giovedì 24 marzo 2022

NON SI FINISCE MAI D'IMPARARE

 Ho scritto spesso, su questa pagina, contro la possessività fra gli esseri umani ed in favore del cosiddetto “poliamore”; pensavo d’essermi fatto, nel tempo, un’opinione abbastanza chiara, su cosa fosse l’Amore: ora che mi trovo a sperimentare sensazioni che avevo evidentemente dimenticato da tempo, mi trovo pure a dover ammettere che sia necessario, da parte mia, prendermi tutto il tempo di questa (probabilmente lunga) scrittura, per osservare con calma – e riconsiderare, nel caso – le mie posizioni.

Le cose che mi accadono, si muovono vorticosamente nei miei pensieri fino a che non mi decido a dare loro forma, scrivendone: scrivere è da sempre, per me, il modo più efficace ed economico per fare le “grandi pulizie”, della mente e del cuore e mettere ordine, negli “scaffali” del mio vissuto.

Ero giunto alla conclusione che l’Amore fosse un’invenzione letteraria e che le uniche realtà che davvero esistessero, fossero quelle che i greci chiamano “eros” (rudemente, la “brama”), “filos” (“simpatia”, intesa come il sentirsi simili) ed “agape” (“compartecipazione”, potremmo dire per farla breve… come sentirsi legati ad un fine comune e provare, pertanto, empatia reciproca), distribuite in varî modi nelle più disparate forme di relazione.

Ero giunto alla conclusione che “amore” non fosse che una parola usata come “paravento” romantico delle proprie tachicardie, dettate a loro volta da una possessività di specie, tipica di tutti i mammiferi: ero giunto a ritenere che dire “ti amo” significasse dire “ti voglio come mia proprietà, perché mi servi per appagare i miei bisogni”, millantando il tutto, ipocritamente, come un dono di sé fatto all’altra persona.

Ritengo ancora – sia ben chiaro – che la gratuità assoluta, perlomeno in questo universo, non esista e che ciascuno di noi abbia davvero dei bisogni insopprimibili che soltanto le relazioni possono colmare, così come ad esempio l’esigenza di un’identità, la quale è sempre il prodotto di ciò che si è e di ciò che si riceve dall’esterno; ritengo ancora – sia ben chiaro – che lo stare in un rapporto che non si ritenga in qualche forma vantaggioso per sé innanzitutto, indichi la presenza di una fragilità psicologica (di co-dipendenza, direi, il più delle volte); ritengo ancora – sia ben chiaro – che lo stare in un rapporto senza essersi prima fatti “le ossa” stando in piedi da sé, sia nocivo per tutti coloro che a quel rapporto partecipano.

Quello che mi sento di dovere riconsiderare, concerne l’ampliamento della mia esperienza con le emozioni, che ho scoperto essere una sorta di sesto senso capace d’informare la persona non sulla luce come la vista, né sulle onde sonore come l’udito, ma sulla “prossimità”: se il gusto mi permette di avvertire la composizione chimica di ciò che mangio… se l’olfatto mi permette di cogliere le particelle sospese nell’aria e se il tatto mi indica la qualità e la temperatura delle superfici, ecco, le emozioni mi permettono di riconoscere ciò che tende all’unità, da ciò che tende alla separazione.

Le emozioni, per quel che ne capisco oggi, sono il modo che abbiamo per distinguere la qualità energetica di qualcosa, come ciò che noi esoteristi definiamo “solve” e “coagula”: se quasi sempre vedo le emozioni esprimersi come una specie di “schiavista” che s’impone sulla volontà, è perché forse, mentre nessuno penserebbe mai d’identificarsi con il proprio udito, in molti tendono ad identificarsi con le proprie emozioni, anziché accoglierle come la forma di conoscenza, al proprio servizio tanto quanto il raziocinio, che – a mio parere – sono.

Ora, se le emozioni sono in effetti il senso che informa sulla distanza “energetica” fra le cose e sulla loro tendenza a generare unità o separazione, allora l’Amore come emozione in effetti esiste e più precisamente, esiste come percezione di un'eccelsa avvertenza di unità con l’oggetto d’amore: quando la brama dettata dal bisogno, la simpatia dettata dalla somiglianza, l’empatia e la percezione che l’altra persona sia una parte significativa del proprio percorso, raggiungono alti livelli, allora ciò che si prova è l’Amore… quello stesso che «muove il Sol e l’altre stelle» - come direbbe Dante – esprimendo il senso di unità fra le cose.

«Ti amo perché ti sento colma di significato nella mia vita»… «ti amo perché ti sento tutt’uno col mio destino», potremmo dire: l’esperienza mi porta a pensare che questa sensazione, perlomeno per chi non sia avvezzo ad identificarsi troppo con le proprie emozioni fino – davvero – a cascare bocconi davanti a chiunque gli susciti un po’ d’istinti sessuali, sia piuttosto rara da provare.


Continuo a ritenere certamente possibile il realizzarsi di un “poliamore”, perché ritengo davvero che possano darsi casi in cui più persone, meravigliosamente, si sentano talmente “destinate”, le une alle altre, da non riuscire oramai più a concepire fra loro una “scala gerarchica” di vicinanza che metta comunque qualcuno fra loro al primo posto, rispetto a qualcun altro; continuo certamente a ritenere ancora che le persone non possano possedersi a vicenda e che nessun “amore” (o presunto tale) possa autorizzare una persona ad avanzare diritti sulla vita di un altro.

Ciò che non ritengo più, è che il realizzarsi di un poliamore possa essere un evento frequente: ciò che riscopro, di questi tempi, è che la sensazione di unità che più su ho definito “amore” è già di per sé talmente rara e talmente tesa – appunto – ad avvicinare sempre più fra loro quelli che reciprocamente la provano, da essere di fatto totalizzante nonostante la disponibilità reciproca a riconoscersi come soggetti che restino distinti e personalmente liberi.

Proverò a spiegarmi meglio asserendo che, a mio parere, almeno una parte dei tanti, presunti poliamori, sono in realtà fenomeni di comunità affettive che non raggiungono l’intensità totalizzante dell’Amore (inteso appunto come profondo significato dell’altro nel proprio destino), quando non addirittura, banalmente, fenomeni di coppie “aperte” o di “triangoli” sessuali, “farciti” di (magari intensa) amicizia reciproca... il che non le rende situazioni meno legittime, intendiamoci: mi pare semplicemente, oggi, molto più arduo ch'esse riguardino una percezione esistenziale tanto intensa, quanto quella generata da qualcuno le cui caratteristiche lo rendono tanto raro.

Non pretendo certo che la mia singola esperienza abbia una validità universale e pertanto, queste mie riflessioni hanno soltanto – come anticipavo – lo scopo di mettere ordine fra quello che provo e quello in cui “credo”.

L’Amore che provo oggi è davvero una sensazione unitaria talmente potente, da farmi vedere l’altra come un “pezzo” del mio stesso destino, come se tutte le esperienze mie e sue, ci avessero “forgiato” in modo da farci trovare maturi abbastanza per riconoscerci, al momento del nostro incontro; l’Amore che provo oggi è una brama, una simpatia, un’empatia ed un senso di compartecipazione, tali da farmi ritenere quasi impossibile che un evento così irruento, che trovo quasi miracoloso, possa davvero verificarsi tanto facilmente addirittura fra più persone insieme, contemporaneamente.

Se oggi scopro le mie emozioni come uno strumento più che degno per la comprensione di ciò che sperimento, tanto quanto la mia intelligenza cui sempre mi sono prioritariamente appoggiato, allora i soli criteri mentali con cui costruivo il mio “paesaggio ideologico” precedente, devo per forza correggerli alla luce di questa nuova fonte sensoriale, fino a modificare radicalmente le mie teorie.

Le persone non possono essere ostaggio delle emozioni altrui e razionalmente, la vita è lunga e piena di “fluttuazioni”, cosicché trovo ancora ragionevole pensare che nuovi, estemporanei bisogni, possano in effetti portare anche due persone che si amano davvero, ora ad avvicinarsi in forma esclusiva ed ora a prendere – magari momentanee – parziali distanze, costituite da altri rapporti; la persona che amo, resta libera nella sostanza “a dispetto” di quello che sento e nonostante ciò, quel senso di unità che provo con lei è tale che le mie emozioni mi avvertono subito - e dolorosamente - del pericolo di un distacco o di un “rallentamento” nella nostra relazione.

Quando penso alla donna che amo, rifiuto di usare etichette come “morosa”, “compagna” e simili, perché questi nomi, a mio avviso, definiscono ruoli che sottintendono un controllo reciproco fra le parti, come una sorta di “contratto” che sottrae il cuore della relazione al piacere di essersi trovati, per consegnarlo nelle mani di aspettative sempre foriere di recriminazioni.

Quando un rapporto assume una forma fissa, “contrattuale”, coloro che ad esso partecipano, tendenzialmente non accoglieranno più l’altra persona come un dono, ma come qualcuno che debba assolvere a delle clausole: nasce così il controllo che è sempre un sopruso, perché non esiste - per colei che amo - un vera libertà, se non è libera in ogni momento di essere anche in un altro posto rispetto a dove io sono o con un'altra persona rispetto a me, senza il rischio di non trovarmi più al suo ritorno.

Data la curiosità di tutto ciò che può succedere a una persona, non posso escludere che anch’io, nella mia vita, non possa, un giorno e in un dato momento, trovare consolazione in un rapporto diverso da quello con la persona che amo ed in quel caso, vorrei che in nome della libertà sostanziale fra le persone, l’evento non offuscasse quella profonda avvertenza di senso che vivo come l’Amore fra noi: ciò nonostante, in questo istante sento forte la spinta a dedicarmi “in senso romantico” esclusivamente alla persona che amo, non in virtù di un suo possesso nei miei riguardi, ma in forza del significato esistenziale profondo e – oserei dire - “sacro” che attribuisco al nostro incontro.

A mia volta, ritengo di dovere alla persona che amo la forza etica di riconoscerle libertà anche qualora - e per qualsiasi motivo che non le neghi l’Amore di fondo per me – decida di vivere esperienze “romantiche” diverse da quella fra noi, pure io augurandomi in tutta onestà e col cuore in mano, che un evento emotivamente così "provante" ("provante" per il suo potere di mettere in discussione quella percezione di miracolosa unicità dell'incontro che, secondo me, è la sostanza stessa dell'Amore) non mi “cada” mai addosso, da parte sua.

Un’amica mi ha detto: «sarai d’accordo sul fatto che fare bene una cosa è più semplice che farne bene due o più» e questa è una banalità che però a volte sfugge e davvero, se l’altra persona è ai miei occhi quell’evento di tale convergenza di vite, da parermi quasi incredibile, tutte le mie forze sarò portato senz’altro a destinarle all’incremento di quella meravigliosa esperienza, trepidando nell’osservare (rispettando doverosamente la sua libertà, per l'appunto) se anche l’altra persona si sentirà di fare altrettanto nei miei riguardi.

Le persone nascono e restano libere; si incontrano che hanno già precedenti relazioni, precedenti esperienze e – forse – sussistenti situazioni di contiguità affettiva e sessuale: accogliersi in toto nel nome di quel destino comune che si avverte con l’Amore è senz’altro l’unico modo concreto di dare sostanza a quel senso di unità, ma parafrasando proprio la donna che amo, restare in possesso della propria libertà non significa doverla per forza usare unilateralmente ed avere mondi preesistenti all’incontro, non significa per forza che questi debbano mantenere, anche dopo essersi trovati con qualcuno di eccezionale (in senso letterale), la loro precedente forma; dipende, probabilmente, da quanto “grosso” si avverte che sia, ciò che c’è “in ballo”.

venerdì 14 gennaio 2022

FRA L'INCUDINE E IL MARTELLO

La sfida che come pagani siamo chiamati a mio parere a raccogliere, in questo frangente, è davvero notevole. Da una parte, c’è chi si ribella (giustamente) all’ordine dittatoriale che si è costituito, ma appellandosi cristianamente ai diritti “naturali” (e perciò presuntamente inviolabili) dell’Uomo; dall’altro c’è chi afferma, implicitamente, che i diritti siano (effettivamente) soltanto un costrutto sociale e che pertanto siano nella disponibilità insindacabile della decisione politica.

Ebbene, io appartengo alla seconda schiera eppure contesto comunque il regime totalitario vigente: perché? Cominciamo da principio, dicendo che io NON credo nell’esistenza di diritti naturali: nessuno mi deve niente ed io non devo niente a nessuno, ma tutti siamo, per certi aspetti, in concorrenza fra noi ogni qual volta i nostri personali interessi finiscano in conflitto con i personali interessi altrui.

I monoteisti possono permettersi di credere ai diritti naturali dell’Uomo perché, a loro dire, l’Uomo stesso sarebbe una creatura del dio e godrebbe di tutti i diritti concessigli da quello stesso dio (il che lo trovo di un nichilismo implicito estremo, giacché tutto ciò significa che l’Uomo ha dei diritti non perché li abbia in sé, ma perché ad un dio piace che li abbia); il cristiano ha Gesù come modello umano e può dire che sia pienamente umano solo chi coincida con lui, mentre un pagano, che non ha alcun modello di “umano perfetto”, si trova escluso da ragionamenti simili.

Questo significa che un pagano debba per forza riconoscere che, non esistendo diritti umani inalienabili, vada considerata legittima la situazione attuale? Ma per nessun motivo! Io penso che l’Uomo non abbia alcun diritto e che in effetti, ciò che chiamiamo “diritti” non sia altro che un accordo fra pari su dove fermarsi nella marcia verso l’altro, al fine di mantenere una concordia sociale utile a tutti, ma questo non significa che non esista alcun criterio logico (anziché dogmatico) per stabilire cosa sia lecito e cosa non sia lecito fare.

A cosa serve stare insieme? Aldilà dei vari gradi di empatia che ciascuno esprime e che, giocoforza, non possono essere soggetti a normativa, stare insieme è utile a tutti perché insieme si riescono a raggiungere obiettivi inarrivabili da ciascuno, preso nella sua singolarità. Per poter collaborare, è necessario un clima di tutela sociale reciproca: io posso investire le mie forze nell’opera comune, perché so che, qualora mi trovassi in difficoltà, altri giungerebbero in mio aiuto con le loro risorse; ne deduco, a rigor di logica, innanzitutto che le scelte politiche vadano prese collettivamente e non da una sola persona, poi ne deduco anche che, sempre a rigor di logica, le scelte politiche prese debbano sempre ricercare il giusto compromesso fra garanzie per il singolo e garanzie per il collettivo.

Se le scelte vengono prese da una sola persona, ci sarà certo chi si sentirà liberato dal peso del decidere, ma ci sarà anche chi si sentirà vittima degli altri e la compattezza sociale andrà a farsi fottere; se le scelte tutelano troppo il singolo individuo, la coesione sociale necessaria a raggiungere obiettivi comuni andrà a farsi fottere; se le scelte costringono il singolo ad immolarsi in funzione degli obiettivi sociali, quello stesso singolo perderà le motivazioni che gli servono ad investire le sue forze nel corpo sociale stesso.

Aldilà dell'evidente "stupro costituzionale" in atto, a mio avviso non c’è bisogno di tirar in ballo nessun diritto naturale, per capire che ciò che si sta compiendo oggi in Italia è una follia politica: uno solo governa, arrogando su di sé i poteri esecutivo, legislativo, giudiziario e comunicativo; il singolo è riconosciuto nella sua esistenza solo in quanto ingranaggio e cioè solo se si assoggetta completamente a ciò che il dittatore ha stabilito; la maggioranza è autorizzata dallo Stato (e cioè, ad oggi, da un singolo uomo) ad esercitare il bullismo sulla minoranza; il singolo è disincentivato a collaborare con gli altri, perché dagli altri non riceve alcuna tutela nella salvaguardia della sua unicità.

È indispensabile tornar a una visione dogmatica dei diritti umani, per uscire dal delirio di onnipotenza del drago? Io direi di no: sarà sufficiente tornar a mettere in chiaro quali siano gli obiettivi dello stare insieme ed agire con logica per capire quali strade siano coerenti con tali obietti e quali, semplicemente, no. Certo, la Democrazia ed una visione laica dello Stato impongono uno sforzo collettivo e personale ben superiore, a quello richiesto per delegare tutte le scelte ad un solo uomo o per affidare la propria tutela a dei diritti astratti imposti per volere divino: questo mi fa temere che, allo stato attuale, più che la paura stia vincendo la pigrizia.


Immagine da: C. CHAPLIN, Il grande dittatore, 1945.

giovedì 25 febbraio 2021

PAESE CHE VAI, URAGANO CHE TROVI

Finalmente a letto. Lentamente, abbandonata supina, la tizia avvertiva, come dopo ogni “dritto”, le due contrastanti sensazioni del solidificarsi progressivo di ogni singola fibra dei suoi muscoli, quasi diventassero piombo e la mente -la mente, invece, assumere le sembianze di un “calcinculo”.

L’impressione era quella di restare una cosa sola, solo per uno sforzo sovrumano della volontà: l’impressione era quella d’essere tenuta insieme con la spranga; era quella di stare rimanendo una persona unica, unicamente grazie alla catena che legava il seggiolino alla giostra che girava.

La tizia fissava il soffitto: cioè, lo avrebbe fissato se avesse avuto gli occhi aperti o se, avendo gli occhi aperti, nella stanza ci fosse stata luce a sufficienza. Erano le due di notte (del giorno dopo il “dritto”, ovviamente) e tutto ciò che la tizia percepiva, era il suo grillo parlante che le sussurrava nel cervello «ecco, se adesso ti distrai anche solo per un attimo, andrai in frantumi».

Difficile darsi pace, quando la mareggiata “monta” e ti lavora peggio che uno scippatore: pontili, biciclette inavvertitamente lasciate sulla ciclo-pedonale e financo motorini, alberi, cabine dei bagnini e tavolini dai bar; l’acqua sale, si porta via tutto e tu che sei lì, puoi solo star a guardare.

La tizia fissava il soffitto nella notte: cioè, lo avrebbe fissato se avesse avuto gli occhi aperti o se, avendo gli occhi aperti, nella stanza ci fosse stata luce a sufficienza. E’ chiaro che sentir girare un “calcinculo” in testa, non è che sia la condizione ideale per addormentarsi e del resto, il trasmutare dei dorati muscoli in piombo, dopo un “dritto”, non è che sia la condizione ideale per alzarsi.

Quand’era bimba, la tizia già precocemente passava le notti a fissar il cielo nero dalla finestra antistante il letto: all’epoca, s’interrogava inspiegabilmente sulle dimensioni dell’Universo; ora, si chiedeva che senso avesse scegliere d’essere qualcosa, piuttosto che qualcos’altro, se poi bastava una mareggiata a sottrarre ogni effetto della libertà d’essere ed ogni nuova occasione di Gioia.

Quand’era bimba, già precocemente passava le giornate a specchiarsi, la tizia e camminava su e giù lungo l’argine del fiume, con Licia e l’una e l’altra si rispecchiavano l’una nell’altra: l’una nelle parole, nelle esperienze e nelle sensazioni verbalmente trasmissibili dell’altra, poteva vedersi.

«“Io ti vedo”, dice in Avatar», pensava la tizia fissando il soffitto (o meglio, lo avrebbe fissato se avesse avuto gli occhi aperti o se, avendo gli occhi aperti, nella stanza ci fosse stata luce a sufficienza): sapeva benissimo cosa volesse dire e quanto gli occhi, poco c’entrassero.

Quand’erano bimbe, Licia e la tizia, ovviamente erano erano bandite dai giochi dei maschi e del resto, il disprezzo era reciproco: l’unica “palla” che contemplavano, Licia e la tizia, era quella che minacciava le loro chiacchierate, per l’imposta presenza di quegli esserini gretti col pisello.

Crescendo, Licia non aveva perso il piacere delle compagnie femminili, mentre la tizia aveva perso il piacere di sentirsi “vista”: quel peripatetico, originale modo che da piccole avevano trovato, lei e Licia, per “vedersi”, si era ridotto a un pisciatoio pubblico delle impressioni altrui sulla sua persona; come se il mondo fosse ora stato popolato soltanto di maschi, che pensano solo da maschi.

E allora, che maschi siano! Se non poteva essere vista, né vedere, la tizia avrebbe potuto perlomeno essere “sentita”… e “sentire”. Non ci badò poco a capire l’enorme fraintendimento in cui era caduta, la tizia: davvero e per molto, molto tempo, aveva creduto che fosse in effetti possibile riempire il cuore, usando come “porta” d’accesso quella che aveva fra le gambe.

La tizia era famosa per la scorrettezza politica e la mascolinità dei suoi commenti oggettivanti sui maschi: ovviamente molto era “personaggio”, era “fiction” architettata a bella posta per i fottuti (e le fottute) “benpensanti”, ma tutto sommato, c’era di base quel fraintendimento del “sentire”, come inutile surrogato del “”vedere”. La tizia tirò avanti finché potè ed un bel giorno, non potè più.

La tizia era con Francesco, quando capitò il “fattaccio” e cioè la desertificazione. La desertificazione è un problema serio, se campi di pesce. La tizia pensava al soffitto che non vedeva, ad occhi chiusi nella notte e proprio mentre si teneva insieme con la spranga; proprio mentre la disperazione la faceva tener aggrappata alle catenelle -che a loro volta tenevano il seggiolino ancorato al “calcinculo” del suo cervello, ecco, proprio allora la tizia penso all’ironia insita in una mareggiata che spazza via ogni motivo di Gioia, dopo lo spauracchio di una desertificazione.

La vita è beffarda. La tizia stava solo cercando un fattorino per il suo negozio, quando contattò il tizio. L’incontro preliminare sarebbe dovuto essere stato fugace: il tizio voleva conoscere i perché e i “per-come” dell’offerta lavorativa, il tipo d’impegno richiesto e cose così, insomma.

Il tizio faceva il bagnino, d’Estate, ma la tizia non avrebbe saputo dire se si fosse trattato esattamente di un classico “vitellone” felliniano o più semplicemente, di un ragazzo che badasse certo a divertirsi potendo, senza troppi problemi, ma non per forza “fissato” con le turiste svedesi: nemmeno le interessava in realtà, visto che cercava solamente un fattorino per il suo negozio.

I caffè durano poco, specialmente quelli presi al bar; specialmente quelli presi senza fumarci dietro. Un caffè al bar, senza fumarci dietro, dura troppo poco per chiarire a un (bel) ragazzo una proposta lavorativa. Ecco, un caffè dura già un po’ di più, se l osi fa seguire da un minimo di passeggiata.

Quand’erano bimbe, la tizia e Licia camminavano non solo su e giù lungo l’argine del fiume, ma anche sulla collina, mentre l’una e l’altra si rispecchiavano l’una nell’altra con le parole, le esperienze e le sensazioni verbalmente, reciprocamente trasmissibili. Da quanto tempo la tizia non si specchiava più? La tizia non amava poi tanto, gli specchi: mentre Licia non aveva perso il piacere delle compagnie femminili, la tizia aveva perso il piacere di sentirsi “vista” ed il suo specchio, si era ridotto a un pisciatoio pubblico delle impressioni altrui sulla sua persona.

Vedeva la collina “sua” e “di Licia”, la tizia, passeggiando con il tizio. Era inverno, il tizio d’Estate faceva il bagnino ed un bagnino -lo sa chiunque viva sulla costa, d’Inverno è come “un pesce fuor d’acqua” (in tutti i sensi). Un bagnino si rispecchia negli ombrelloni, nelle sceneggiate “buttate su” per i turisti (e le turiste), nelle caciàre della vita di spiaggia, nei giochi all’aria aperta, nei gavettoni di Ferragosto e nelle serate di musica, danze e relazioni e divertimenti e bevute. D’Inverno, un bagnino non sa dove specchiarsi e forse, d’Inverno, nemmeno ad un bagnino piace poi tanto, lo specchio.

Quand’erano bimbe, la tizia e Licia camminavano rispecchiandosi l’una nell’altra grazie alle parole, alle esperienze ed alle sensazioni verbalmente trasmissibili. Da quanto tempo la tizia non si specchiava più? Se un caffè di lavoro diventa una passeggiata interessante, rischia di diventare uno specchio in cui guardarsi non è poi così male: se non altro, perché non somiglia ad un orinatoio.

La tizia aveva iniziato a subodorarlo da tempo, che forse, provar a riempire il cuore passando per la fica non è poi tutta questa strategia. Il punto è che il cuore è esigente e mangia solo ciò che gli piace: può tirar avanti per un po’ con gli avanzi, a sopravvivere, ma come in una perpetua quaresima.

Riempire il cuore significa dargli quello che a lui piace, aveva oramai sentenziato la tizia. Al cuore piace piacere alla gente che gli piace ed al cuore de la tizia, piacevano le persone che si rispecchiavano con lui con le parole, le esperienze e le sensazioni reciprocamente trasmissibili.

Le labbra del tizio erano state come una pioggia su un deserto: l’acqua non scivolava via, cadendo su una terra per troppo tempo riarsa, perché uno specchio d’acqua, piccolissimo eppure presente, s’era a poco a poco formato con saltuarie, brevi, ma refrigeranti pioggerelle preliminari: passo dopo passo, incontro dopo incontro, passeggiata dopo passeggiata, trasmissione dopo trasmissione.

Era ancora Inverno per entrambi, quando la tizia ebbe l’idea di un pranzo sulla spiaggia per il tizio: era freddo, la gente non usciva di casa da mesi e la televisione non faceva che preannunciare catastrofi climatiche. La tizia aveva ripreso a guardarsi allo specchio, prima di uscire di casa.

La tavola era stata preparata “a Primavera”, con tanto d’addobbo di fiori: si sa che la Primavera preannuncia l’Estate e che l’estate, per i bagnini, è il trionfo della vitalità e l’abbandono del senso di smarrimento che li prende in Inverno. Tutto era perfetto, tutto era studiato, tutto era curato.

In principio, il tizio sentì un brivido lungo la schiena... “due gocce” sulle braccia… il bisogno di mettere una maglia. La tizia era talmente presa dal piacere della compagnia, che davanti ai primi segnali del disagio altrui, temette solo di poterne essere la causa: «cazzo… mica si annoierà!».

Presto, anzi prestissimo, le due gocce erano divenute un nubifragio ed il nubifragio era diventato una mareggiata e la mareggiata era diventata uno scippatore, che s’era fottuto tutto lo stabilimento balneare, lasciando il tizio lì, con l’acqua che saliva e saliva ancora, potendo solo starla a guardare.

In Francese, “mare” si dice “mer” e “madre” si dice “mère”: è proprio vero, aveva pensato la tizia in mezzo alla tempesta, che il mare dà la vita e dà la morte. La tizia avrebbe voluto uccidere il mare, in un primo momento. Davanti allo scempio delle sue cabine spazzate via, il tizio si era chiuso in casa promettendo di rifarsi vivo a Primavera od al massimo, in Estate. La tizia non sapeva cosa credere.

La tizia ne aveva fatta di strada, dalle prime camminate insieme a Licia, rispecchiandosi l’una nell’altra fino a che ogni specchio non s’era trasformato in un orinatoio: l’arte di tagliarsi i capelli da sola, solo saggiandone la lunghezza al tatto, era l’esempio più banale della sua strepitosa ed acquisita “a calci in culo”, abilità di sopravvivere ad ogni catastrofe.

Due giorni. Due giorni erano serviti, alla tempesta, per portare la tizia a chiedersi che senso avesse scegliere d’essere qualcosa, piuttosto che qualcos’altro, se poi bastava una mareggiata a sottrarre ogni effetto della libertà d’essere, ogni nuova occasione di Gioia ed ogni fiducia nelle sue abilità di sopravvivere. «La vita è beffarda -pensava ora la tizia- anzi no, è un merda».

Era notte, la tizia era supina sul letto e l’impressione che aveva, era quella d’essere tenuta insieme con la spranga: la cosa che più avrebbe desiderato, in quel momento, sarebbe stato abbracciare un amico -o un’amica e piangere, piangere a dirotto sulla -vera o presunta- inutilità dei suoi sforzi di crescita, davanti alle forze soverchianti della natura e del caos, che insidiano la civiltà umana.

«Alle due di notte, chi cazzo voglio chiamare?». Di potere piangere così, solo perché ne sentiva il bisogno, la tizia non s’illudeva nemmeno: c’erano voluti anni a riprendere l’abitudine e di certo, la desertificazione non aveva aiutato. La tizia era lì: inaspettatamente, le sue abilità di sopravvivenza s’erano trovate messe all’angolo alle due di notte e si sentiva tenuta insieme con la spranga.

E’ chiaro che sentir girare un “calcinculo” in testa, non è che sia la condizione ideale per addormentarsi e del resto, il trasmutare dei dorati muscoli in piombo, dopo un “dritto”, non è che sia la condizione ideale per alzarsi: qualcosa toccava pur fare però, che ne andava della vita.

La tizia era supina ed immaginava il soffitto al buio e stava per cadere a pezzi con il grillo parlante che infieriva e non c’era uno straccio d’amico, alle due di notte, a cui chieder un abbraccio di misericordia, che per un momento sostituisse la spranga nel rischioso compito di mantenerla insieme: erano anni, che non provava una sensazione di tale impotenza.

Bum. Rotolare dal letto, è più facile che alzarsi. L’inverno è freddo. Il pavimento è freddo. Il cuore è freddo. Il freddo toglierà l’entusiasmo, ma aiuta ad alzarsi per cercar una coperta: una coperta, una sigaretta e il tasto d’accensione del PC. Anche il PC era freddo, ma qui «o si fa lo svago o si muore», diceva la tizia al suo grillo parlante.

Lo schermo s’era finalmente acceso e il “calcinculo” s’era finalmente spento, ma tutto questo non bastava affatto, ma manco per il cazzo, a digerire lo scoglio che la marea le aveva piantato sullo stomaco; la tizia non aveva potuto fare altro che dirsi a mali estremi, estremi rimedi e tirar fuori il dvd più commovente che avesse mai avuto in casa, onde innescare quell’ “effetto Heidi” che, auspicabilmente, avrebbe innescato la sua catarsi notturna, foriera di sonno e rinnovata lucidità.

Funzionava.

venerdì 12 febbraio 2021

PREDATORI & PREDE

La caccia, innanzitutto, non è uno sport e nemmeno una modalità per sopravvivere: nella sua essenza più intima, la caccia è un modo di porsi verso le cose. Quello che distingue la caccia è l’obiettivo: fottere qualcosa che non vuole farsi fottere.

Anche il Capitalismo è una caccia e certamente, anche il corteggiamento è una forma di caccia: un tentativo di fottere qualcosa che, si presume, non voglia farsi fottere. Nel corteggiamento in particolar modo, si parte dal presupposto che l’altra persona sia sfuggente, che sia da conquistare… il che ovviamente impone tutto uno scenario di strategie atte a circuirla, con l’implicito e discutibile intento di vincere le sue resistenze ovvero, di piegare la sua volontà di fuggire alla propria di catturarla.

Fottere qualcosa che non vuole farsi fottere è anzitutto un progetto: un progetto certamente illiberale e presuntuoso, ma ancora prima, appunto, un progetto. E’ chiaro che il predatore, avendo un progetto sulla preda, tenda ad infastidirsi qualora questa gli scivoli via fra le zampe. Ogni progetto propriamente detto è un generatore automatico di aspettative, che a loro volta producono recriminazioni e reazioni ad ogni piè sospinto, come non ci fosse un domani.

C’è chi se la prende con la società edonista come se il primato della ricerca del piacere, fosse il male assoluto, la fonte della distruzione di ogni etica: chi condivide questa posizione, solitamente contrappone al piacere la proverbiale “progettualità” e cioè pone l’idealizzazione di un obiettivo, in antagonismo al desiderio di stare bene. Chi contrappone la progettualità al piacere è un cacciatore e chi antepone il piacere ad un progetto, non per forza è qualcuno che antepone il proprio piacere a quello altrui.

“Chi sta da solo o è bestia o è dio”, recita Aristotele. A me la compagnia, piace. La compagnia mi piace quando la mia compagnia piace. Quando la mia compagnia piace, sto bene perché mi sento valorizzato, mi sento riconosciuto e la mia auto-stima s’impenna. Ovviamente, mi capita di piacere a persone che non mi piacciono e quando succede, la compagnia di quelle persone non mi piace perché la mia auto-stima non sa godere di un parere a cui attribuisce poco conto. Mi piace piacere alle persone che mi piacciono.


Non posso corteggiare una persona che mi piace: posso corteggiare un corpo che mi piace e cioè cacciarlo, ma non posso cacciare una persona che mi piace, perché desidero piacerle per sentirmi bene con lei e posso sentirmi bene con lei solo se lei si sente bene con me. Che una persona che mi piace si senta bene con me, è ciò che mi fa stare bene: se l’ho ingannata con un’astuzia di caccia, ciò che lei apprezza di me non sono io, ma una maschera; una maschera da cacciatore.

Una volta un contadino mi suggerì di mostrare quel che sono e soprattutto i miei difetti, sin dal primo incontro: quel contadino non era un cacciatore. “Chi si fa pecora, il lupo s’aa magna”, dicono a Roma: sono state persone che mi piacevano, in effetti, ad avermi trasformato in cacciatore. Tutte le volte che una persona che mi piaceva, fuggiva davanti alle mie rispettose -ma entusiastiche- espressioni di benessere, diventavo un po’ più cacciatore. Se il progetto che hai è avere compagnia e la gente fugge davanti a ciò che sei, allora se le gente si comporta da preda, ti comporterai da cacciatore e poi vinca il migliore.

La confusione alla base della caccia è l’illusione che il benessere sia una questione di dotazioni. Ovviamente ci sono cose indispensabili per stare nel benessere, ci sono dei “sine qua non” come ad esempio i soldi per mangiare e la compagnia. Il punto è che sto bene quando sono in compagnia e non quando ho compagnia, perché se la compagnia è una cosa che ho, non è una cosa esterna a me che mi apprezza, ma una cosa mia, una cosa di me tramite cui mi auto-compiaccio. L’auto-compiacimento non è soddisfazione, ma la sua parodia. Quando piaccio a una persona che mi piace, non sono più io ad auto-convincermi che tutto sia ok: c’è invece una persona che non sono io e che mi piace e che sta lì a dirmi solo perché lo vuole fare: quando sto con te, sto meglio.

Non sono nato cacciatore: lo sono diventato per fame. Per fame, una persona sbatte le corna ovunque; assaggia anche un tavolino di compensato, se serve, perchè ci sta, la fame è brutta e le provi tutte. La caccia è un modo di porsi indispensabile, certe volte, se la fame è brutta, se mangiare non ce n’è, se il supermercato l’hanno svaligiato. Non si può sopravvivere senza mai cacciare, ma l’unica cosa che non si può cacciare è una persona che ti piace: è come volersi levare la fame azzannando una piana di truciolato; non ha alcun senso, è il contrario dello sfamarsi cui si anela.


Quando ho voluto riprendere in mano la mia vita dopo la morte di dio, l’unica cosa che mi è sembrata sensata è stata il ritornare sulla forma della mia infanzia e ricordare cosa mi piacesse, cosa mi venisse naturale fare e cosa facessi. Mi sono ricordato delle esperienze che mi hanno trasformato in un cacciatore ed ho stabilito che se una persona mi piace, voglio dirglielo: come facevo da bambino. La maggior parte delle persone che incontro, si comportano da prede davanti all’esporsi senza filtri di un’altra persona: “chissà cosa pretenderà questo da me adesso”, si legge loro negli occhi.

Purtroppo è un circolo vizioso; a causa dei cacciatori, le persone si comportano da prede e comportandosi da prede, trasformano in cacciatore ogni persona affamata che incontrano. Personalmente, ora so che masticare una sedia non toglie la fame. Quello che toglie la fame è il cibo soffice, genuino, pieno degli aromi e dei sapori delle cose nate dalla terra: la persona che mi piace non può essere un panino, però, anche se finché si ha fame, alla fine il morso ce lo dai a quella cazzo di panchina di legno, pure sapendo benissimo che non serve a niente.

La persona che mi piace non può essere un panino, ma un’amica. Un panino lo si mangia, mentre con un’amica, il panino lo si gode. Un’amica non la incontri perché ti deve qualcosa, ma perché quando la incontri ti accorgi di stare meglio. Un’amica non ti chiama per il progetto di fare una famiglia insieme, perché altrimenti sarebbe una cacciatrice. Un’amica ti chiama perché nella sua vita, la tua compagnia, produce in lei almeno lo stesso benessere che lei produce nella tua, quando la vedi.

Una moglie, una “morosa”, in genere esce con me perché è la mia moglie, la mia morosa: auto-compiacimento, tavolo di compensato. Un’amica certamente esce con me solo quando va anche a lei, quando essere con me è la cosa che vuole fare, è il posto in cui desidera essere: una sorgente d’acqua viva. Una moglie, una morosa, non vuoi farla incazzare, perché sennò va a puttane il progetto: progetto, caccia, brama, aspettativa, recriminazione, violenza. A un’amica metti in mano il tuo cuore, perché ciò che ti lega a lei non è un’aspettativa rispetto ad un progetto, ma il godimento della felicità insieme, per la parte in cui sia possibile. Qualche persona, nel mio recente passato, si è sentita svilita nel vedermi definirla “amica”. Ho molte conoscenze e rarissime amicizie. Se ti piace il tempo vissuto con me e ti chiamo amica, sii felice. Se t’incuriosisce il tempo vissuto con me ed io ti racconto il mio mondo e la bellezza ed il piacere ed il benessere grandi che vivo stando con te, amica mia, non ti spaventare.

mercoledì 23 settembre 2020

DIRITTO & ROVESCIO

Per me, i “diritti” sono una piaga: cioè, non reputo una piaga il giusto spazio ricercato da ciascuno, ma l’idea stessa che quello spazio abbia una natura egocentrica e non relazionale.

Le grandi religioni monoteiste hanno insegnato che l’uomo ha certi diritti perché il dio lo vuole: se fosse davvero così, tali diritti sarebbero auto-evidenti e mi pare vero il contrario.

I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni monoteiste, sono per me il più clamoroso esempio di nichilismo: nessuno vale niente, se non per il fatto di stare simpatico al dio.

I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni monoteiste, per me non sono nemmeno veri e propri diritti: sono il padrone che concede al cane cinque minuti fuori per pisciare.

La persona istruita dei presunti “diritti naturali”, troppo facilmente dimentica che senza un altro che acconsenta a riconoscerglieli, quei “diritti” sono solo carta straccia.

Il detentore dei “diritti naturali” fraintende il ruolo della società e anche il proprio: tutto gira intorno a lui perché “il dio lo vuole” e chi non la pensa come il dio, va accoppato.

Il detentore di “diritti naturali” é come il bimbo più bello della sua mamma, a cui tutto sia dovuto per il semplice fatto di esistere: non deve niente a nessuno e gli è dovuto tutto.

Comincerò col dire che, a quanto capisco, una cosa connaturata non avrebbe bisogno di prove, mentre a giustificare la credenza nei “diritti naturali” ci sono intere biblioteche.

Se io dico che l’uomo sano ha due braccia, non vedo come mi si possa replicare: l’uomo sano ha due braccia in Cina e in Alaska, ne aveva due nel paleolitico e ne ha due pure oggi.

I diritti cambiano con la percezione sociale delle cose, per cui mi pare non siano dati di fatto, ma conquiste relazionali: i diritti non sono una mia qualità, ma una concessione sociale.

I cosiddetti “diritti naturali”, secondo me non esistono: proprio perché i diritti sono frutto della relazione, presumere che siano connaturati non fa che metterli in mano a chi comanda.

Se io dico che i diritti sono “naturali” e cioè un dato oggettivo, anche se non li vedo, allora a determinare quali siano sarà sempre e solo chi comanda, come appunto nel caso dei preti.



Per me, la questione è molto semplice. Perché preferiamo vivere in gruppo, anziché da soli? Se vivo da solo, io devo fare da me tutto ciò che mi serve: dalla casa, alle saponette, ai vestiti.

Se devo fare tutto da solo …e quando finisco mai? La mia vita finisce appiattita sulle esigenze materiali e la mia identità non fiorisce, il mio desiderio è schiacciato ed io “muoio dentro”.

Se abitiamo in gruppo, io faccio le saponette per tutti; tu fai i tavolini, quell’altro fa da mangiare e quell’altro fa i vestiti: con la ripartizione dei compiti, “nasce” il tempo libero.

Vivere insieme ha dei “pro” e dei “contro”: ci sono le facilitazioni pratiche da un lato e le difficoltà ad andare d’accordo, dall’altro; quindi, tocca darsi delle regole di convivenza.

Se le regole di convivenza chiedono al singolo di sacrificarsi troppo per il gruppo, vivere insieme non ha più senso perché il singolo sceglie il gruppo per facilitarsi e non per crepare.

Se le regole di convivenza danno troppa importanza al singolo, vivere insieme non ha più senso perché ognuno penserà solo per sé e non collaborerà a facilitare altri che facilitino lui.

Le regole di convivenza producono un gruppo che funziona quando da un lato spingono il singolo a collaborare con gli altri e dall’altro, gli fanno godere i vantaggi della collaborazione.

Un gruppo che funziona è quello in cui diritti e doveri si controbilanciano ed eccoci perciò alla questione centrale, quella dei diritti: se sono una concessione sociale, in cosa consistono?

Abbiamo visto che un singolo non si sbatterebbe mai per il gruppo, se non trovasse vantaggioso tenere in piedi quel gruppo: come potrebbe trovare vantaggioso un gruppo che lo attacca?



I miei diritti non sono altro che i paletti che GLI ALTRI si sono dati per evitare che io me ne vada dal gruppo: il mio lavoro serve al gruppo, quindi le mie istanze vanno accolte dal gruppo.

Cosa c’è di empatico o di soprannaturale, in un diritto? Direi niente: un diritto è quella cosa che se gli altri non mi concedono, quel che io faccio per loro devono poi farselo da soli.

Come potrei investire le mie forze nel gruppo, se sapessi che il gruppo mi lascerebbe morire qualora io avessi un problema? Ragazzi, se volete il mio aiuto, io voglio delle garanzie!

Perché mai dovrei  aiutarti a gestir il tuo lavoro mentre sei genitore, sapendo che tu mi lasceresti morire se perdessi la capacità di lavorare per malattia o per vecchiaia? Ma fottiti!

Perché mai io dovrei ancora sopportare tuo figlio che mi scorrazza fra i piedi al ristorante, quando tu non sopporti me che bacio in pubblico una persona del mio stesso genere?

Per me non c’è alcun bisogno di scomodare un dio o l’amore universale o una presunta "dignità", per parlare di diritti: basta il buon senso ed un punto di partenza concreto e laico.




Qualcuno potrebbe obiettare che una persona abbastanza forte potrebbe costringere tutti quanti a servirla, anziché a collaborare pariteticamente: avrebbe certamente ragione.

Solo un clima collaborativo paritetico e cioè una Democrazia Sociale e Liberale, può generare laicamente dei “diritti” e cioè dei reciproci e condivisi riconoscimenti di “spazio vitale”.

A una dittatura non serve alcuna collaborazione, ma solo la forza necessaria a costringere: sarà bene per lui, che il dittatore si assicuri sempre di avere "il coltello dalla parte del manico".

lunedì 21 ottobre 2019

ABOMINABLE, cine-riassunto esoterico

“Il piccolo yeti”, che faremmo meglio a chiamare “il paradigma della carpa koi”, è una co-produzione internazionale USA-CINA del 2019 con la quale l’industria occidentale tenta nuovamente di “far breccia” nello sterminato mercato asiatico dell’intrattenimento. Sul piano tecnico il lungometraggio, diretto dalla coppia J. Culton e T. Wilderman, non è neppure lontanamente in grado di competere con le produzioni Pixar-Disney cui siamo oramai abituati e ciò nonostante, sarebbe a mio avviso un errore sottovalutarlo. Scopriamo un film incantevole e intenso che smuove una quantità tale di “leve interiori”, grazie ad una serie interminabile d’immagini archetipiche tratte dalle due culture, da risultare assolutamente adatto ad un pubblico di profonda cultura.

Scrive Marianna Cappi su MyMovies, intuendo qualcosina di ciò che andrò ad esporre: « il film di Jill Culton sembra possedere qualche qualità nascosta, per come il risultato supera magicamente l'insieme delle parti ».

“Abominable” è un racconto di formazione, anzi, è un racconto iniziatico che coinvolge lo spettatore in prima persona, chiamato inevitabilmente ad “incarnarsi” in uno dei “quattro elementi” che affronteranno –ciascuno a suo modo, il proprio percorso di “risveglio” durante questo straordinario "viaggio deGLI eroi". Sin da sùbito, incontriamo i quattro tipi di persone che il Destino può chiamare ad una nuova realtà. La protagonista è Yi o per meglio dire “Anima”, che vive il suo quotidiano nella frenetica ricerca degli strumenti per partire, alla volta di un percorso che SA GIA’ essere sacro, perché legato ai progetti del Padre -progetti sconosciuti al mondo, ma vividi in lei.

Essendosi spezzata la “coppia sacra” con la sparizione del Padre e come Eracle infante allontanato da Zeus, la “bambina d’oro” non sa più cogliere neppure il Femminino Sacro, con il suo sistema di valori: tutta ripiegata all’interno, attende unicamente alla sua sete lavorando duramente nonostante tutti, attorno a lei, paiano considerarla un’aliena. Solo la Sacra Armonia che viene dal Padre brilla ancora nel cuore della Figlia, tale da diventare il leit motiv del suo intero percorso. E’ l’armonia sacra del suo Destino, ciò che Yi imparerà a gestire: è l’armonia sacra del Padre, ciò che richiamerà a lei lo Spirito Guida della Montagna Splendente.



Si potrebbe temere che gli strabilianti poteri dello yeti siano una facile soluzione per “tappare” altrimenti vistosi “buchi di scrittura”: sarebbe così se lo yeti fosse appunto ciò che il nome dice e non il Sacro Nume Tutelare della storia. Lo spirito della Montagna è in ogni modo braccato da forze incredibilmente ben architettate, in prospettiva esoterica: esse vogliono mostrare il Sacro al mondo a costo di neutralizzarlo, mentre Yi ed i suoi amici, gli Eletti del Sacro, vorranno nasconderlo al mondo e ricollocarlo là dov’esso regna, per onorarlo. Al più basso “gradino” della ricerca c’è lo "sponsor" della “caccia allo yeti”, presentato come un antico spettatore del Sacro.

Compagno inconsapevole di Yi sulla “Via di Luce” da lei inaugurata, il vecchio scalatore caccia lo yeti per fuggire a quella stessa derisione del mondo –incredulo ai suoi racconti di gioventù, che la bambina ha invece volutamente abbracciato pure di partire: lei è la PNEUMATICA guidata dal Destino, lui è lo PSICHICO manovrato dalle proprie paure. Un terzo personaggio, socio del vecchio nell'inseguimento del "mostro", è la dottoressa incarnante l’ILICO, il lato cieco della femminilità, colei che è materia e che nessun viaggio sarebbe in grado di elevare oltre essa: l’ilica è falsa e perciò cieca, vive col sacro un rapporto puramente strumentale in cui il MISTERO è solo l’abominio del titolo.

I due restanti compagni d’avventura non hanno còlto da soli il richiamo della partenza: erano in diversa maniera impreparati e inadeguati all’irruzione del Nuovo nelle loro vite; nessuno Spirito Guida giunge per loro, ma si lasciano ad ogni modo guidare da esso per il tramite di "Colei che Vede Prima", Yi la Prometea, la sacerdotessa che dallo Pneuma intercede per tutti coloro che, pure nella condizione psichica del dominio emotivo, si dimostreranno “uomini di buona volontà”. E’ innanzi ad un Budda, che l’illuminazione coglierà i tre, ciascuno al suo livello; anche se solo Yi ascenderà, facendosi generatrice di Vita, gli occhi di tutti si apriranno: ora su di sé, ora sull'amicizia.

Come in ogni epopea mistica che si rispetti, non manca l’archetipica immagine della morte iniziatica, espressa con sobrietà e nel contempo doverosa violenza. L’Illuminazione, appena conseguita, davanti al "nulla che avanza" non potrà fermarsi a crogiolare nel buonismo disneyano delle situazioni che si salvano da sole: Anima, divenuta Dea della Guerra seguendo l’esempio dello Spirito Guida, suo “pontefice” e “psicopompo”, scoprirà che l’Armonia del Suo Cuore, divenuta oramai cosmica, può e deve generare, può e deve distruggere, può lasciar andare e può trattenere, affinché l’equilibrio del Sacro sia preservato. Solo accettando assieme alla partenza, pure il ritorno, l’Unità sarà ripristinata e “la strada di casa -di cui il titolo, ritrovata".

mercoledì 29 maggio 2019

PAIDEIA – 04, Un umanesimo “pagàno”?

Un percorso spirituale è, in estrema sintesi, un protocollo teorico-pratico teso ad auto-attribuirsi un senso, tramite lo sviluppo di una ricomprensione del mondo e della propria presenza in esso. Spesso, nel contesto esoterico contemporaneo si tende a supporre che le visioni spirituali si dividano in tre grossi gruppi alternativi: 1) quello attribuito alle cosiddette “religioni neo-pagane”, per cui l’Uomo dovrebbe perseguire l’equilibrio di se stesso con l’ambiente; 2) quello attribuito alle cosiddette “correnti gnostiche” (religiose e/od iniziatiche), per cui l’Uomo dovrebbe affrancarsi dalla materia; 3) quello attribuito alle cosiddette “correnti orientali” (religiose e/od iniziatiche), per cui l’Uomo dovrebbe affrancarsi niente meno che da se stesso. C’è in realtà, nella millenaria tradizione mediterranea, una “quarta via” che racconterò (spero) semplicemente, usando quel linguaggio alchemico che costituì la sua ultima formulazione, prima di quella junghiana del secolo XX.


Partiamo col dire che il percorso può essere descritto attraverso tre opere e cioè tre “gradini” ideali dello stesso, oltre a due strumenti per attuare l’avanzamento da un gradino all’altro. I due strumenti della pratica sono il diavolo ed il simbolo; le tre opere, in termini alchemici, sono definite Nigredo, Albedo e Rubedo; le due attività connesse ai due strumenti di lavoro sono definite Solve e Coagula. Siccome l’alchimia usa il linguaggio siderurgico-chimico, l’opera preliminare del percorso è anche detta “ricerca della materia prima”, dove la materia prima, in un contesto spirituale, è ovviamente l'apprendista stesso. Nell’Opera al nero si scende anzitutto al centro della terra e si distrugge il minerale per ottenere il metallo che andrà lavorato: si tratta del famoso “conosci te stesso” del Tempio di Delfi.


Quando il diavolo ci piomba addosso con le sue tentazioni, mette in luce il nostro desiderio ponendoci davanti ad una scelta: assecondarlo, lasciando ch'esso distrugga la nostra bella immagine preconcetta di noi stessi, oppure aggrapparci a quest’ultima e diventare nevrotici, “perdere la nostra anima”, direbbe il Vangelo. La dissolvenza delle nostre infantili illusioni, prodotta dai crudi desideri scaturiti dal lavoro del diavolo, fa emergere in noi la materia prima, separando da noi stessi -rendendoli riconoscibili- tutti quei condizionamenti, preconcetti, bisogni indotti e timori cronicizzati che non corrispondono alla nostra più arcana indole. Il diavolo, autentico portatore di luce, spezza la nostra irreprensibilità e ci restituisce uno sguardo disincantato su noi stessi, sbattendoci in faccia la nostra anima. Davanti al diavolo, qualcosa muore sempre: a morire sono le nostre illusioni, oppure la nostra autenticità.


Ciò che il diavolo porta alla luce è molto spesso imbarazzante, sul piano sociale: allontanando da noi le "scorie di pietra" in cui il "nostro metallo" era imprigionato sul fondo della miniera, prendiamo coscienza della “pasta di cui siamo fatti”, parte della quale era nascosta perché inconfessabile, impresentabile, inaccettabile per noi che siamo costantemente posti in paragone col contesto morale cui apparteniamo. Nell’Opera al bianco sorge l’alba per un adepto riconciliato con se stesso e che ha scelto se stesso come punto di riferimento per il significato della propria vita. Tutti i frammenti autentici riemersi grazie all’irrompere del desiderio, “belli” e “brutti”, noti e sorprendenti, vengono ora a coagularsi in matrimonio mistico fra loro, dove luce ed ombra non si confondono, ma generano una nuova vita, un simbolo di .


Una volta dissolte le illusioni dell'Io ed una volta sintetizzata una nuova e più ampia considerazione di Sé, l’Opera al rosso richiede nuovamente l’intervento del diavolo e quella del simbolo, questa volta nello stesso momento e per produrre congiuntamente una nuova condizione esistenziale: il tramonto della centralità di sé per la comunione con tutto il resto, con l’Unus Mundus. Memore della propria nigredo, il ricercatore scopre che la sua prima immagine egoica stava al suo vero Sé come ora il suo vero Sé sta alla realtà. Nella reciprocità fra interno ed esterno, fra microcosmo e macrocosmo, il diavolo offre una nuova luce: quella dell’uscita dall’auto-referenzialità. Morto nel nero l’io e rinato nel bianco il sé, ecco che nel rosso, contemporaneamente, l'iniziato a se stesso muore alla propria illusione d’autosufficienza e rinasce nell’abbraccio del Cosmos, che ora è tutti e ciascuno.