far breccia” nello sterminato mercato asiatico dell’intrattenimento. Sul piano tecnico il lungometraggio, diretto dalla coppia J. Culton e T. Wilderman, non è neppure lontanamente in grado di competere con le produzioni Pixar-Disney cui siamo oramai abituati e ciò nonostante, sarebbe a mio avviso un errore sottovalutarlo. Scopriamo un film incantevole e intenso che smuove una quantità tale di “leve interiori”, grazie ad una serie interminabile d’immagini archetipiche tratte dalle due culture, da risultare assolutamente adatto ad un pubblico di profonda cultura.

Scrive Marianna Cappi su MyMovies, intuendo qualcosina di ciò che andrò ad esporre: « il film di Jill Culton sembra possedere qualche qualità nascosta, per come il risultato supera magicamente l'insieme delle parti ».

“Abominable” è un racconto di formazione, anzi, è un racconto iniziatico che coinvolge lo spettatore in prima persona, chiamato inevitabilmente ad “incarnarsi” in uno dei “quattro elementi” che affronteranno –ciascuno a suo modo, il proprio percorso di “risveglio” durante questo straordinario "viaggio deGLI eroi". Sin da sùbito, incontriamo i quattro tipi di persone che il Destino può chiamare ad una nuova realtà. La protagonista è Yi o per meglio dire “Anima”, che vive il suo quotidiano nella frenetica ricerca degli strumenti per partire, alla volta di un percorso che SA GIA’ essere sacro, perché legato ai progetti del Padre -progetti sconosciuti al mondo, ma vividi in lei.

Essendosi spezzata la “coppia sacra” con la sparizione del Padre e come Eracle infante allontanato da Zeus, la “bambina d’oro” non sa più cogliere neppure il Femminino Sacro, con il suo sistema di valori: tutta ripiegata all’interno, attende unicamente alla sua sete lavorando duramente nonostante tutti, attorno a lei, paiano considerarla un’aliena. Solo la Sacra Armonia che viene dal Padre brilla ancora nel cuore della Figlia, tale da diventare il leit motiv del suo intero percorso. E’ l’armonia sacra del suo Destino, ciò che Yi imparerà a gestire: è l’armonia sacra del Padre, ciò che richiamerà a lei lo Spirito Guida della Montagna Splendente.



Si potrebbe temere che gli strabilianti poteri dello yeti siano una facile soluzione per “tappare” altrimenti vistosi “buchi di scrittura”: sarebbe così se lo yeti fosse appunto ciò che il nome dice e non il Sacro Nume Tutelare della storia. Lo spirito della Montagna è in ogni modo braccato da forze incredibilmente ben architettate, in prospettiva esoterica: esse vogliono mostrare il Sacro al mondo a costo di neutralizzarlo, mentre Yi ed i suoi amici, gli Eletti del Sacro, vorranno nasconderlo al mondo e ricollocarlo là dov’esso regna, per onorarlo. Al più basso “gradino” della ricerca c’è lo "sponsor" della “caccia allo yeti”, presentato come un antico spettatore del Sacro.

Compagno inconsapevole di Yi sulla “Via di Luce” da lei inaugurata, il vecchio scalatore caccia lo yeti per fuggire a quella stessa derisione del mondo –incredulo ai suoi racconti di gioventù, che la bambina ha invece volutamente abbracciato pure di partire: lei è la PNEUMATICA guidata dal Destino, lui è lo PSICHICO manovrato dalle proprie paure. Un terzo personaggio, socio del vecchio nell'inseguimento del "mostro", è la dottoressa incarnante l’ILICO, il lato cieco della femminilità, colei che è materia e che nessun viaggio sarebbe in grado di elevare oltre essa: l’ilica è falsa e perciò cieca, vive col sacro un rapporto puramente strumentale in cui il MISTERO è solo l’abominio del titolo.

I due restanti compagni d’avventura non hanno còlto da soli il richiamo della partenza: erano in diversa maniera impreparati e inadeguati all’irruzione del Nuovo nelle loro vite; nessuno Spirito Guida giunge per loro, ma si lasciano ad ogni modo guidare da esso per il tramite di "Colei che Vede Prima", Yi la Prometea, la sacerdotessa che dallo Pneuma intercede per tutti coloro che, pure nella condizione psichica del dominio emotivo, si dimostreranno “uomini di buona volontà”. E’ innanzi ad un Budda, che l’illuminazione coglierà i tre, ciascuno al suo livello; anche se solo Yi ascenderà, facendosi generatrice di Vita, gli occhi di tutti si apriranno: ora su di sé, ora sull'amicizia.

Come in ogni epopea mistica che si rispetti, non manca l’archetipica immagine della morte iniziatica, espressa con sobrietà e nel contempo doverosa violenza. L’Illuminazione, appena conseguita, davanti al "nulla che avanza" non potrà fermarsi a crogiolare nel buonismo disneyano delle situazioni che si salvano da sole: Anima, divenuta Dea della Guerra seguendo l’esempio dello Spirito Guida, suo “pontefice” e “psicopompo”, scoprirà che l’Armonia del Suo Cuore, divenuta oramai cosmica, può e deve generare, può e deve distruggere, può lasciar andare e può trattenere, affinché l’equilibrio del Sacro sia preservato. Solo accettando assieme alla partenza, pure il ritorno, l’Unità sarà ripristinata e “la strada di casa -di cui il titolo, ritrovata".

mercoledì 29 maggio 2019

Paideia – 04, Un umanesimo “pagàno”?

Un percorso spirituale è, in estrema sintesi, un protocollo teorico-pratico teso ad auto-attribuirsi un senso, tramite lo sviluppo di una ricomprensione del mondo e della propria presenza in esso. Spesso, nel contesto esoterico contemporaneo si tende a supporre che le visioni spirituali si dividano in tre grossi gruppi alternativi: 1) quello attribuito alle cosiddette “religioni neo-pagane”, per cui l’Uomo dovrebbe perseguire l’equilibrio di se stesso con l’ambiente; 2) quello attribuito alle cosiddette “correnti gnostiche” (religiose e/od iniziatiche), per cui l’Uomo dovrebbe affrancarsi dalla materia; 3) quello attribuito alle cosiddette “correnti orientali” (religiose e/od iniziatiche), per cui l’Uomo dovrebbe affrancarsi niente meno che da se stesso. C’è in realtà, nella millenaria tradizione mediterranea, una “quarta via” che racconterò (spero) semplicemente, usando quel linguaggio alchemico che costituì la sua ultima formulazione, prima di quella junghiana del secolo XX.


Partiamo col dire che il percorso può essere descritto attraverso tre opere e cioè tre “gradini” ideali dello stesso, oltre a due strumenti per attuare l’avanzamento da un gradino all’altro. I due strumenti della pratica sono il diavolo ed il simbolo; le tre opere, in termini alchemici, sono definite Nigredo, Albedo e Rubedo; le due attività connesse ai due strumenti di lavoro sono definite Solve e Coagula. Siccome l’alchimia usa il linguaggio siderurgico-chimico, l’opera preliminare del percorso è anche detta “ricerca della materia prima”, dove la materia prima, in un contesto spirituale, è ovviamente l'apprendista stesso. Nell’Opera al nero si scende anzitutto al centro della terra e si distrugge il minerale per ottenere il metallo che andrà lavorato: si tratta del famoso “conosci te stesso” del Tempio di Delfi.


Quando il diavolo ci piomba addosso con le sue tentazioni, mette in luce il nostro desiderio ponendoci davanti ad una scelta: assecondarlo, lasciando ch'esso distrugga la nostra bella immagine preconcetta di noi stessi, oppure aggrapparci a quest’ultima e diventare nevrotici, “perdere la nostra anima”, direbbe il Vangelo. La dissolvenza delle nostre infantili illusioni, prodotta dai crudi desideri scaturiti dal lavoro del diavolo, fa emergere in noi la materia prima, separando da noi stessi -rendendoli riconoscibili- tutti quei condizionamenti, preconcetti, bisogni indotti e timori cronicizzati che non corrispondono alla nostra più arcana indole. Il diavolo, autentico portatore di luce, spezza la nostra irreprensibilità e ci restituisce uno sguardo disincantato su noi stessi, sbattendoci in faccia la nostra anima. Davanti al diavolo, qualcosa muore sempre: a morire sono le nostre illusioni, oppure la nostra autenticità.


Ciò che il diavolo porta alla luce è molto spesso imbarazzante, sul piano sociale: allontanando da noi le "scorie di pietra" in cui il "nostro metallo" era imprigionato sul fondo della miniera, prendiamo coscienza della “pasta di cui siamo fatti”, parte della quale era nascosta perché inconfessabile, impresentabile, inaccettabile per noi che siamo costantemente posti in paragone col contesto morale cui apparteniamo. Nell’Opera al bianco sorge l’alba per un adepto riconciliato con se stesso e che ha scelto se stesso come punto di riferimento per il significato della propria vita. Tutti i frammenti autentici riemersi grazie all’irrompere del desiderio, “belli” e “brutti”, noti e sorprendenti, vengono ora a coagularsi in matrimonio mistico fra loro, dove luce ed ombra non si confondono, ma generano una nuova vita, un simbolo di Sé.


Una volta dissolte le illusioni dell'Io ed una volta sintetizzata una nuova e più ampia considerazione di Sé, l’Opera al rosso richiede nuovamente l’intervento del diavolo e quella del simbolo, questa volta nello stesso momento e per produrre congiuntamente una nuova condizione esistenziale: il tramonto della centralità di sé per la comunione con tutto il resto, con l’Unus Mundus. Memore della propria nigredo, il ricercatore scopre che la sua prima immagine egoica stava al suo vero Sé come ora il suo vero Sé sta alla realtà. Nella reciprocità fra interno ed esterno, fra microcosmo e macrocosmo, il diavolo offre una nuova luce: quella dell’uscita dall’auto-referenzialità. Morto nel nero l’io e rinato nel bianco il sé, ecco che nel rosso, contemporaneamente, l'iniziato a se stesso muore alla propria illusione d’autosufficienza e rinasce nell’abbraccio del Cosmos, che ora è tutti e ciascuno. 

lunedì 20 maggio 2019

GOT - "Sic transit gloria mundi"

Si è conclusa oggi l’ultima stagione della saga televisiva di “Game of Thrones” (GOT), che per la prima volta ho voluto seguire anche attraverso i pareri “passo-passo” degli innumerevoli commentatori telematici. Ritenendo che sulla serie in sé siano già state spese più parole del necessario, mi appresto qui di seguito a fare una cosa diversa e cioè la “recensione dei recensori”. Dice un vecchio adagio che “la malizia è nell’occhio di chi guarda” ed in effetti anche secondo me, le cose che guardiamo sono sempre lo specchio –se non addirittura la conseguenza- di ciò che siamo: mai come nel confrontarmi con i commenti a GOT, in ogni caso, mi è capitato di veder emergere con tanta chiarezza un campionario così vario ed altresì unitario di categorie umane, che ora proverò a descrivere conscio del fatto che anche la mia indole sarà sotto il giudizio altrui, una volta che avrò espresso il mio giudizio sui vari tipi di recensori della “rete”. Alla fine della disamina, proporrò una ricapitolazione ed un mio veloce commento alla serie.


1) PURISTI – sono quelli che hanno letto i libri da cui la serie è liberamente tratta e che non ammettono la possibilità che gli autori televisivi possano fare ciò che credono del soggetto originale. Secondo i puristi, un prodotto audiovisivo tratto da un libro ha senso soltanto se serve ad espandere sensorialmente le stesse identiche emozioni che loro hanno provato leggendo ed ha quindi il dovere morale di non “tradirli” con innovazioni o sofisticazioni di personaggi e trama.

2) NOSTALGICI – sono quelli che hanno idealizzato l’epoca “d’oro” in cui si affezionarono alla serie e che non ammettono la possibilità che gli autori televisivi possano far evolvere il loro prodotto nel modo in cui credono. Secondo i nostalgici, un prodotto audiovisivo ha senso soltanto se serve a garantire nel tempo le stesse identiche emozioni che loro hanno provato quando si avvicinarono alla serie ed ha quindi il dovere morale di non “tradirli” con evoluzioni inaspettate del carattere dei personaggi e delle modalità narrative.

3) TIFOSI – sono puristi o nostalgici che hanno maturato una particolare proiezione su di un personaggio e che non ammettono la possibilità che gli autori televisivi possano farlo evolvere od involvere nel modo in cui credono. Secondo i tifosi, un prodotto audiovisivo ha diritto di evolvere nella misura in cui non vada ad alterare la continuità emozionale ch’essi ricevono dal loro personaggio amato ed ha quindi il dovere morale di non “tradirli” discostando il percorso di quest’ultimo dalle loro aspettative.

4) TECNICI – sono quelli che focalizzano la loro attenzione sulla qualità tecnica del prodotto audiovisivo, che mantiene un senso ai loro occhi nella misura in cui non si discosti dai loro standard qualitativi.

5) RIGORISTI – sono nostalgici che focalizzano la loro attenzione sulla qualità tecnica del prodotto audiovisivo, il quale mantiene un senso ai loro occhi nella misura in cui non si discosti dai loro standard qualitativi. Diversamente dai tecnici, che semplicemente seguono un audiovisivo fintanto che lo reputano degno, per abbandonarlo qualora si discosti dai loro standard qualitativi, i rigoristi, in quanto nostalgici, hanno caricato emotivamente il loro apprezzamento per la serie, che ha quindi il dovere morale di non “tradirli” allontanandosi dagli standard qualitativi che, nella sua “epoca d’oro”, li aveva fatti affezionare.

6) PIGNOLI – sono puristi, nostalgici o tifosi che diventano rigoristi nel momento in cui si sentono “traditi” dalla serie sulla quale avevano attuato in precedenza un forte investimento emotivo.

7) SNOB – sono pignoli che concentrano la loro attenzione sull’attacco a chi continua ad apprezzare una serie dalla quale loro stessi si sentono in qualche modo “traditi”. Secondo gli snob, nessuno ha il diritto di apprezzare ancora un prodotto audiovisivo dal quale essi stessi si siano sentiti “traditi”.

8) SUGGESTIONATI – sono quelli che apprezzano il prodotto semplicemente per le emozioni tratte dalla potenza della sua “messa in scena”; vivono la fruizione di una serie come puro intrattenimento, per cui essa ha senso fintanto che offra loro una potente stimolazione sensoriale, capace di coinvolgerli esteticamente ed emotivamente: costoro detestano le parti discorsive di basso impatto emotivo, sono le vittime predilette degli snob e per certi versi, il contrario dei tecnici.

9) PLAGIATI – sono quelli che hanno idealizzato il prodotto audiovisivo al punto di apprezzarlo “senza se e senza ma”, per il solo fatto di avere fortemente investito emotivamente su di esso. Secondo i plagiati, nessuno ha il diritto di criticare la serie che loro adorano.

10) OTTIMISTI – sono quelli che si dimostrano capaci di apprezzare il prodotto, pure accorgendosi delle sue eventuali criticità sul piano della scrittura, della recitazione e della resa scenica. Per gli ottimisti, un prodotto ha senso fintanto che si dimostri suggestionante sul piano tecnico e/o capace di restituire in modo simbolico dei contenuti, nonostante alcune eventuali carenze sul piano della coerenza narrativa, recitativa e tecnica. Generalmente, gli ottimisti sono le vittime preferite di tutti gli altri.


Al termine di questo elenco, mi piacerebbe fare notare come il contesto emotivo “la faccia da padrona” in tutte quante le categorie: la prima cosa che salta ai miei occhi è che l’esperienza emotiva dei recensori sia stata il vero “ago della bilancia” delle valutazioni. L’inevitabile vita emozionale che accompagna chiunque in qualunque esperienza ed anche in quella di una fruizione audiovisiva, mi pare che, nella gran parte dei recensori di GOT, sia stata espressa nei termini strettamente dualistici di “giusto” e “sbagliato”. La cosa che ho riscontrato maggiormente è stata la risicatissima capacità di far emergere –nelle valutazioni- un serio interrogativo circa il valore delle proprie aspettative: in altre parole a me pare che, quali che siano stati i criteri adottati per valutare GOT, raramente i recensori abbiano mostrato la lucidità di chiedersi onestamente quale oggettività potessero mai avere, in effetti, quegli stessi loro criteri. Il “mondo emotivo” dei recensori, che io reputo in effetti essere l’unico legittimo criterio soggettivo di gradimento, l'ho visto molto spesso assolutizzarsi fino a pretendersi come un parametro oggettivo di valido ed invalido. Molti insomma, a mio avviso, l’hanno "pensata" come Daenerys nella sua ultima "battuta" nella puntata finale.


Che ne penso infine io di questa serie, alla luce della sua conclusione? Anzitutto, già l’enorme mole di polemiche che ha suscitato basta, secondo me, a capire quanta capacità GOT abbia mostrato di saper coinvolgere emotivamente i suoi fruitori e me compreso, pure manifestando decisivi cambiamenti di target e d’impostazione nel suo dispiegarsi: se nelle prime stagioni si contraddistingueva infatti per l’onnipresente “zona grigia” in cui versavano tutti quanti i personaggi, diversamente immersi in un “brodo primordiale” di sesso e sangue, all’inizio della sua seconda metà, la serie pareva essersi indirizzata verso una narrazione più convenzionale, fatta di buoni da un lato e cattivi dall’altro, meno sangue e niente sesso, decisamente più fruibile dal pubblico generalista che si era progressivamente conquistata. Per assurdo, chi dopo la quarta stagione si era lamentato del dualismo buoni/cattivi in cui erano stati ficcati i personaggi, si è poi lamentato del “ritorno al grigio” dei personaggi stessi, in quest’ultima stagione. Le criticità che ho sentito denunciare circa le “uscite di carattere” dei personaggi, secondo me risentono spesso dei preconcetti morali dei recensori, che molto facilmente ho ritenuto scadere in una clamorosa confusione fra i propri gusti, l’effettiva entità della contraddittorietà umana ed i presunti doveri degli sceneggiatori nei riguardi loro e dei personaggi. Un prodotto è ciò che i suoi autori stabiliscono che debba essere ed un autore non è mai responsabile del crollo delle aspettative da parte dei fruitori della sua opera, a meno che non stia lavorando su commissione. Una serie può piacere come non piacere, ma non può essere accusata di avere tradito qualcuno, non avendo da mantenere alcuna promessa verso chicchessia. A me la serie è piaciuta ed è piaciuta molto anche l’ultima stagione, la cui peggiore puntata reputo sia effettivamente proprio l’ultima. Sicuramente GOT ha subìto una importante altalenanza sia sul piano registico, che della scrittura: non dalle ultime stagioni del resto e non a caso molti –specialmente puristi che oggi si atteggiano a nostalgici, in realtà non si risparmiarono critiche sin dagli esordi.

domenica 23 dicembre 2018

Paideia - 03, In che modo “pagàno”?

Si è detto che la spiritualità “pagana” si distingue da quella neo-abramitica (post 70 e.v.) per la diversa considerazione del rapporto fra esperienze ed idee. Mentre ogni cultura “pagana” lascia che ogni nuova esperienza trasformi il suo pantheon, le culture neo-abramitiche operano esattamente al contrario e cioè riducendo l’esperienza entro i ristretti preconcetti imposti dalle presunte rivelazioni divine: una pre-comprensione che, come desumibile dai loro “assunti”, sia gli attuali “pagani” di tipo “ricostruzionista” (approccio filologico), che i sedicenti “neo-pagani” (approccio eclettico), dimostrano di non cogliere. Se da un lato i “ricostruzionisti” perseguono una visione “cristallizzata” delle proprie pratiche, dimenticando che ogni pantheon si è costantemente evoluto e che pretendere di ricostruirne uno in forma “fissa” è un atto sostanzialmente dogmatico, altrettanto dogmatici risultano i “neo-pagani”, nella misura in cui ritengono che la “parentesi cristiana” abbia costituito in Europa uno “spartiacque” storico, anziché un’esperienza tra le altre, oltre la quale procedere.


Ora mi pare necessario proseguire indicando quali ulteriori caratteristiche, oggi come ieri, contraddistinguano la “paganità”. I “pagani” di ogni latitudine ed epoca partono dall’esperienza per identificare iconograficamente alcune qualità ed alcuni contesti tipici del vivere umano: la gelosia, il desiderio, l’ordine sociale, il mare, il conflitto, la ricerca di senso, la mediazione fra necessità diverse, la fame, la ricchezza, la nascita, la morte, ecc., diventano nel mondo “pagano” archetipi con i quali tutti e ciascuno hanno a che fare. L’uomo pagano fa esperienza di due circostanze: 1) le qualità ed i contesti del vivere umano precedono il singolo individuo, lo condizionano inesorabilmente, sopravvivono alla sua estinzione fisica e sono quindi “Déi immortali”; 2) gli Déi, ovvero le energie “qualitative” ed “ambientali” con cui tutti e ciascuno hanno a che fare, evolvono; mutano forma; si accorpano (da due divinità ad una sola con duplice caratteristica); si separano (una divinità pluri-archetipica si scinde in due divinità che si spartiscono le qualità originarie della loro progenitrice), in un “gioco” esperienziale nel quale le energie vengono diversamente rappresentate, al seguito del mutare della forma con cui gli uomini ne facciano esperienza nel loro specifico contesto socio-politico-ambientale.


Ogni pantheon “fa la spia” dello specifico stile di vita del popolo e/o del singolo che lo adotta: ad esempio il mare, il desiderio di ricchezza e le carestie sono esperienze condivisibili da tutti i popoli mediterranei, ma un popolo di predoni navali ringrazierà la “divinità dei mari e della conquista”, mentre un popolo costiero predato temerà una “divinità dei mari e della carestia”. A seconda del proprio stile di vita, un popolo si raffigura in modo diverso le medesime energie ed i medesimi eterni e condivisi archetipi; a seconda delle sue specifiche immagini archetipiche (ovvero le declinazioni particolari degli archetipi universali), un popolo si relaziona in modo specifico alle proprie divinità: ora con timore, ora contrattualmente, ora con presunzione. Se in un’epoca di bisogno quale ad esempio il medioevo, il popolo europeo implorava in ginocchio il dio-padrone insegnato nel Cristianesimo, in un’epoca di “euforia scientifica” come quella positivista, l’atteggiamento supponente ed ateo “l’ha fatta da padrona” in gran parte del continente europeo. Timore per la miseria, regime monarchico e sudditanza psico-emotiva al dio cristiano sono andati necessariamente di pari passo nell’Ancien Regìme in Europa, così come oggi, sempre in Europa, appare evidente l’inevitabile avanzamento parallelo fra ottimismo tecnologico, regime democratico e soggettivazione dell’esperienza spirituale-religiosa.


Trovo che le precedenti considerazioni possano risultare illuminanti per trarre nuove indicazioni circa la consistenza di una contemporanea pratica “pagana”: questa, partendo dall’esperienza, oggi come ieri non può che procedere dalla comprensione di ciò che si è nel contesto in cui ci si trovi. Se in epoche in cui “fare gruppo” era indispensabile per sopravvivere, l’edificazione di un pantheon risultava inevitabilmente “sbilanciata” sul piano dello stile di vita collettivo, nell’Occidente tecnologizzato attuale mi pare anzitutto ragionevole che si aderisca ad un pantheon in cui si avvertono meglio riflesse le personali esperienze delle energie del reale: solo in un secondo momento, persone che abbiano adottato stili di vita e di valori sufficientemente simili potranno associarsi per condividere in tutto od in parte il loro culto, ovvero la loro personale relazione con le “forze della realtà”: forze della realtà che del resto s'impongono ed appaiono eterne all’uomo "d'oggi", così come all’uomo "di ieri". In base alla sua esperienza, l’uomo di oggi può assumere una specifica modalità relazionale con la realtà, piuttosto che un’altra: in questa scelta consiste la sua libertà, mentre nell’esistere delle forze consiste la sua appartenenza oggettiva al reale. La spiritualità pagana dell’uomo contemporaneo, così com’è stata a livello comunitario per i pagani dell’epoca pre-cristiana, consiste sostanzialmente, a mio avviso, nella “scelta evolutiva” circa la modalità relazionale “ingaggiata” con quella realtà esterna che s’impone come “oggettiva”.

martedì 11 dicembre 2018

Paideia - 02, Quale “paganesimo”?

La spiritualità “pagana”, la cui evoluzione nell’epoca ellenista pure divenne un presupposto fondamentale della veniente cultura neo-abramitica (Cristianesimo, Giudaismo, Islam), si distingueva da quest’ultima per la diversa considerazione del rapporto fra esperienze ed idee: mentre ogni cultura “pagana” lasciava che ogni nuova esperienza trasformasse il suo pantheon, le culture neo-abramitiche operano esattamente al contrario e cioè riducendo l’esperienza entro i ristretti preconcetti imposti dalle presunte rivelazioni divine. Studiando le divinità politeiste, facilmente ci s’imbatte in mitologie contrastanti, riguardanti la medesima divinità; facilmente ci s’imbatte nell’accorpamento di una divinità straniera all’interno di un pantheon; facilmente ci s’imbatte nell’accorpamento di più divinità –e relativi attributi, in un’unica divinità o viceversa; facilmente ci s’imbatte nell’evoluzione di una divinità a seguito di contaminazioni, sconvolgimenti politico-economici o variazioni dello stile di vita del popolo che ad essa rendeva culto.


Non esiste un solo pantheon antico le cui ultime e più “recenti” tracce siano concordi con le prime e più antiche. Secoli e secoli di tradizione di un popolo, ovunque portarono questo ad evolvere, in base al proprio stile di vita e per l’appunto, alle proprie esperienze, non solo la propria concezione delle divinità, ma spesso, il modo stesso di concepire il rapporto fra sé ed il mondo: alla luce di queste assunzioni, proverò ora a dire “la mia” circa l’attuale diatriba fra le definizioni “pagano” e “neo-pagano”, riferite alle pratiche spirituali occidentali odierne e d’origine non abramitica. Generalmente, oggi si auto-definiscono “pagani” i cosiddetti “ricostruzionisti”, ovvero quei gruppi i quali, attingendo quanto più possibile da fonti storico-archeologiche, intendono ripristinare i culti antichi in modo filologicamente esatto; generalmente, si auto-definiscono “neo-pagani” coloro i quali, preso atto dell’impossibilità di riprodurre con esattezza ed oggi i culti antichi, sia a causa delle lacune d’informazioni, che dell’inevitabile trasformazione subìta dal contesto spazio-temporale (anche e soprattutto a causa della “parentesi” cristiana, perlomeno in Europa), si adoperano in diversa maniera a riprendere alcuni elementi tradizionali, ricombinandoli però in modo sincretico ed eclettico, al fine di coniugare il “ritorno a casa” nella tradizione e la vita contemporanea.


A mio avviso, alla luce di quanto detto circa i rapporti fra esperienze ed idee nella mentalità pagana, entrambi gli “schieramenti” commettono errori facilmente riscontrabili. I “ricostruzionisti”, a mio avviso, troppo spesso idealizzano la "forma", a dispetto della "sostanza empirica" (ovvero la priorità "pagana" all'esperienza) di cui già si è detto: anche volendo riprodurre pedissequamente un culto antico di cui si avesse precisa descrizione, dovrebbero anzitutto domandarsi “quale epoca?” ricostruire. Il pericolo principale, secondo me, è quello di confondere la spiritualità di un culto, con l'aspetto principalmente folkloristico della "rievocazione storica" di una specifica e circoscritta Era dello stesso: infatti e ad onor del vero, anche ipotizzando di possedere tutte le nozioni necessarie, un conto sarebbe “fare rivivere” il pantheon greco dell’epoca omerica; altra cosa sarebbe riproporre il culto greco dell’epoca di Solone; altra faccenda ancora sarebbe il tornar a celebrare la ritualità pubblica greca dell’epoca ellenistica. I “ricostruzionisti” insomma, a mio avviso, non solo peccano d’ingenuità se ritengono che un culto “pagano” fosse qualcosa di statico; peccano anche di dogmatismo, nella misura in cui concepiscono un pantheon con la stessa idea d’immutabilità ch’è tipica invece dei culti neo-abramitici sedicenti rivelati.


Meglio dei “ricostruzionisti”, gli eclettici comprendono il carattere illusorio della pretesa di riportare in vita, oggi, culti legati a spazi e tempi molto distanti dal vivere contemporaneo: ciò non di meno, definendosi “neo-pagani”, a mio avviso anche loro cadono nello stesso fraintendimento dei primi e ponendo una distinzione fra il loro “neo-paganesimo” e quello pre-cristiano, anch’essi dimostrano di non avere affatto capito il carattere esperienziale e dinamico degli antichi culti. Se gli eclettici si definiscono “neo..”, evidentemente è perché anch’essi, come i “ricostruzionisti”, coltivano un’idea sostanzialmente “cristiana” (intrinsecamente dogmatica, in quanto “cristallizzata” in un preconcetto) del “paganesimo” antico, che per loro è morto e basta, essendo inteso come forma fissa estinta dalla “frattura cristiana”. Su questo “fronte”, per concludere questo intervento direi che il “paganesimo”, in quanto culto dinamico, possa essere praticato oggi senza alcun bisogno di considerarsi “nuovo”: quello che veramente lo snaturerebbe, a mio avviso irrecuperabilmente, non è l’interruzione storica subìta, ma un’eventuale mentalità subdolamente - e fatalmente - ancora troppo neo-abramitica (e cioè dogmatica, inconsciamente sprezzante del divenire delle esperienze), dei sedicenti “pagani/neo-pagani” contemporanei.

lunedì 10 dicembre 2018

Paideia - 01, Che cos’è “pagàno”?

Il dibattito odierno sul “rinascimento politeista” europeo, avviatosi in epoca romantica (sec. XIX) e rilanciato nella prima metà del ‘900 da personaggi quali Murray, Leland, Crowley, Gardner, Gimbutas e Castaneda, pare “arrancare” sul modo difforme di concepire la continuità e la discontinuità delle pratiche cosiddette “pagane”, rispetto alla lunga “parentesi storica” costituita da quasi 2000 anni di Cristianesimo. Per affrontare coerentemente questo tema, in modo da fornire un contributo leale alla discussione, ritengo sia doveroso riflettere, innanzitutto, su cosa contraddistingua principalmente il “paganesimo” dalle religioni cosiddette “abramitiche” (circa le quali sarebbe, in realtà, da distinguere nettamente fra Ebraismo mosaico antico e Giudaismo rabbinico post-cristiano, ma non è questa la sede).


Religioni monoteiste come quelle giudaica, cristiana ed islamica, partono dal presupposto di un presunto incontro fra determinate persone e una determinata divinità: una divinità che si sarebbe in tutti i casi presentata come origine della realtà, come sostanzialmente esterna alla realtà da essa creata e di conseguenza, come sostanzialmente inconoscibile attraverso il rapporto dell’uomo con la realtà quotidiana. Secondo le tre religioni abramitiche summenzionate, l’unico modo per conoscere l’unica divinità sarebbe quello di attendere la rivelazione della stessa, secondo uno schema agostiniano universalmente noto come “terza navigazione” e ripreso di sana pianta dalle preconizzazioni di Platone nel Fedone, del sec. IV a.e.v. (“ante era volgare”):

«Infatti, trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri come stiano le cose, oppure scoprirlo da se stessi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita: a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, cioè affidandosi a una rivelazione divina (ἢ λόγου θέιου τινός)» [PLATONE (a cura di Giovanni Reale), Fedone, Rusconi, Milano 1997, 85c-d, pag. 185].

Il passo di Platone appena riportato, mostra esattamente la differenza sostanziale che passa fra le spiritualità di tipo “pagano” e le spiritualità di tipo “rivelato”: la relazione fra idea ed esperienza. A dispetto di tutte le differenze formali che passavano fra i vari pantheon dei vari popoli, tutti i “pagani” erano concordi nell’ammettere che fosse l’esperienza a generare le idee sulla consistenza della realtà e non viceversa: mano a mano che l’esperienza informava i popoli, i popoli rivedevano, mutavano, rielaboravano e ricontestualizzavano le proprie opinioni sul reale; per contro una religione rivelata, “pendendo dalle labbra” della divinità che racconta di sé, si trova nella situazione diametralmente opposta.


Il seguace di una religione rivelata non può in alcun modo accettare che la realtà dica, riguardo alla divinità, qualcosa di diverso da ciò che –si presume, la divinità stessa abbia detto di sé: se per i “pagani” è la “forma” stessa degli dèi, ad evolvere mano a mano ch’essi fanno esperienza della realtà, per il credente è la rivelazione divina, a dettare le regole riguardo quali esperienze vadano accettate e quali altre vadano rifiutate. Per i “pagani”, le esperienze “disegnano” le idee sulla realtà; per gli abramitici, è l’idea rivelata a “filtrare” le esperienze. Da queste prime riflessioni possiamo trarre, come preliminare conclusione, la distinzione fra gli abramitici dogmatici (priorità del preconcetto “rivelato”, sull’esperienza) ed i “pagani” empirici (priorità dell’esperienza –anche filosofico/speculativa, sull’idea).