domenica 25 ottobre 2026

Siamo (anche noi) "solo dei poveri comunisti"?

Detesto con tutte le forze ogni forma di parassitismo, buonismo, pietismo, assistenzialismo paternalista infantilizzante del cazzo ed amo invece la responsabilità personale, la virile iniziativa e lo Stato che si mette da parte se i cittadini vogliono tentare liberamente qualcosa, ma resta che lo scopo di una società è raggiungere, insieme, obiettivi più ampli di quelli perseguibili da soli; da una prospettiva strettamente logica, visto che riguardo i sentimenti e l'empatia ciascuno fa legge a sé, a me pare che il senso di un gruppo sia insomma la collaborazione.

Ora, a me pare che nessuno s'impegnerebbe con grande dedizione all'impresa comune di un gruppo dal quale non si sentisse tutelato ed a me pare anche che sia difficile sentirsi tutelati da un gruppo adottante un sistema che penalizzi la perdita di efficienza, come un incidente od un handicap od una malattia che impedisca improvvisamente di lavorare.

Se è vero che il gruppo esiste per il raggiungimento di fini comuni, da un lato è normale che la perdita di efficienza implichi logicamente l'esclusione dai vantaggi del gruppo; d'altro canto, a me pare logico anche supporre che pure nella propria fase di massima efficienza ci si troverebbe costretti ad investire troppo poco nell'impresa comune, sapendo che ne si verrebbe esclusi immediatamente alla prima perdita di efficienza e che quindi l'idea di welfare, lungi dall'esser in contraddizione con un sistema privatistico degli affari, ne sia invece il compendio indispensabile ai fini dell’efficienza “psicologica" ed a lungo termine del gruppo stesso.

La tutela non è soltanto un costo che la società sostiene quando qualcuno non produce; può essere una delle condizioni che rendono razionale, per ciascuno, contribuire quando può: se so che una malattia o una disgrazia può cancellare in un colpo solo la mia sicurezza materiale, allora una parte delle mie energie va necessariamente nella difesa individuale dal rischi per esempio risparmiando più del necessario, evitando cambiamenti mobilitanti, ma rischiosi, non lasciando un lavoro anche se inadatto o rinunciando ad investire tempo in formazione o in un’impresa.

Una protezione condivisa può liberare risorse e iniziativa ed in questo senso, mi pare che il welfare possa essere considerata una“infrastruttura” dell’attività economica, non la sua alternativa: uno strumento che rende più sopportabile il rischio e quindi, in certe condizioni, rende le persone più disposte ad innovare, cambiare lavoro e collaborare.


Mi pare si aggiunga una questione di reciprocità nel tempo, poiché non siamo sempre efficienti, sani, giovani od occupati; un sistema di protezione può essere inteso non come un trasferimento di fondi da un gruppo di produttivi ad un gruppo d’improduttivi, ma come un’assicurazione comune contro fasi della vita e rischi che, in momenti diversi, possono riguardare potenzialmente tutti: oggi contribuisco; domani potrei aver bisogno ed anche senza far appello alla bontà od all’altruismo, questa mi pare una ragione razionale per progettar un sostegno reciproco istituzionalizzato.

Dico “progettare” perché la razionalità del sussistere del welfare non implica che ogni sua forma sia automaticamente efficiente: una forma di tutela può risultare troppo esigua per rassicurare oppure può creare deresponsabilizzazione, come quando accettar un lavoro essendo nella condizione di farlo, comporti la perdita brusca di benefici importanti, “remando contro” quella collaborazione per la quale l’intervento era stato pensato.

Se il welfare espone al rischio di consumare risorse in modo inefficaci, ciò è l’occasione per chiedersi quale tutela, con quali incentivi e con quali fini sia utile implementare e non per concludere che la tutela sia in sé contraria all’efficienza del gruppo ed/od alla responsabilità del singolo.

Nel senso più stretto, “efficienza” è produrre molto con poche risorse, nel presente; in un senso più ampio, è mantenere nel tempo un gruppo capace di cooperare, assumersi rischi e riprendersi dagli imprevisti: un sistema può apparir efficiente nel primo senso e risultare fragile nel secondo, se scarica ogni rischio sul singolo e può pur accadere il contrario: una protezione mal calibrata può indebolire gl’incentivi senza offrire vera sicurezza.

sabato 24 ottobre 2026

E' tutto un attimo

Riguardo le dinamiche filosofiche degli atti terroristici degl'ultimi giorni, operati a Milano da parte di gruppi di ragazzini delle Superiori composti al 50% da figli d’immigrati, mi sento in dovere di ricordare l’indispensabilità, ai fini dell’analisi, delle categorie teologiche senza le quali resta a mio avviso impossibile comprendere la "saldatura rosso-verde" in atto.

Purtroppo l'Islam è un monoteismo abramitico come il Comunismo, il Cristianesimo ed il Giudaismo, per cui s'intendono alla grande; tali monoteismi, infatti, sono contraddistinti da un nichilismo di fondo ad intra e da un manicheismo ad extra difficilmente sottovalutabili nella lettura dei fatti odierni: essi sono nichilisti in quanto fondati esclusivamente sui gusti del loro dio, per cui conta solo la missione imposta e giammai il presunto valore intrinseco dell’altro; sono "manichei", perché giudicano esclusivamente in base ciò che avvantaggi o penalizzi la missione.

 

E' dalla Prima Internazionale che il Comunismo è nemico delle identità locali (eccezion fatta per quelle utilizzabili come "teste d'ariete" contro i suoi nemici) in quanto è appunto, nella sua struttura concettuale, UNA RELIGIONE monoteista abramitica la quale, come tale, riconosce come unico criterio separativo quello tra fedeli ed infedeli, a dispetto di ogni altra appartenenza, nazionale e/od addirittura familiare (gesucristo docet).

Al posto del paradiso ci sarà il "sol dell'avvenire"; al posto della lotta al peccato ci sarà la lotta di classe; al posto dei fedeli ci saranno ora i proletarii, ora gli "ultimi" del pianeta (“terzomondismo”), ora i queer ed ora le "seconde generazioni", in base alle epoche; al posto del messia ci sarà il "Che Guevara" o il partigiano o la donna abusata o il clandestino affogato in mare di turno "morti per la libertà", ma il racconto è sempre lo stesso ovvero quello della Guerra Santa contro chiunque non la pensi come loro, giustificata da un insopportabile "pietismo" di facciata (chiàgn'e ffòtt, dicono giustamente a Napoli): da un lato c'è l’orgoglio identitario/diavolaccio che frustra il disperato bisogno di soccorso agl’incapaci (promessa tipica dei monoteismi abramitici, ancora una volta, che s'incarni in un salvatore, in un profeta, in un re-messia o nell’assistenzialismo statale), mentre dall'altro c'è il salvatore/società "DEI CIVILI" che TUTTO perdona AI SUOI FEDELI.

La mia idea è questa, insomma: da una parte abbiamo la "carne da cannone" del momento, piazzata in prima linea; dall'altra abbiamo l'accondiscendenza post-democristiana delle istituzioni e post-gramsciana degl'intellettuali organici che le forniscono copertura politica per motivi di affinità concettuale e teleologica; accanto a ciò, abbiamo uno spirito di Virtus, Maiestas e Devotio PERSONALI, prima ancora che nazionali, che s’è lasciato depotenziare COLPEVOLMENTE per decenni pur di farsi ammettere alle feste delle "anime belle", riducendosi all'impotenza (di nome e di fatto).

martedì 19 maggio 2026

L'assolutismo del relativismo

Scorgo un movimento per così dire “garantista” che procede dal contesto degli studi psicologici e per il quale ogni atteggiamento umano sarebbe in ultima analisi condizionato da situazioni pre-personali e quindi non passibile di un giudizio che non risulti sommario, se non addirittura puerile.

Proverò di seguito a spiegarmi meglio.

Se la postulazione dell’inconscio ha permesso, dagl’inizi del ‘900, di dar un nome a tutti quegl’indubbi automatismi, innati ed/o culturalmente inculcati, che precedono le scelte “coscienti” dell’individuo, mi pare che oggi una certa e preponderante corrente di pensiero si avvalga di tale assunto per esautorare l’individuo da ogni responsabilità.

Le persone non sono mai “pigre”, ma inconsciamente frenate da precondizioni ostili alle aspettative della società; le persone non sono mai vigliacche, ma vittime di occulti meccanismi che sfuggono al loro cosciente controllo.

Attenzione, non sto dicendo che la pigrizia o la vigliaccheria vadano valutate in senso moralista: sto affermando che certa gente ritiene impossibile che volontariamente ci si adagi sulle proprie rassicuranti abitudini senza che questo sia dovuto a traumatizzanti inconsce paure e sto affermando che certa gente ritiene impossibile che si faccia il proprio interesse nascostamente ond’evitare il giudizio sociale od a discapito di palesi debolezze altrui, senza teorizzare la sussistenza di fragilità eccedenti la propria responsabilità diretta.

Mi torna in mente il dibattito tra cattolici e luterani in merito, rispettivamente, alle nozioni di “libero” o “servo” arbitrio: mentre per Santa Romana Chiesa l’umano è capace di piena avvertenza e deliberato consenso davanti al peccato, per le chiese della prima riforma l’umano sarebbe talmente condizionato dal cosiddetto “peccato originale” da non potere vantare meriti neppure a fronte di proprie presunte virtù; se per il cattolico la salvezza è una corresponsabilità dell’individuo, per il luterano e molto più per il calvinista, la stessa è nient’altro che pura grazia ed in ultim’analisi una questione di “culo”, si potrebbe dire: il dio ti ha eletto e tu sei salvo, perché di per sé saresti un perfetto incapace vittima dei propri imponderabili “difetti di fabbrica”.

Personalmente, se guardo ai trascorsi delle mie scelte, mi pare di avere sempre scorto in esse una pur flebile “finestra” di arbitrio entro la quale io abbia potuto “muovermi”: certamente, ricordo d’avere in certe occasioni avvertito molti più vincoli che in altre al mio potere decisionale, ma a mia memoria non ravviso davvero neppure un singolo episodio in cui la mia condotta non lasciasse alcuno spazio a quella ad essa contraria.

 

Si potrà obiettare che il mio caso, anche riconoscendogli un valore oggettivo, non basti a dimostrare l’universalità di quanto da esso rappresentato oppure si potrà osservare come un eventuale inconscio, postulato appunto come ambito non conosciuto non solo del mentale, ma dell’intero olobionte psico-fisico, per definizione impedisca di valutare la sua portata condizionante sulle scelte: entrambe le puntualizzazioni risulteranno sensate sul piano logico, ma a mio parere il discorso va spostato dal piano speculativo al piano pragmatico.

Siamo certi di volere salvare la presunta “bontà” dell’individuo a dispetto della sua dignità di essere senziente? Perché intendiamoci: o una persona è capace in qualche misura di scegliere e di beccarsi i meriti e le “frustate” per ciò che sceglie o si sta ammettendo ch’egli sia una cazzo di vittima degli eventi.

Se ogni persona agisse non per scelta, ma per “programmazione”, allora frequentare una persona piuttosto che un’altra non si limiterebbe neppure ad una mera questione di programmazioni preferite, ma addirittura ad una fortuita corrispondenza di programmazioni fra due automi: la cosiddetta “co-dipendenza” non sarebbe un tratto specifico e circostanziale di certi rapporti, ma la conditio sine qua non di qualunque relazione fra persone che, per dirla con Hume, non risulterebbero essere altro che un “fascio di sensazioni”.

Se le persone vengono considerate incapaci di fare danno con piena avvertenza e deliberato consenso, vengono di fatto considerate incapaci sic et simpliciter, da cui deriva un definitivo impedimento ad ogni crescita al di fuori della pura circostanza fortuita: chi non può avere colpe, neppure può avere meriti.

Siamo sicuri che voler esautorare in ogni caso le persone dalle proprie responsabilità, ritenendo quasi socraticamente che solo l’ignoranza generi l’errore, non nasconda una dogmatica (e cioè autoreferenziale e perentoria) considerazione di certi comportamenti come “erronei”?

Se dico che i danni procurati da una persona non sono colpe in quanto effetti di un condizionamento occulto, sto ammettendo sia il mio giudizio moralista verso le scelte che non le voglio appunto imputare, che l’ontologica impotenza della persona in oggetto: per contro, se parto dal presupposto che un margine d’autonomia sia riferibile ad ogni scelta, posso liberare chi sceglie dal principio d’impotenza e posso liberare le sue scelte da un giudizio morale normativo di cui non avrei più bisogno, poiché se una persona sceglie ciò che sceglie perché lo preferisce, a me basta incazzarmi per le scelte che dovessi ritenere per me o per lei dannose, a prescindere dal fatto che siano intese come “oggettivamente” buone o cattive.

Per cinico diletto (o per fragilità inconscia?) a me, personalmente, va d'incazzarmi con le persone davanti alle quali provo fastidio, senza star a preoccuparmi del fatto che siano “buone” o “cattive” (anche loro malgrado) ed anzi, limitandomi a scegliere come relazionarmi ad esse di volta in volta in base ai miei obiettivi: aggredendole se voglio sentirmi potente o perdonandole se voglio sentirmi “in odore” di santità.

venerdì 17 febbraio 2023

Pagani vs cristiani

Penso che il tema del passaggio epocale di Roma (e con essa, di tutta la civiltà europea) dal politeismo al monoteismo sia molto articolato, perché sia la prima forma, che la seconda, poggiano innanzitutto su caratteristiche antropologiche, prima ancora che politiche: come ben intuì Edith Stein in un noto scambio col collega Ingarden (a proposito dei motivi per cui filosofi parimenti abili giungessero ora a soluzioni realiste, ora a soluzioni idealiste), in effetti esistono nella persona istanze “pre-razionali” che forniscono una sorta di “matrice” a tutto lo sviluppo del suo pensiero successivo.


Se da un punto di vista storico-politico il passaggio di paradigma avvenne attorno al tema della gestione unilaterale del potere (a una Repubblica che diventa impero, serve un'ideologia non più pluralista, ma incentrata su un "pensiero unico" a favore del governante) e se dal canto filosofico, la prima vera codificazione concettuale del monoteismo è a mio parere riscontrabile già nella “scissione ermeneutica” che Platone (ripreso poi abilmente, in termini teologici, da Agostino) opera fra pluralità degli enti (“materia”) ed unitarietà dell’idea (“anima”), direi che, sul piano antropologico, il politeismo si basi sull’esperienza della pluralità di “forze” che “abitano” la realtà, mentre il monoteismo si fonda sull’insopprimibile esigenza umana di trovare unità di senso al proprio esistere.

Essendo il politeismo sostanzialmente “orto-pratico” (cioè fondato sulla correttezza di azioni da compiersi per interagire positivamente con le forze del reale) ed il monoteismo in linea di massima “orto-dosso” (e quindi fondato sulla convergenza delle esperienze in un’unica “cornice di senso”), a me pare chiaro che, specialmente in epoche di forte “smarrimento”, il secondo modello abbia potuto, più del primo, dare l’impressione di potere fornire, al proprio operato, una “terra più solida” su cui “poggiare i piedi”.

Persecuzioni imperiali contro i gentili a parte, direi che la cultura politeista, che io comunque professo, abbia evidentemente “fallito” storicamente anche nella misura in cui, a mio parere, non si è dimostrata capace di associare, ad una efficace pratica, un’altrettanto convincente “weltanschauung” che sapesse contestualizzare tutte le sue (apparentemente) diverse istanze, in un “quadro” concettuale finalmente unitario anche sul piano intellettuale (ed ancor più, forse, "emozionale", dato l'alto valore consolatorio di una cultura inneggiante la salvezza): se le riforme augustee si fossero preoccupate maggiormente di coordinare anche sul piano cognitivo/psico-emotivo i varii aspetti del culto, anziché limitarsi a riorganizzarli formalmente in funzione governativa e (in parte) di “restaurazione” tradizionalista (del genere “si fa così perché facevamo così”), ecco… forse la Storia sarebbe andata diversamente.

venerdì 10 febbraio 2023

Lacrime di coccodrillo

C’era una volta la RAI, titanicamente impegnata a “fare gli italiani dopo che s’era fatta l’Italia”; anche quella era propaganda (beninteso) e la musica seguiva lo schema, con gli interpreti “per famiglie” da un lato ed il cantautorato dissidente, dall’altro.


In assenza di competizione fra emittenti, i criteri della RAI erano politici e con il triplicarsi delle emittenti, la propaganda si era lottizzata, coi Baglioni su Rai1 e coi Guccini su Rai3: poi arrivarono gli anni ‘80, con Berlusconi e con l’ “Auditel”.

Mi pare che oggi si colpevolizzi il web per degli effetti che hanno in realtà le loro cause altrove, molto più lontano nello spazio-tempo: se la RAI doveva competere con (l’allora) Fininvest per l’Auditel, introdotto per quantificare il costo degli spazi pubblicitari, allora i criteri di trasmissione dovevano progressivamente smettere di essere politici (ossia partitici) e dovevano farsi commerciali.

In epoca di propaganda a suo modo pluralista, i Morandi e i Celentano potevano stare sereni fintanto che cantavano l’amore e l’ecologia, mentre i De André potevano giocarsela con la difesa delle minoranze e della lotta operaia; l’idea di qualità non perveniva direttamente dalle produzioni, ma (mi pare) dal retaggio di un certo modo “arcaico” di ragionare, nello stile “far le cose per bene”.

Le cose si facevano “per bene” perché, dopo la guerra, dovevano durare; forse, pure la musica si faceva “per bene” solo perché la gente voleva ancora così "per principio", in generale: non perché il popolo italiano semi-analfabeta di allora, avesse più cultura musicale di quello semi-analfabeta attuale.

Se in Italia i vecchi (ed io tra loro) si lamentano oggi della musica non più “fatta per bene”, a mio parere non è da avercela col web, ma con la sbronza di luccichii e “smutandamenti” che loro tutti si fecero al “Drive-in”: con la loro malintesa idea di sviluppo, che sostituiva il fare sempre meglio, con l'avere sempre di più e sempre più spesso cose nuove, possibilmente "odoranti" di straniero.

Il sistema keynesiano di auto-consumo andò in “rotta di collisione” con la realtà quando la gente, dopo il “boom” economico, volle sempre più “Golf” e sempre meno “128” e “Ritmo”: all’inizio perché forse erano davvero fatte meglio: poi sempre più, solo perché parevano diverse dal solito.

Non prendiamocela coi ragazzi della Trap o con Sanremo, che nell’esprimere il "clima" del Paese si dimostra (in fin dei conti) inossidabile: prendiamocela con noi stessi, con la sbronza che ci beccammo e con la nostra pigrizia nel non coltivare sottigliezza di vedute e competenze... anche musicali.

giovedì 24 marzo 2022

Non si finisce mai d'imparare

 Ho scritto spesso, su questa pagina, contro la possessività fra gli esseri umani ed in favore del cosiddetto “poliamore”; pensavo d’essermi fatto, nel tempo, un’opinione abbastanza chiara, su cosa fosse l’Amore: ora che mi trovo a sperimentare sensazioni che avevo evidentemente dimenticato da tempo, mi trovo pure a dover ammettere che sia necessario, da parte mia, prendermi tutto il tempo di questa (probabilmente lunga) scrittura, per osservare con calma – e riconsiderare, nel caso – le mie posizioni.

Le cose che mi accadono, si muovono vorticosamente nei miei pensieri fino a che non mi decido a dare loro forma, scrivendone: scrivere è da sempre, per me, il modo più efficace ed economico per fare le “grandi pulizie”, della mente e del cuore e mettere ordine, negli “scaffali” del mio vissuto.

Ero giunto alla conclusione che l’Amore fosse un’invenzione letteraria e che le uniche realtà che davvero esistessero, fossero quelle che i greci chiamano “eros” (rudemente, la “brama”), “filos” (“simpatia”, intesa come il sentirsi simili) ed “agape” (“compartecipazione”, potremmo dire per farla breve… come sentirsi legati ad un fine comune e provare, pertanto, empatia reciproca), distribuite in varî modi nelle più disparate forme di relazione.

Ero giunto alla conclusione che “amore” non fosse che una parola usata come “paravento” romantico delle proprie tachicardie, dettate a loro volta da una possessività di specie, tipica di tutti i mammiferi: ero giunto a ritenere che dire “ti amo” significasse dire “ti voglio come mia proprietà, perché mi servi per appagare i miei bisogni”, millantando il tutto, ipocritamente, come un dono di sé fatto all’altra persona.

Ritengo ancora – sia ben chiaro – che la gratuità assoluta, perlomeno in questo universo, non esista e che ciascuno di noi abbia davvero dei bisogni insopprimibili che soltanto le relazioni possono colmare, così come ad esempio l’esigenza di un’identità, la quale è sempre il prodotto di ciò che si è e di ciò che si riceve dall’esterno; ritengo ancora – sia ben chiaro – che lo stare in un rapporto che non si ritenga in qualche forma vantaggioso per sé innanzitutto, indichi la presenza di una fragilità psicologica (di co-dipendenza, direi, il più delle volte); ritengo ancora – sia ben chiaro – che lo stare in un rapporto senza essersi prima fatti “le ossa” stando in piedi da sé, sia nocivo per tutti coloro che a quel rapporto partecipano.

Quello che mi sento di dovere riconsiderare, concerne l’ampliamento della mia esperienza con le emozioni, che ho scoperto essere una sorta di sesto senso capace d’informare la persona non sulla luce come la vista, né sulle onde sonore come l’udito, ma sulla “prossimità”: se il gusto mi permette di avvertire la composizione chimica di ciò che mangio… se l’olfatto mi permette di cogliere le particelle sospese nell’aria e se il tatto mi indica la qualità e la temperatura delle superfici, ecco, le emozioni mi permettono di riconoscere ciò che tende all’unità, da ciò che tende alla separazione.

Le emozioni, per quel che ne capisco oggi, sono il modo che abbiamo per distinguere la qualità energetica di qualcosa, come ciò che noi esoteristi definiamo “solve” e “coagula”: se quasi sempre vedo le emozioni esprimersi come una specie di “schiavista” che s’impone sulla volontà, è perché forse, mentre nessuno penserebbe mai d’identificarsi con il proprio udito, in molti tendono ad identificarsi con le proprie emozioni, anziché accoglierle come la forma di conoscenza, al proprio servizio tanto quanto il raziocinio, che – a mio parere – sono.

Ora, se le emozioni sono in effetti il senso che informa sulla distanza “energetica” fra le cose e sulla loro tendenza a generare unità o separazione, allora l’Amore come emozione in effetti esiste e più precisamente, esiste come percezione di un'eccelsa avvertenza di unità con l’oggetto d’amore: quando la brama dettata dal bisogno, la simpatia dettata dalla somiglianza, l’empatia e la percezione che l’altra persona sia una parte significativa del proprio percorso, raggiungono alti livelli, allora ciò che si prova è l’Amore… quello stesso che «muove il Sol e l’altre stelle» - come direbbe Dante – esprimendo il senso di unità fra le cose.

«Ti amo perché ti sento colma di significato nella mia vita»… «ti amo perché ti sento tutt’uno col mio destino», potremmo dire: l’esperienza mi porta a pensare che questa sensazione, perlomeno per chi non sia avvezzo ad identificarsi troppo con le proprie emozioni fino – davvero – a cascare bocconi davanti a chiunque gli susciti un po’ d’istinti sessuali, sia piuttosto rara da provare.


Continuo a ritenere certamente possibile il realizzarsi di un “poliamore”, perché ritengo davvero che possano darsi casi in cui più persone, meravigliosamente, si sentano talmente “destinate”, le une alle altre, da non riuscire oramai più a concepire fra loro una “scala gerarchica” di vicinanza che metta comunque qualcuno fra loro al primo posto, rispetto a qualcun altro; continuo certamente a ritenere ancora che le persone non possano possedersi a vicenda e che nessun “amore” (o presunto tale) possa autorizzare una persona ad avanzare diritti sulla vita di un altro.

Ciò che non ritengo più, è che il realizzarsi di un poliamore possa essere un evento frequente: ciò che riscopro, di questi tempi, è che la sensazione di unità che più su ho definito “amore” è già di per sé talmente rara e talmente tesa – appunto – ad avvicinare sempre più fra loro quelli che reciprocamente la provano, da essere di fatto totalizzante nonostante la disponibilità reciproca a riconoscersi come soggetti che restino distinti e personalmente liberi.

Proverò a spiegarmi meglio asserendo che, a mio parere, almeno una parte dei tanti, presunti poliamori, sono in realtà fenomeni di comunità affettive che non raggiungono l’intensità totalizzante dell’Amore (inteso appunto come profondo significato dell’altro nel proprio destino), quando non addirittura, banalmente, fenomeni di coppie “aperte” o di “triangoli” sessuali, “farciti” di (magari intensa) amicizia reciproca... il che non le rende situazioni meno legittime, intendiamoci: mi pare semplicemente, oggi, molto più arduo ch'esse riguardino una percezione esistenziale tanto intensa, quanto quella generata da qualcuno le cui caratteristiche lo rendono tanto raro.

Non pretendo certo che la mia singola esperienza abbia una validità universale e pertanto, queste mie riflessioni hanno soltanto – come anticipavo – lo scopo di mettere ordine fra quello che provo e quello in cui “credo”.

L’Amore che provo oggi è davvero una sensazione unitaria talmente potente, da farmi vedere l’altra come un “pezzo” del mio stesso destino, come se tutte le esperienze mie e sue, ci avessero “forgiato” in modo da farci trovare maturi abbastanza per riconoscerci, al momento del nostro incontro; l’Amore che provo oggi è una brama, una simpatia, un’empatia ed un senso di compartecipazione, tali da farmi ritenere quasi impossibile che un evento così irruento, che trovo quasi miracoloso, possa davvero verificarsi tanto facilmente addirittura fra più persone insieme, contemporaneamente.

Se oggi scopro le mie emozioni come uno strumento più che degno per la comprensione di ciò che sperimento, tanto quanto la mia intelligenza cui sempre mi sono prioritariamente appoggiato, allora i soli criteri mentali con cui costruivo il mio “paesaggio ideologico” precedente, devo per forza correggerli alla luce di questa nuova fonte sensoriale, fino a modificare radicalmente le mie teorie.

Le persone non possono essere ostaggio delle emozioni altrui e razionalmente, la vita è lunga e piena di “fluttuazioni”, cosicché trovo ancora ragionevole pensare che nuovi, estemporanei bisogni, possano in effetti portare anche due persone che si amano davvero, ora ad avvicinarsi in forma esclusiva ed ora a prendere – magari momentanee – parziali distanze, costituite da altri rapporti; la persona che amo, resta libera nella sostanza “a dispetto” di quello che sento e nonostante ciò, quel senso di unità che provo con lei è tale che le mie emozioni mi avvertono subito - e dolorosamente - del pericolo di un distacco o di un “rallentamento” nella nostra relazione.

Quando penso alla donna che amo, rifiuto di usare etichette come “morosa”, “compagna” e simili, perché questi nomi, a mio avviso, definiscono ruoli che sottintendono un controllo reciproco fra le parti, come una sorta di “contratto” che sottrae il cuore della relazione al piacere di essersi trovati, per consegnarlo nelle mani di aspettative sempre foriere di recriminazioni.

Quando un rapporto assume una forma fissa, “contrattuale”, coloro che ad esso partecipano, tendenzialmente non accoglieranno più l’altra persona come un dono, ma come qualcuno che debba assolvere a delle clausole: nasce così il controllo che è sempre un sopruso, perché non esiste - per colei che amo - un vera libertà, se non è libera in ogni momento di essere anche in un altro posto rispetto a dove io sono o con un'altra persona rispetto a me, senza il rischio di non trovarmi più al suo ritorno.

Data la curiosità di tutto ciò che può succedere a una persona, non posso escludere che anch’io, nella mia vita, non possa, un giorno e in un dato momento, trovare consolazione in un rapporto diverso da quello con la persona che amo ed in quel caso, vorrei che in nome della libertà sostanziale fra le persone, l’evento non offuscasse quella profonda avvertenza di senso che vivo come l’Amore fra noi: ciò nonostante, in questo istante sento forte la spinta a dedicarmi “in senso romantico” esclusivamente alla persona che amo, non in virtù di un suo possesso nei miei riguardi, ma in forza del significato esistenziale profondo e – oserei dire - “sacro” che attribuisco al nostro incontro.

A mia volta, ritengo di dovere alla persona che amo la forza etica di riconoscerle libertà anche qualora - e per qualsiasi motivo che non le neghi l’Amore di fondo per me – decida di vivere esperienze “romantiche” diverse da quella fra noi, pure io augurandomi in tutta onestà e col cuore in mano, che un evento emotivamente così "provante" ("provante" per il suo potere di mettere in discussione quella percezione di miracolosa unicità dell'incontro che, secondo me, è la sostanza stessa dell'Amore) non mi “cada” mai addosso, da parte sua.

Un’amica mi ha detto: «sarai d’accordo sul fatto che fare bene una cosa è più semplice che farne bene due o più» e questa è una banalità che però a volte sfugge e davvero, se l’altra persona è ai miei occhi quell’evento di tale convergenza di vite, da parermi quasi incredibile, tutte le mie forze sarò portato senz’altro a destinarle all’incremento di quella meravigliosa esperienza, trepidando nell’osservare (rispettando doverosamente la sua libertà, per l'appunto) se anche l’altra persona si sentirà di fare altrettanto nei miei riguardi.

Le persone nascono e restano libere; si incontrano che hanno già precedenti relazioni, precedenti esperienze e – forse – sussistenti situazioni di contiguità affettiva e sessuale: accogliersi in toto nel nome di quel destino comune che si avverte con l’Amore è senz’altro l’unico modo concreto di dare sostanza a quel senso di unità, ma parafrasando proprio la donna che amo, restare in possesso della propria libertà non significa doverla per forza usare unilateralmente ed avere mondi preesistenti all’incontro, non significa per forza che questi debbano mantenere, anche dopo essersi trovati con qualcuno di eccezionale (in senso letterale), la loro precedente forma; dipende, probabilmente, da quanto “grosso” si avverte che sia, ciò che c’è “in ballo”.

venerdì 14 gennaio 2022

Fra l'incudine e il martello

La sfida che come pagani siamo chiamati a mio parere a raccogliere, in questo frangente, è davvero notevole. Da una parte, c’è chi si ribella (giustamente) all’ordine dittatoriale che si è costituito, ma appellandosi cristianamente ai diritti “naturali” (e perciò presuntamente inviolabili) dell’Uomo; dall’altro c’è chi afferma, implicitamente, che i diritti siano (effettivamente) soltanto un costrutto sociale e che pertanto siano nella disponibilità insindacabile della decisione politica.

Ebbene, io appartengo alla seconda schiera eppure contesto comunque il regime totalitario vigente: perché? Cominciamo da principio, dicendo che io NON credo nell’esistenza di diritti naturali: nessuno mi deve niente ed io non devo niente a nessuno, ma tutti siamo, per certi aspetti, in concorrenza fra noi ogni qual volta i nostri personali interessi finiscano in conflitto con i personali interessi altrui.

I monoteisti possono permettersi di credere ai diritti naturali dell’Uomo perché, a loro dire, l’Uomo stesso sarebbe una creatura del dio e godrebbe di tutti i diritti concessigli da quello stesso dio (il che lo trovo di un nichilismo implicito estremo, giacché tutto ciò significa che l’Uomo ha dei diritti non perché li abbia in sé, ma perché ad un dio piace che li abbia); il cristiano ha Gesù come modello umano e può dire che sia pienamente umano solo chi coincida con lui, mentre un pagano, che non ha alcun modello di “umano perfetto”, si trova escluso da ragionamenti simili.

Questo significa che un pagano debba per forza riconoscere che, non esistendo diritti umani inalienabili, vada considerata legittima la situazione attuale? Ma per nessun motivo! Io penso che l’Uomo non abbia alcun diritto e che in effetti, ciò che chiamiamo “diritti” non sia altro che un accordo fra pari su dove fermarsi nella marcia verso l’altro, al fine di mantenere una concordia sociale utile a tutti, ma questo non significa che non esista alcun criterio logico (anziché dogmatico) per stabilire cosa sia lecito e cosa non sia lecito fare.

A cosa serve stare insieme? Aldilà dei vari gradi di empatia che ciascuno esprime e che, giocoforza, non possono essere soggetti a normativa, stare insieme è utile a tutti perché insieme si riescono a raggiungere obiettivi inarrivabili da ciascuno, preso nella sua singolarità. Per poter collaborare, è necessario un clima di tutela sociale reciproca: io posso investire le mie forze nell’opera comune, perché so che, qualora mi trovassi in difficoltà, altri giungerebbero in mio aiuto con le loro risorse; ne deduco, a rigor di logica, innanzitutto che le scelte politiche vadano prese collettivamente e non da una sola persona, poi ne deduco anche che, sempre a rigor di logica, le scelte politiche prese debbano sempre ricercare il giusto compromesso fra garanzie per il singolo e garanzie per il collettivo.

Se le scelte vengono prese da una sola persona, ci sarà certo chi si sentirà liberato dal peso del decidere, ma ci sarà anche chi si sentirà vittima degli altri e la compattezza sociale andrà a farsi fottere; se le scelte tutelano troppo il singolo individuo, la coesione sociale necessaria a raggiungere obiettivi comuni andrà a farsi fottere; se le scelte costringono il singolo ad immolarsi in funzione degli obiettivi sociali, quello stesso singolo perderà le motivazioni che gli servono ad investire le sue forze nel corpo sociale stesso.

Aldilà dell'evidente "stupro costituzionale" in atto, a mio avviso non c’è bisogno di tirar in ballo nessun diritto naturale, per capire che ciò che si sta compiendo oggi in Italia è una follia politica: uno solo governa, arrogando su di sé i poteri esecutivo, legislativo, giudiziario e comunicativo; il singolo è riconosciuto nella sua esistenza solo in quanto ingranaggio e cioè solo se si assoggetta completamente a ciò che il dittatore ha stabilito; la maggioranza è autorizzata dallo Stato (e cioè, ad oggi, da un singolo uomo) ad esercitare il bullismo sulla minoranza; il singolo è disincentivato a collaborare con gli altri, perché dagli altri non riceve alcuna tutela nella salvaguardia della sua unicità.

È indispensabile tornar a una visione dogmatica dei diritti umani, per uscire dal delirio di onnipotenza del drago? Io direi di no: sarà sufficiente tornar a mettere in chiaro quali siano gli obiettivi dello stare insieme ed agire con logica per capire quali strade siano coerenti con tali obietti e quali, semplicemente, no. Certo, la Democrazia ed una visione laica dello Stato impongono uno sforzo collettivo e personale ben superiore, a quello richiesto per delegare tutte le scelte ad un solo uomo o per affidare la propria tutela a dei diritti astratti imposti per volere divino: questo mi fa temere che, allo stato attuale, più che la paura stia vincendo la pigrizia.


Immagine da: C. CHAPLIN, Il grande dittatore, 1945.