martedì 8 maggio 2018

Dire, fare, baciare, AMARSI

L’identità personale è una condizione relazionale: quando incontro qualcun@, la mia coscienza diventa l’auto-percezione che da un lato, registra le mie reazioni all’incontro; dall’altro, registra le reazioni dell’altr@; infine, compara le mie reazioni alle reazioni dell’altr@. Così come si viene fisicamente al mondo a seguito di una relazione, così è anche per l’identità personale: da un lato ci sta la relazione e dall’altro, la specificità che si trova a vivere quella relazione.

I bambini più piccoli, forse a causa del loro oggettivo bisogno anche fisico degli altri, mostrano di “sapere” istintivamente quanto la loro stessa sussistenza dipenda dal riscontro esterno: quando succede loro un evento anche soltanto minimamente traumatico, come ad esempio lo scivolare mentre giocano, spesso si mettono a piangere per poi smettere istantaneamente quando qualcuno li soccorra. Bimbi un po’ più grandi, che finiscano col prendere un colpo in testa da un compagno mentre giocano, vanno piangendo dall’adult@ più vicino, per smettere immediatamente nel caso in cui quest’ultim@ imponga al colpevole di chiedere loro scusa o intervenga con un cerottino o anche semplicemente un bacio sulla parte “dolente”; spesso, i bambini si mettono immediatamente a giocare con quel ghiaccio che avevano con tanta insistenza preteso dall’adult@ di riferimento, a seguito di un piccolo incidente.


Forse, lo stesso vale per gli adulti: possono far fronte alla solitudine con strumenti migliori rispetto a quelli dei bambini; possono godere autenticamente della propria solitudine, ma non possono restare saldi in loro stessi, fintanto che non sappiano che qualcuno, da qualche parte, li pensa ed ha stima ed amore per loro. Forse, se da un lato la “solitudine in quanto tale” rischia d’essere un problema, in effetti, soltanto di quegli adulti ancora incapaci di reggersi sulle proprie gambe, d’altro canto la “solitudine in quanto sensazione di abbandono” resta un problema “vita natural durante” dell’umano in quanto tale: anche l’eremita più estremo, forse, non sarebbe in grado di resistere nel suo proposito, se non pensasse che, da qualche parte, c’è qualcuno che stia dando un senso al suo agire –e quindi al suo essere- con un affetto personale e proporzionato all’impegno: forse, ciò può spiegare la disponibilità di molti a sottomettersi a prove indicibili, nel nome di una religione o di un ideale; forse, ciò aiuta ad illuminare la relazione fra la sensazione d’avere deluso qualcuno od il provare un amore non corrisposto ed il suicidio.

Ci sono persone che mostrano di vacillare quando si trovano in contesti di solitudine ideologica: nessuno pare pensarla come loro. Ci sono persone che mostrano di vacillare quando si trovano a non essere mai l’oggetto di un dono, di un gesto di dedizione personale o di una parola romantica: nessuno pare pensarle. Ci sono persone che mostrano di vacillare quando si trovano in contesti in cui si sentono rifiutare sul piano fisico: nessuno pare volersi compromettere con loro. Quale che sia il motivo d’avvertenza di penuria nei propri riguardi, forse la sensazione pare avvertita universalmente come problematica proprio per il fatto che si diceva, ovvero che la mancanza percepita d’attenzione, andando a ledere quel “prodotto relazionale” che è l’identità, di fatto demolisce la possibilità di considerazione positiva di se stessi. A quanto pare, una prolungata auto-percezione nella prospettiva di carenza, inibisce nel tempo la produzione di serotonina e di noradrenalina: quando tale inibizione si fa cronica, si costituirebbero le basi fisiologiche per l’insorgere di una “bella” depressione, magari anestetizzata con una o più dipendenze.


Se da un lato, il percepirsi -come che sia- in condizioni di penuria rispetto alle relazioni umane, pare un dato universalmente correlato all’incapacità di resistere alla vita, d’altro lato –e proprio a motivo del suddetto dato generale, il contesto cui ciascuno attribuisce la propria condizione di penuria “dice” della specificità della persona sofferente. L’ipotesi è che faccia maggiormente soffrire quel tipo di penuria che si sia avvertita non solo più frequentemente, ma anche nelle fasi più importanti dello sviluppo della propria identità: infanzia e pubertà, per essere più precisi. Una persona che sia sempre stata abituata a sentirsi accolta riguardo le sue idee, ma raramente sul piano fisico, tenderebbe ad assolutizzare il dato fino a ritenere di non essere accolta, fintanto che altri non accettino di compromettersi fisicamente con lei; per contro, una persona che sia sempre stata abituata a sentirsi accolta sul piano fisico, ma raramente sul piano delle opinioni, tenderebbe ad assolutizzare il dato fino a ritenere di non essere accolta, fintanto che altri non vedano in lei un riferimento morale e/od intellettuale importante.

Se il discorso di cui sopra avesse una qualche validità, forse sarebbe, da un lato, possibile stabilire come piacere a qualcun@, fino a riuscir a manipolarl@, nell’apprendere quale penuria quest@ avverta nella propria vita; dall’altro, sarebbe forse possibile capire perché molti incontri paiano determinati più da due carenze che si “incastrano”, che da due piaceri che si condividono: sembra evidente, infatti, che le persone non si preoccupino poi tanto di ciò che amano, finché si sentano carenti di ciò che trovano indispensabile alla loro sopravvivenza. Se il discorso di cui sopra avesse una qualche validità, forse sarebbe possibile ipotizzare due tipi fondamentali di atteggiamento, davanti alla percezione di una propria condizione di penuria: la ricerca di consapevolezza a tale riguardo, piuttosto che la sottomissione implicita ad essa.


Una persona che si trovi inconsapevolmente a sottomettersi ad un’auto-percezione nell’ottica della mancanza, potrebbe reagire sia con l’abbandonarsi ad uno stato depressivo, che con l’abbandonarsi ad un solipsismo auto-narrato come “voluto” ed in effetti “reattivo”: tale persona, in questo caso, andrebbe incontro ad una crescente nevrosi, nel convincere se stessa di potere fare a meno degli altri. Una persona che si trovi consapevolmente in un’auto-percezione nel segno della mancanza, potrebbe rispondere sia dedicandosi ad accrescere strumentalmente le proprie abilità, al fine d'imparare come convincere gli altri a scegliere di sopperire alle sue mancanze; sia dedicandosi, in ogni circostanza, a distinguere ciò verso cui si sentisse spinta dal bisogno, da ciò verso cui si sentisse spinta dal piacere.

Nella ricomprensione del proprio vero piacere, al netto dei piaceri essenzialmente legati all’appagamento di un bisogno, la persona in oggetto potrebbe procedere rapidamente nella conoscenza di se stessa: si troverebbe presto nella condizione di conoscere, tra piaceri e bisogni inalienabili, il “proprio posto” nel mondo; troverebbe nel “proprio posto” percepito il “faro” capace di guidare le sue scelte in un contesto personalmente significativo; troverebbe poi forse, nel procedere fattualmente verso una meta ideale (personalmente utile e quindi sensata), tramite gesti coerenti, l’approssimarsi a quello stile di vita ed a quella sensazione di valore di sé che, in un linguaggio comune, si potrebbe definire “felicità”.

domenica 4 marzo 2018

Il senso della perdita e la bussola elettorale

I dati delle Elezioni Politiche Italiane 2018 mi suggeriscono un’analisi. L'enorme vittoria del M5S e della Lega, contro l'evaporazione di PD e FI che si prospettano, sono a mio avviso due facce della stessa medaglia. Il M5S con la sua presunta "democrazia diretta" e "dal basso", a torto o a ragione, mi pare sia stato identificato come principale soggetto alternativo al modello rappresentativo ritenuto in crisi.

Per contro, proprio il PD è a parer mio la causa della percezione di crisi rispetto alla democrazia rappresentativa: dopo l'unificazione veltroniana fra l'ala sinistra della DC e l'ala centrista dei DS, il partito s'è trovato ad estinguere al suo interno le ultime residuali forze delle ideologie cattolica e comunista dei suoi "padri fondatori". Con la nascita di FI, la destra del paese ha abbandonato in modo definitivo l'assetto social-fascista per abbracciare il modello liberista-conservatore. Il PD, svuotato oramai di contenuto ideologico e preso tra l'incudine della tecnocrazia europea ed il martello di FI, ha pensato bene di trasformarsi nella versione progressista (ovvero meglio disposta verso i diritti civili) di quello stesso liberismo di cui FI rappresentava, appunto, la versione socialmente reazionaria ed imprenditoriale.

Con i partiti ancora a "traino ideologico" spinti ai margini dell'arena politica (dalle nuove leggi elettorali di stampo maggioritario) da un lato e con l'appiattirsi dei partiti maggioritari sul medesimo programma liberista, dall'altro, è successo che la classe media abbia registrato su se stessa questa infelice concomitanza: da una parte, lo svuotamento di senso della rappresentatività parlamentare, ridotta di fatto a due versioni della stessa "minestra"; dall'altra -e parzialmente proprio a causa di ciò- all'aggressione selvaggia del capitale sul proprio potere d'acquisto: aggressione volontaria attuata perché l'UE potesse competere globalmente a discapito dei mercati interni e delle tutele del lavoro.

Agli italiani, l'associazione fra la perdita di senso della rappresentatività e la perdita del potere d'acquisto, è subito scesa "nella pancia" ed ha determinato, a mio parere, il risultato odierno: la vittoria di M5S e Lega in funzione anti-conformista e protezionista, con la coestensiva disfatta di PD e FI, in quanto "ratifica" della loro inadeguatezza e cioè della loro omologazione, pur "in doppia salsa", sul liberismo. Una Sinistra ed una Destra appiattite non servono a niente: anche senza grandi valutazioni intellettuali, gli italiani paiono averlo "intuito" sulla loro pelle. Penso che solo con il recupero graduale e coraggioso di vere e forti identità politiche, i partiti oggi giustiziati potranno sperare, un giorno, di risorgere dalle ceneri..

lunedì 26 febbraio 2018

Libertà è responsabilità, Democrazia è partecipazione

Perché le persone sono ciclicamente attratte da opinioni prevaricatrici? Guardando i bambini giocare, si vede spesso come molti amino impersonare animali domestici intenti a ricevere gratificazione da un/a padroncin@ affettuos@: si potrebbe dire che, crescendo, questa fantasia resti il gioco preferito di molti.


Una persona è molto più felice, quando è sottomessa a un’autorità benevola”, dice il Professor Marston nell’omonimo (e secondo me splendido) film biografico del 2017, scritto e diretto da Angela Robinson: l’esperienza quotidiana mi porta a pensare che, per molti, sia in effetti così. Certamente, secoli di mentalità cristiana avranno contribuito non poco ad instillare nella civiltà europea l’idea di attendersi la soluzione da un Deus ex machina benevolo ed onnipotente: ciò nonostante, ho il vago sospetto che la causa e l’effetto in questo caso sfumino l’una nell’altro. Ho il sospetto, insomma, che il Cristianesimo abbia fornito ai popoli europei l’occasione per lasciarsi andare ad una tendenza innata: la stessa del bimbo che fa il cagnolino per la compagna di classe; la stessa del leccapiedi del capo-ufficio; la stessa per cui alcune civiltà sacrificavano i loro più cari beni al fine d’ingraziarsi un mondo spaventevole.


Ritenere di essere liberi implica l’assumersi un’enorme responsabilità riguardo gli esiti della propria vita e della cosa pubblica. Come posso dire di essere libero, se le mie azioni, le mie parole ed i miei pensieri sono indifferenti e non sortiscono alcun effetto reale? Come posso dire di essere libero, quindi, senza ammettere il nesso causale fra ciò che faccio, ciò che dico e ciò che penso, con ciò che si produce nella mia vita? Ce lo ricorda anche lo zio di Peter Parker nella vignetta conclusiva della storia d’esordio di Spider-man (Amazing Fantasy #15, Marvel, USA 1962), che “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”: un impegno con se stessi e col mondo che, ho il sospetto, molti umani siano tendenzialmente insofferenti a doversi prendere. Alla responsabilità della libertà, mi pare sia per molti preferibile il valutarsi nella condizione d’inferiorità che offre l’indubbia comodità di potere delegare ad altri l’impegno delle soluzioni, nonché di potersi piangere addosso per le disgrazie, magari recriminando (senza reagire) sulle colpevoli inadempienze dell’autorità che si era riconosciuta. Chi ragiona nel modo che ho detto, lo fa ovviamente anche in un contesto democratico: i politici sono allora l’autorità cui si è riconosciuto potere, in cambio del proprio posticino da vittima “speranzosa” degli eventi.


Ovviamente la Democrazia è secondo me ben altro e richiede, nel contesto sociale della Polis, la stessa partecipazione “eroica” richiesta personalmente per accettare il prezzo della propria emancipazione dal vittimismo. Così come la propria libertà non può essere né percepita e né “spesa” senza l’assunzione della responsabilità dei suoi effetti, così la Democrazia esige la più vigile partecipazione di chi voglia mantenerla. La libertà, così come la Democrazia, sono regìmi enormemente più dispendiosi del vittimismo e della sudditanza: sono regìmi per gente che non si risparmia, sono regìmi d’iniziazione a se stessi e richiedono il coraggio delle grandi narrazioni epiche! Ulisse affronta il suo viaggio iniziatico contro il favore del Fato, così come le rivolte operaie “strappano” porzioni di libertà e responsabilità aziendale al potere del Capitale; l’uomo si lancia alla ricerca di se stesso ed affronta i propri demoni in vista della vera Volontà, così come i cittadini democratici affrontano le reciproche diversità per trovare il miglior punto d’equilibrio fra libertà soggettive e convivenza pacifica e costruttiva. In questa prospettiva, un approccio “liderista” alla Democrazia è un tradimento intrinseco del significato di quest’Ultima: smettiamola di inseguire capi prestigiosi e mettiamoci una buona volta a verificare le notizie, a scegliere partiti con una gestione interna democratica ed a seguire le assemblee del partito che abbiamo votato (qualunque esso sia), per valutarne l’operato e contribuire ad esso con la nostra esperienza. Essere democratici e liberi sono grandi fatiche e solo una precisa intenzione, seguita da una partecipazione puntuale a se stessi ed alla cosa pubblica, può renderle eventi effettivi (anziché illusioni).

venerdì 23 febbraio 2018

Animali "energetici" e come trovarli

Per affrontare correttamente l’argomento dell’uso evolutivo del simbolismo animale, occorre anzitutto distinguere fra tre categorie: 1) animali totemici, 2) animali guida e 3) animali di potere.

1) “Totem” è un termine che, in Europa, può essere utilizzato soltanto impropriamente, dal momento che si trova strettamente legato alle civiltà nord-americane preesistenti alla conquista da parte dell’uomo bianco: esso presuppone una concezione animista della realtà che prevede l’esistenza di un Grande Spirito cosmico, il quale si declina in una miriade di forze che si manifestano all’uomo sotto la forma di ogni ente ch’esiste. Se, per compararci ad un lessico europeo, accettassimo di paragonare il Grande Spirito all’Anima Mundi dei pensatori rinascimentali, potremmo intendere gli animali totemici come quelle sue particolari declinazioni "incarnate" nelle peculiarità comportamentali e percettive di una data famiglia di sangue, piuttosto che di un dato popolo: un po’ come gli animali araldici che, in Europa, descrivono l’indole di una stirpe svettando dagli scudi di ciascuna linea genealogica familiare. L’animale totemico non è mai soggettivo, riguardando sempre una linea di sangue od una stirpe od un popolo od una determinata civiltà: l’aquila è l’animale totemico del senato romano, mentre la lupa è l’animale totemico del popolo; il picchio è l’animale totemico dei piceni stanziatisi nelle Marche prima ancora della nascita di Roma, tant’è vero che, ancora oggi, la Regione lo porta disegnato sulle proprie insegne; il grifone bicefalo fu l’animale totemico dei Romanov, ecc.

2) L’animale guida è una figura che rientra nella medesima concezione animista già descritta e parimenti, indica una specifica energia in cui si declina verso l’uomo l’Anima Mundi: mentre l’animale totemico indica però l’indole collettiva di un dato gruppo umano, legato da una certa discendenza di sangue o da una certa psicologia sociale dovuta alla comune appartenenza culturale, l’animale guida definisce una energia di cui lo sciamano si giova per viaggiare tra i mondi sottili, allo scopo di portare a termine la sua funzione sociale. In un viaggio sciamanico, l’animale guida si offre all’operatore come quella specifica energia in grado di orientarlo nel suo operato: lo sciamano potrà in un caso invocare diversi animali guida a seconda delle operazioni che andrà a compiere oppure, in un secondo caso, si gioverà di un solo animale guida che con la sua simbologia, esprima su quali atteggiamenti il singolo sciamano possa fare leva, data la sua soggettività.

3) Gli animali di potere si dividono in due sotto-categorie ricalcanti, per certi aspetti, i due atteggiamenti che, si è visto, lo sciamano può assumere verso gli animali guida ed anche questi simboli si rifanno alla concezione animista. 3a) la prima categoria di animali di potere include quelli che stanno al soggetto come gli animali totem stanno ai gruppi: ogni soggetto scopre nella sua vita un animale di potere e nel confronto con le caratteristiche di questo, scopre progressivamente le proprie qualità intrinseche, ma spesso a lui stesso sconosciute: gli animali di potere di questo tipo accompagnano il soggetto dalla culla alla bara e non sono in alcun modo sostituibili, facendo talmente parte della persona da esserne in pratica l’alter-ego; 3b) la seconda categoria di animali di potere include quelli che, in qualche modo, si manifestano al soggetto in determinati periodi, per illuminarlo simbolicamente sulla circostanza ch’egli vive in quel momento: essi possono illustrare un atteggiamento temporaneo del soggetto, così come l’atteggiamento più opportuno da tener in una data situazione, così come la situazione stessa nelle sue qualità energetiche.

Come si individuano gli animali simbolici dei tre gruppi? Esistono sostanzialmente due metodi, uno di tipo epifanico, con l’incontro reale di un certo animale in circostanze rilevanti ed uno di tipo meditativo.

Nel primo caso, il soggetto incontra fisicamente l’animale in un contesto significativo come ad esempio, nella ricerca del proprio animale di potere personale (3a), la circostanza di essersi recato appositamente in un luogo selvaggio in modo rituale (cioè affrontandovi preghiere, digiuni, silenzi ecc.), al fine di vedersi comparire davanti un animale che segnali il suo valore simbolico attraverso un comportamento significativo per il cercatore stesso. Un altro modo “epifanico” d’incontro con animali energetici, stavolta sia totemici (1) che appartenenti ad entrambe le sotto-categorie “di potere” (3a-b), riguarda quegli avvenimenti che Jung chiama sincronicità: il cercatore sta pensando o facendo qualcosa inerente il suo percorso, l’auto-comprensione di se stesso e/od eventi e dinamiche tipici del suo gruppo ed in più di un’occasione, si verifica la concomitante apparizione di uno specifico animale: in questo caso, il soggetto comincia, con il susseguirsi delle coincidenze fra agito/pensato ed apparizioni, a riconoscere un nesso di valore simbolico e chiarificatore, fra i due fenomeni apparentemente slegati fra loro.

Il secondo metodo, più frequente, è quello utile a riconoscere animali energetici di tutte quante le tre categorie (totemici, guida e di potere “a+b”): tramite un viaggio sciamanico od un’opportuna meditazione, anche guidata dalla voce di un soggetto esterno, il cercatore entra in contatto con l’immagine mentale di un animale, del quale poi dovrà andare ad indagare le caratteristiche, al fine di ottenere un responso utile.

mercoledì 21 febbraio 2018

La Grande Ricerca

Mi è stato ultimamente richiesto di commentare esotericamente l’arci-nota fiaba di Cappuccetto Rosso: essendo un tema affascinante, esponendo il quale mi sarà poi possibile esemplificare anche alcuni meccanismi del mito, mi accingo a stenderne un'illustrazione, necessariamente riassuntiva. Per chi non lo sapesse, la fiaba in questione parla di una bimba invitata dalla madre a portare vivande alla nonna, aldilà del bosco: noncurante dei consigli materni, la bimba si lascia distrarre dal lupo, che la devìa dal percorso e la precede a casa della nonna, per tenderle un agguato. Nonna e Bimba, divorate dal lupo, vengono infine salvate da un cacciatore amico dell’anziana. Per avvicinarci culturalmente a questa fiaba è necessaria una premessa: con l’arrivo del monoteismo giudaico-cristiano in Europa, i racconti popolari assunsero su loro stessi il compito che in epoca politeista fu del mito, ovvero il narrare quelli che Jung chiamerebbe “archetipi”. Come bene spiega l’Emerito Sovrano Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia d’Italia, Giovanni Francesco Pecoraro, il mito non è che la versione “narrativa” di quelle “cose” di cui i simboli sono la versione “visiva” ed i riti la versione “drammatica”: quelle cose sono gli archetipi, ovvero le forme pensiero che la specie umana, dai suoi albori, ha assunto, elaborato e sfruttato per incontrare la realtà e riconoscerle significato. I singoli miti, i singoli simboli ed i singoli riti non sono che diverse forme comunicative di medesimi e antichissimi archetipi universali, declinati poi in ciascun tempo e luogo nelle immagini archetipiche che li rendono accessibili in ogni specifica civiltà.


1) Premesso ciò, il primo elemento da osservare è gioco forza il cappuccetto rosso che identifica il racconto, il quale, senza ombra di dubbio, deriva dal berretto frigio che fu di Mitra, eroe solare che inaugura la nuova era uccidendo l’antico toro: esso indica nella protagonista il soggetto di un viaggio iniziatico, finalizzato al sacrificio di una vecchia condizione in vista di un ciclo rinnovato di consapevolezza e di uno stato di comunione generato dal previo riconoscimento di valore alla propria identità. Il rosso è il colore del sangue e del fuoco, del mestruo, dell’erotismo e della volontà ardita: esso associa in sé i significati dell’individuazione e dell’auto-coscienza sessuale. 2) Il secondo elemento da osservare è quello delle tre donne ovvero un’anziana, una madre ed una bimba: dalla greca Ecate alla Diana trivia latina; dalle Moire greche alle Parche romane, alle Norne germaniche, il tema del trittico femminile si rifà alle tre fasi della vita (ingenuità/iniziativa, fertilità, saggezza) nel parallelo con le tre fasi lunari visibili (crescente, piena, calante). La madre di Cappuccetto Rosso è la Dea fertile e Regina, che spinge alla maturazione la nuova generazione con la richiesta di raggiungere il capezzale della saggia rappresentante del vecchio corso: comincia così una peripezia entro la selva oscura, popolata in questo caso da quella specifica fiera che ora valuteremo e cioè il lupo.


3) Nella tradizione europea e per certi aspetti anche mondiale, il lupo è l’animale sciamanico per eccellenza. Nel branco, esso rivaleggia sempre per fare valere la propria individualità eppure in quel branco egli, come ogni membro svolge, una precisa funzione di utilità collettiva: il lupo si pone così a simboleggiare da un lato la costante subordinazione di senso al gruppo e dall’altro, la continua messa in discussione del medesimo gruppo. In Grecia, “lupesco” era un appellativo del Dio solare delle arti, Apollo Liceo, la cui pianta sacra è l’alloro in cui volle trasformarsi Dafne per fuggirlo; nelle fiabe russe, il lupo è sovente l’animale-guida dell’eroe; nel mito italico, la lupa alleva i capostipiti solari di Roma e di Siena; nel mito norreno, una coppia di lupi serve Odino, che è il Dio Sovrano della Saggezza, della Guerra e dell’Iniziazione runica. Per il suo comportamento allo stesso tempo individualista e collettivista, accudente e predatorio, il lupo mantiene costantemente una duplice valenza solare e lunare, la prima legata alla capacità espressiva e la seconda, alimentata dal noto immaginario degli ululati all'astro notturno, alla trasformazione. Nel già citato mito norreno è presente, oltre ai due lupi del Dio Supremo Odino, un terzo lupo, che è figlio del dio dell’inganno Loki: si tratta di Fenrir, il Distruttore di mondi, colui che alla fine dei tempi, durante il crepuscolo degli dèi, ucciderà Odino stesso e divorerà il mondo, producendo involontariamente lo spazio affinché una nuova e migliore realtà possa emergere dalle antiche ceneri. Una lupa è tra le fiere che spingono Dante, autentico Cappuccetto Rosso ante litteram, dentro la Selva Oscura da cui uscirà soltanto dopo essere sprofondato nelle viscere dell’Inferno e quindi riemerso rinnovato; dalla figura mitica di Fenrir, il noto scrittore Michael Ende prenderà spunto per il lupo nero, servitore del Nulla distruttore, lanciato sulle orme del giovane cacciatore Atreiu ne La Storia Infinita, anche lui non a caso rivestito di un mantello rosso e dotato del simbolo di rinnovamento Auryn / Uroboros.


Cappuccetto Rosso si conclude con il cacciatore che apre la pancia del lupo per fare uscire di là sia la bimba, che la nonna insieme, a simboleggiare l’avvenuta associazione tra giovinezza e sapienza come effetto degli eventi trasformativi interpretati dall’ingannevole bosco, dal lascivo lupo e dal suo ventre "fecondo", nonché dall’intervento della controparte maschile costituita da lui stesso. Il cacciatore è l’aspetto positivo del lupo (cacciatore a sua volta) e l’aspetto maschile della Triplice Dea: in tutti i pantheon tradizionali, le divinità della guerra e della caccia sono anche le divinità del parto e della sapienza. In un’interpretazione monoteistica, il cacciatore è lo Spirito che illumina l’anima del fedele dispersa nelle difficoltà della vita; in prospettiva junghiana, egli è Animus che si ricongiunge alla coscienza che si sia presa la briga di morire a se stessa nel confronto con l’ombra.

venerdì 4 agosto 2017

Istinti, padroni, relazione e paure

Certamente la programmazione di specie, in noi mammiferi, incide molto sull’apertura ad un godimento esteso e liberale delle relazioni: il mio “pool genico” vuole riprodursi preferenzialmente e per far questo, utilizza i miei meccanismi d’autodifesa per aggredire i potenziali concorrenti, oltre che per assoggettare chi si relaziona con me, affinché questi non si permetta “divagazioni”. Con lo sviluppo intellettuale, il meccanismo darwinista si ammanta di una parvenza etica e così imparo a ritenere doverosa l’esclusività dei rapporti, con l’inconsapevole fine di produrre un mondo in cui il mio bisogno istintuale- riproduttivo di vincolare l’alterità a me, sia giustificato, coerente e tutelato. Aldilà delle suddette dinamiche, ben note del resto, mi pare non si sia mai abbastanza sottolineato il peso dei condizionamenti culturali esercitati sulla gelosia occidentale dall’etica abramitica, la quale, da un lato, semplicemente “eleva a sistema”, conferendogli una dignità religiosa, il dato etologico della pulsione al possesso in ambito riproduttivo. D’altro lato, l’esclusività –cristiana, diciamo- dei rapporti affettivi ha secondo me un’altra genesi, oltre al bisogno di ordinare socialmente le pulsioni di possesso già presenti negli istinti: essa si collegherebbe anche e soprattutto alla nozione di un dio da cui dipenda la mia esistenza, prima e la mia salvezza, poi.

Se io ho valore solo perché un dio avrebbe deciso di conferirmelo, traendomi dal “nulla”, allora io non ho effettivamente valore in me stesso: sono nella stessa condizione delle donne nella poesia cortese, le quali si elevavano non già per loro stesse, ma solo in quanto amate dal nobile cavaliere di turno. Se io ho valore solo perché un dio mi avrebbe “chiamato per nome” dal nulla, allora anche la mia felicità è per sempre legata a lui, che detiene questo potere di chiamarmi per nome e darmi così consistenza ai miei stessi occhi: mi sento perduto senza qualcuno che mi chiami per nome e questo mi porta, da un lato, a farmi servo di chi mi trae dal nulla; dall’altro, ad assolutizzare chi mi chiama. Il meccanismo religioso, una volta interiorizzato ed associatosi nel profondo alle pulsioni istintuali di possesso-interesse verso l’altro, verrebbe ovviamente replicato in qualunque contesto relazionale e non soltanto nel rapporto col dio che mi avrebbe creato. L’altro, colui che mi attribuisce un qualche valore a causa della sua predilezione per me, è ai miei occhi colui che mi chiama per nome e quindi, colui dal quale dipenderebbe la mia felicità: mi sentirei del tutto impossibilitato a “costruire qualcosa” in assenza di una pedissequa presenza dell’altro, perché interiormente io intenderei il mio costruire, cioè la mia realizzazione, come la condizione di permanenza nelle grazie di colui che mi avrebbe dato sostanza. Qui avrebbe genesi la dedicazione claustrale della vita, come tentativo di associarsi ad un "altro" affidabile.

L’altro, infatti, quasi mai si dimostra all’altezza del mio bisogno di qualcuno che, costantemente, stia davanti a me per pronunciare il mio nome, trarmi dal nulla ed “autorizzarmi” a riconoscermi valore: i bisogni dell’altro, così simili ai miei sia nel desiderio di possesso, che nel cercare riconoscimento, lo possono portare, più o meno spesso, a voltare il suo sguardo da me verso altre persone da possedere ed a cui chiedere riconoscimento. Se l’altro asseconda a mio discapito i suoi bisogni, io mi ritrovo senza nessuno che pronunci il mio nome: mi sento fallito sia nel soddisfacimento dei miei istinti, che nell’autostima. Se l’altro non asseconda i suoi bisogni di possesso e riconoscimento, probabilmente finirà per diventare nevrotico, perdendo le energie-motivazioni a lui necessarie per riconoscermi e servirmiSe l’altro mi asseconda a discapito dei suoi bisogni, contribuisce a rafforzare in me l’identificazione fra il mio valore e la sua presenza; se non mi asseconda più, innesca in me un horror vacui radicato sia a livello istintuale, che a livello culturalmente interiorizzato, tale da scatenare in me quelle forze reattive che, facendo leva sulle pulsioni di sopravvivenza, mi portano a squalificarlo attraverso una dinamica facilmente illustrabile grazie allo schema del “triangolo drammatico” elaborato, verso la metà del ‘900, da Karpman nel contesto dell’analisi transazionale: mi sentirò anzitutto vittima della sua ingratitudine per il mio riconoscimento della sua persona e quindi trasformerò tale vittimismo in un giudizio spietato dell’ingrato in questione, facendomi ben presto il suo carnefice.

Se il mio ragionamento dovesse avere una qualche validità, potremmo espanderlo al fine di cogliere le sue implicazioni in numerosi campi, come ad esempio quello clinico dello studio delle anoressie. Concordo con chi, genericamente, definisce le anoressie “disturbi dell’amore”; non sarebbero a mio avviso disturbi alimentari, ma modalità reattive per fare fronte allo sconvolgente bisogno di un nome pronunciato da terzi (e cioè di una attribuzione di valore dall’esterno): non sarebbero patologie delle società industrializzate, quanto piuttosto delle società cristianizzate. L’anoressico, davanti al pericolo di “restare senza nome”, agirebbe inconsapevolmente nella direzione di emanciparsi da tale paura, non però attraverso una conoscenza di se stesso (cioè attraverso un processo di scoperta del proprio nome da sé), quanto in quella di una rimozione del bisogno: facendo come se questo non ci fosse. Se ho ragione, l’anoressico sarebbe colui che rimuove il ruolo dell’alterità dalla propria vita, per paura che l’altro non sia costante nel conferirgli il valore di cui avverte un disperato bisogno sia per motivi di programmazione di specie, che d’interiorizzazione di un contesto culturale in buona sostanza nichilista, come quello cristiano. L’anoressico costruirebbe attorno a sé una sorta di verginità dal mondo nel disperato tentativo di fare a meno del proprio nome, inteso come attribuzione altrui: questa “verginità”, non a caso direi, pare esprimersi il più delle volte proprio nei due contesti maggiormente relazionali del vivere, come quelli dell’alimentazione e del godimento sessuale. Confondendo inconsapevolmente l’auto-centratura (“la mia prima responsabilità è verso la mia tutela”) con l’autarchia (“posso tutelarmi solo potendo non contare su niente e nessuno d’esterno a me”), l’anoressico andrebbe a chiudersi in un preconcetto di sé, mancando in effetti di una vera e risolutiva conoscenza di sé, cui si perviene invece perseguendo l'esperienza del piacere.

Se ho ragione, si spiegherebbe come mai l’anoressico identifichi talmente tanto se stesso con la propria condizione, da subìre statisticamente enormi contraccolpi in termini dissociativi, qualora essa venisse rimossa. L’anoressico vivrebbe un contesto di autoreferenzialità al quale, nelle sue fasi più evolute, sarebbe idealmente disposto a rinunciare solo a fronte di manifestazioni di devozione e disponibilità incondizionate, da parte dell’altro, nei suoi riguardi: devozione e disponibilità non soltanto di fatto impossibili da pretendere da un essere umano (dato che l’altro ha anch’egli bisogni propri), ma anche praticamente sempre giudicate ancora inadeguate, quale che sia la loro entità. Ne desumo che due fenomeni apparentemente così distanti, come la gelosia e l’anoressia, possano in realtà essere valutati come i due “rovesci” di una stessa “medaglia” definibile come “terrore di perdere il nome”: se su una programmazione di specie già preposta ad un possesso dell’ambiente e degli altri (al fine anzitutto di sopravvivere e poi di riprodurre preferenzialmente i propri geni), si va a sovrascrivere (interiorizzandola come una sorta di “secondo istinto”) una cultura che associa il valore dell’individuo al riconoscimento altrui, allora, in assenza di un autentico lavoro di auto-riconoscimento, le due “soluzioni” plausibili resteranno soltanto, verso l’altro, l’attacco (di gelosia) o la fuga (in se stessi).

mercoledì 5 luglio 2017

Elogio dell'Amicizia

L’Amicizia è una relazione paritetica fra individui e non un’interazione fra ruoli; è una reciprocità fondata sul piacere. Se il vizio è fondato sulla compulsione, il piacere è fondato sulla fruizione del bene; il vizio schiavizza la volontà, mentre il piacere la esprime: nella ricerca del piacere, quindi, l’umano coglie la piena individualità di se stesso. Nell’amicizia, fondata sul piacere, gli individui condividono il gusto della loro compagnia attraverso la loro fruizione reciproca: gli amici fruiscono reciprocamente del piacere di stare insieme ed insieme, fruiscono dei piaceri che li accomunano. Gli amici fruiscono del piacere tramite la condivisione autentica delle situazioni, delle reciproche esperienze, dei reciproci pensieri, dei reciproci percorsi, dei reciproci interessi, delle reciproche emozioni e del calore dei reciproci corpi. L’amicizia è una luce verso una vita nuova, salva da imposizioni e fonda un’etica libera da un “bene” inteso come “dovere”.


Nessuno deve niente agli altri, nell’amicizia e nonostante ciò, essa richiede a tutti cuori grandi e liberi dall’egoismo, volendo costruire per questi cuori una casa di godimento ed affetto ed un via autentica per spendere l’esistenza, perché, essendo un vero progetto di gioia fondato sulla ricerca e la condivisione del piacere, persegue la realizzazione delle rispettive identità. Davanti agli ostacoli, gli amici si prestano reciprocamente sostegno per continuare a perseguire il piacere comune. L’amicizia non esclude nessuno, lascia a ciascuno gli effetti del proprio libero operato e non sostituisce alcuno schema alla libera sperimentazione vitale, purchè tutti si prestino alla reciprocità nel sostegno alla fruizione del piacere: è una relazione aperta, fatta dalla priorità della dedizione reciproca da un lato e dalla possibilità di condivisione del piacere, idealmente con tutti, dall’altro. L’amicizia non è mai gelosa, perché è fondata sul reciproco godimento e non sul possesso schiavizzante. L’amicizia offre l’esperienza della totale dedizione reciproca, promettendo un autentico e spontaneo sostegno reciproco alla fruizione del piacere, tra chi la realizza: sostiene la caduta di chi la vìola, perché l’amico è colui che, nel piacere, ti ricorda chi sei; essa lascia liberi tutti di andare, perché non nasce dal “dovere di stare”, ma dal piacere di condividere la gioia.