Detesto
con tutte le forze ogni forma di parassitismo, buonismo,
pietismo, assistenzialismo paternalista infantilizzante del cazzo ed
amo invece la responsabilità personale, la virile iniziativa e lo
Stato che si mette da parte se i cittadini vogliono tentare
liberamente qualcosa, ma resta che lo
scopo di una società è raggiungere, insieme, obiettivi più ampli
di quelli perseguibili da
soli; da unaprospettiva
strettamente logica,
visto che riguardo i sentimenti e l'empatia ciascuno fa legge a sé, a me pare che il senso di un gruppo sia insomma
la collaborazione.
Ora,
a me pare che nessuno s'impegnerebbe con grande dedizione all'impresa
comune di un gruppo dal quale non si sentisse tutelato ed a me pare
anche che sia difficile sentirsi tutelati da un gruppo adottante un
sistema che penalizzi la perdita di efficienza, come un incidente od
un handicap od una malattia che impedisca improvvisamente di
lavorare.
Se
è vero che il gruppo esiste per il raggiungimento di fini comuni, da
un lato è normale che la perdita di efficienza implichi logicamente
l'esclusione dai vantaggi del gruppo; d'altro canto, a me pare logico
anche supporre che pure nella propria fase di massima efficienza ci
si troverebbe costretti ad investire troppo poco nell'impresa comune,
sapendo che ne si verrebbe esclusi immediatamente alla prima perdita
di efficienza e che quindi l'idea di welfare, lungi
dall'esser in contraddizione con un sistema privatistico degli
affari, ne sia invece il compendio indispensabile ai fini
dell’efficienza “psicologica" ed a lungo termine del gruppo
stesso.
La
tutela non è soltanto un costo che la società sostiene quando
qualcuno non produce; può essere una delle condizioni che rendono
razionale, per ciascuno, contribuire quando può: se
so che una malattia o una disgrazia può cancellare in un colpo solo
la mia sicurezza materiale, allora una parte delle mie energie va
necessariamente nella difesa individuale dal rischi per
esempio risparmiando
più del necessario, evitando
cambiamenti mobilitanti,
ma rischiosi, non
lasciando
un lavoro anche se inadatto o
rinunciando
ad
investire tempo in formazione o in un’impresa.
Una
protezione condivisa può liberare risorse e iniziativa ed in questo
senso, mi pare che il welfare possa essere considerata
una“infrastruttura” dell’attività economica, non la sua
alternativa: uno strumento che rende più sopportabile il rischio e
quindi, in certe condizioni, rende le persone più disposte ad
innovare, cambiare lavoro e collaborare.
Mi
pare si aggiunga una questione di reciprocità nel tempo, poiché non
siamo sempre efficienti, sani, giovani od occupati; un sistema di
protezione può essere inteso non come un trasferimento di fondi da
un gruppo di produttivi ad un gruppo d’improduttivi, ma come
un’assicurazione comune contro fasi della vita e rischi che, in
momenti diversi, possono riguardare potenzialmente tutti: oggi
contribuisco; domani potrei aver bisogno ed anche senza far appello
alla bontà od all’altruismo, questa mi pare una ragione razionale
per progettar un sostegno reciproco istituzionalizzato.
Dico
“progettare” perché la razionalità del sussistere del welfare
non implica che ogni sua forma sia automaticamente efficiente: una
forma di tutela può risultare troppo esigua per rassicurare oppure
può creare deresponsabilizzazione, come quando accettar un lavoro
essendo nella condizione di farlo, comporti la perdita brusca di
benefici importanti, “remando contro” quella collaborazione per
la quale l’intervento era stato pensato.
Se
il welfare
espone al rischio di consumare
risorse in modo
inefficaci, ciòè l’occasione
per chiedersi
quale tutela, con quali incentivi e con quali
finisia
utile implementare e non
per concludere che la tutela sia in sé contraria all’efficienza
del gruppo ed/od alla
responsabilità del singolo.
Nel
senso più stretto, “efficienza” è produrre molto con poche
risorse, nel presente; in un senso più ampio, è mantenere nel tempo
un gruppo capace di cooperare, assumersi rischi e riprendersi dagli
imprevisti: un sistema può apparir efficiente nel primo senso e
risultare fragile nel secondo, se scarica ogni rischio sul singolo e
può pur accadere il contrario: una protezione mal calibrata può
indebolire gl’incentivi senza offrire vera sicurezza.
Riguardo
le dinamiche filosofiche degli atti terroristici degl'ultimi giorni,
operati a Milano da parte di gruppi di ragazzini delle Superiori
composti al 50% da figli d’immigrati, mi sento in dovere di
ricordare l’indispensabilità, ai fini dell’analisi, delle
categorie teologiche senza le quali resta a mio avviso impossibile
comprendere la "saldatura rosso-verde" in atto.
Purtroppo
l'Islam è un monoteismo abramitico come il Comunismo, il
Cristianesimo ed il Giudaismo, per cui s'intendono alla grande; tali monoteismi,
infatti, sono contraddistinti da un nichilismo di fondo ad
intra e da un
manicheismo ad extra
difficilmente sottovalutabili nella lettura dei fatti odierni: essi
sono nichilisti in quanto fondati esclusivamente sui gusti del loro
dio, per cui conta solo la missione imposta e giammai il presunto
valore intrinseco dell’altro; sono "manichei", perché giudicano esclusivamente in base ciò che avvantaggi o penalizzi la
missione.
E'
dalla Prima
Internazionale
che il Comunismo è nemico delle identità locali (eccezion fatta per
quelle utilizzabili come "teste d'ariete" contro i suoi
nemici) in quanto è appunto, nella sua struttura concettuale, UNA
RELIGIONE monoteista abramitica la quale, come tale, riconosce come
unico criterio separativo quello tra fedeli ed infedeli, a dispetto
di ogni altra appartenenza, nazionale e/od addirittura familiare
(gesucristo docet).
Al
posto del paradiso ci sarà il "sol dell'avvenire"; al
posto della lotta al peccato ci sarà la lotta di classe; al posto
dei fedeli ci saranno ora i proletarii, ora gli "ultimi"
del pianeta (“terzomondismo”), ora i queer
ed ora le "seconde generazioni", in base alle epoche; al
posto del messia ci sarà il "Che Guevara" o il partigiano
o la donna abusata o il clandestino affogato in mare di turno "morti per la
libertà", ma il racconto è sempre lo stesso ovvero quello
della Guerra Santa
contro chiunque non
la pensi come loro, giustificata da un insopportabile "pietismo"
di facciata (chiàgn'e
ffòtt,
dicono giustamente a Napoli): da un lato c'è l’orgoglio
identitario/diavolaccio
che frustra il disperato
bisogno di soccorso agl’incapaci(promessa tipica dei
monoteismi abramitici, ancora una volta, che s'incarni in un salvatore, in un profeta, in un re-messia o nell’assistenzialismo statale),
mentre dall'altro c'è il salvatore/società
"DEI CIVILI" che TUTTO perdona AI SUOI FEDELI.
La
mia idea è questa, insomma: da una parte abbiamo la "carne da
cannone" del momento, piazzata in prima linea; dall'altra
abbiamo l'accondiscendenza post-democristiana delle istituzioni e
post-gramsciana degl'intellettuali
organici che le
forniscono copertura politica per motivi di affinità concettuale
e teleologica; accanto a ciò, abbiamo uno spirito di Virtus,
Maiestas
e DevotioPERSONALI, prima ancora
che nazionali,
che s’è lasciato depotenziare COLPEVOLMENTE per decenni pur
di farsi ammettere alle feste delle "anime belle",
riducendosi all'impotenza (di nome e di fatto).
Scorgo un movimento per così dire “garantista” che procede dal
contesto degli studi psicologici e per il quale ogni atteggiamento
umano sarebbe in ultima analisi condizionato da situazioni
pre-personali e quindi non passibile di un giudizio che non risulti
sommario, se non addirittura puerile.
Proverò di seguito
a spiegarmi meglio.
Se la postulazione
dell’inconscio ha permesso, dagl’inizi del ‘900, di dar un nome
a tutti quegl’indubbi automatismi, innati ed/o culturalmente
inculcati, che precedono le scelte “coscienti” dell’individuo,
mi pare che oggi una certa e preponderante corrente di pensiero si
avvalga di tale assunto per esautorare l’individuo da ogni
responsabilità.
Le persone non sono
mai “pigre”, ma inconsciamente frenate da precondizioni ostili
alle aspettative della società; le persone non sono mai vigliacche,
ma vittime di occulti meccanismi che sfuggono al loro cosciente
controllo.
Attenzione, non sto
dicendo che la pigrizia o la vigliaccheria vadano valutate in senso
moralista: sto affermando che certa gente ritiene impossibile che
volontariamente ci si adagi sulle proprie rassicuranti abitudini
senza che questo sia dovuto a traumatizzanti inconsce paure e sto
affermando che certa gente ritiene impossibile che si faccia il
proprio interesse nascostamente ond’evitare il giudizio sociale od a discapito di palesi debolezze altrui,
senza teorizzare la sussistenza di fragilità eccedenti la propria responsabilità diretta.
Mi torna in mente il
dibattito tra cattolici e luterani in merito, rispettivamente, alle
nozioni di “libero” o “servo” arbitrio: mentre per Santa
Romana Chiesa l’umano è capace di piena avvertenza e deliberato
consenso davanti al peccato, per le chiese della prima riforma
l’umano sarebbe talmente condizionato dal cosiddetto “peccato
originale” da non potere vantare meriti neppure a fronte di proprie
presunte virtù; se per il cattolico la salvezza è una
corresponsabilità dell’individuo, per il luterano e molto più per
il calvinista, la stessa è nient’altro che pura grazia ed in
ultim’analisi una questione di “culo”, si potrebbe dire: il dio
ti ha eletto e tu sei salvo, perché di per sé saresti un perfetto
incapace vittima dei propri imponderabili “difetti di fabbrica”.
Personalmente, se
guardo ai trascorsi delle mie scelte, mi pare di avere sempre scorto
in esse una pur flebile “finestra” di arbitrio entro la quale io
abbia potuto “muovermi”: certamente, ricordo d’avere in certe
occasioni avvertito molti più vincoli che in altre al mio potere
decisionale, ma a mia memoria non ravviso davvero neppure un singolo
episodio in cui la mia condotta non lasciasse alcuno spazio a quella
ad essa contraria.
Si potrà obiettare che il mio caso, anche riconoscendogli un valore
oggettivo, non basti a dimostrare l’universalità di quanto da
esso rappresentato oppure si potrà osservare come un eventuale
inconscio, postulato appunto come ambito non conosciuto non solo del
mentale, ma dell’intero olobionte psico-fisico, per
definizione impedisca di valutare la sua portata condizionante
sulle scelte: entrambe le puntualizzazioni risulteranno sensate sul
piano logico, ma a mio parere il discorso va spostato dal piano speculativo al piano pragmatico.
Siamo certi di
volere salvare la presunta “bontà” dell’individuo a dispetto
della sua dignità di essere senziente? Perché intendiamoci: o una
persona è capace in qualche misura di scegliere e di beccarsi i
meriti e le “frustate” per ciò che sceglie o si sta
ammettendo ch’egli sia una cazzo di vittima degli eventi.
Se ogni persona
agisse non per scelta, ma per “programmazione”, allora
frequentare una persona piuttosto che un’altra non si limiterebbe
neppure ad una mera questione di programmazioni preferite, ma
addirittura ad una fortuita corrispondenza di programmazioni fra due
automi: la cosiddetta “co-dipendenza” non sarebbe un tratto specifico e circostanziale di certi rapporti, ma la conditio sine qua non
di qualunque relazione fra persone che, per dirla con Hume, non
risulterebbero essere altro che un “fascio di sensazioni”.
Se le persone
vengono considerate incapaci di fare danno con piena avvertenza e
deliberato consenso, vengono di fatto considerate incapaci sic et
simpliciter, da cui deriva un definitivo impedimento ad ogni crescita al di fuori della pura circostanza fortuita: chi non può avere colpe, neppure può avere meriti.
Siamo sicuri che
voler esautorare in ogni caso le persone dalle proprie
responsabilità, ritenendo quasi socraticamente che solo l’ignoranza
generi l’errore, non nasconda una dogmatica (e cioè
autoreferenziale e perentoria) considerazione di certi comportamenti
come “erronei”?
Se dico che i danni
procurati da una persona non sono colpe in quanto effetti di un
condizionamento occulto, sto ammettendo sia il mio giudizio moralista
verso le scelte che non le voglio appunto imputare, che l’ontologica
impotenza della persona in oggetto: per contro, se parto dal
presupposto che un margine d’autonomia sia riferibile ad ogni
scelta, posso liberare chi sceglie dal principio d’impotenza e
posso liberare le sue scelte da un giudizio morale normativo di cui
non avrei più bisogno, poiché se una persona sceglie ciò che
sceglie perché lo preferisce, a me basta incazzarmi per le scelte
che dovessi ritenere per me o per lei dannose, a prescindere dal
fatto che siano intese come “oggettivamente” buone o cattive.
Per cinico diletto (o per fragilità inconscia?) a me, personalmente, va d'incazzarmi con le persone davanti alle quali provo
fastidio, senza star a preoccuparmi del fatto che siano “buone” o
“cattive” (anche loro malgrado) ed anzi, limitandomi a scegliere
come relazionarmi ad esse di volta in volta in base ai miei obiettivi: aggredendole se
voglio sentirmi potente o perdonandole se voglio sentirmi “in
odore” di santità.
Penso che il tema
del passaggio epocale di Roma (e con essa, di tutta la civiltà europea) dal politeismo al monoteismo sia molto articolato,
perché sia la prima forma, che la seconda, poggiano innanzitutto su
caratteristiche antropologiche, prima ancora che politiche: come ben
intuì Edith Stein in un noto scambio col collega Ingarden (a
proposito dei motivi per cui filosofi parimenti abili giungessero
ora a soluzioni realiste, ora a soluzioni idealiste), in effetti esistono nella
persona istanze “pre-razionali” che forniscono una sorta di
“matrice” a tutto lo sviluppo del suo pensiero successivo.
Se da un punto di vista storico-politico il passaggio di paradigma avvenne attorno al tema della gestione unilaterale del potere (a una Repubblica che diventa impero, serve un'ideologia non più pluralista, ma incentrata su un "pensiero unico" a favore del governante) e se dal canto filosofico, la prima vera codificazione concettuale del monoteismo è a mio parere riscontrabile già nella “scissione ermeneutica” che Platone (ripreso poi abilmente, in termini teologici, da Agostino) opera fra pluralità degli enti (“materia”) ed unitarietà dell’idea (“anima”), direi che, sul piano antropologico, il politeismo si basi sull’esperienza della pluralità di “forze” che “abitano” la realtà, mentre il monoteismo si fonda sull’insopprimibile esigenza umana di trovare unità di senso al proprio esistere.
Essendo il politeismo sostanzialmente “orto-pratico” (cioè fondato sulla correttezza di azioni da compiersi per interagire positivamente con le forze del reale) ed il monoteismo in linea di massima “orto-dosso” (e quindi fondato sulla convergenza delle esperienze in un’unica “cornice di senso”), a me pare chiaro che, specialmente in epoche di forte “smarrimento”, il secondo modello abbia potuto, più del primo, dare l’impressione di potere fornire, al proprio operato, una “terra più solida” su cui “poggiare i piedi”.
Persecuzioni imperiali contro i gentili a parte, direi che la cultura politeista, che io comunque professo, abbia evidentemente “fallito” storicamente anche nella misura in cui, a mio parere, non si è dimostrata capace di associare, ad una efficace pratica, un’altrettanto convincente “weltanschauung” che sapesse contestualizzare tutte le sue (apparentemente) diverse istanze, in un “quadro” concettuale finalmente unitario anche sul piano intellettuale (ed ancor più, forse, "emozionale", dato l'alto valore consolatorio di una cultura inneggiante la salvezza): se le riforme augustee si fossero preoccupate maggiormente di coordinare anche sul piano cognitivo/psico-emotivo i varii aspetti del culto, anziché limitarsi a riorganizzarli formalmente in funzione governativa e (in parte) di “restaurazione” tradizionalista (del genere “si fa così perché facevamo così”), ecco… forse la Storia sarebbe andata diversamente.
C’era una volta la RAI, titanicamente impegnata a “fare gli
italiani dopo che s’era fatta l’Italia”; anche quella era
propaganda (beninteso) e la musica seguiva lo schema, con gli
interpreti “per famiglie” da un lato ed il cantautorato
dissidente, dall’altro.
In assenza di competizione fra emittenti, i criteri della RAI erano politici e con il triplicarsi delle emittenti, la propaganda si era lottizzata, coi Baglioni su Rai1 e coi Guccini su Rai3: poi arrivarono gli anni ‘80, con Berlusconi e con l’ “Auditel”.
Mi pare che oggi si
colpevolizzi il web per degli effetti che hanno in realtà le loro
cause altrove, molto più lontano nello spazio-tempo: se la
RAI doveva competere con (l’allora) Fininvest per l’Auditel,
introdotto per quantificare il costo degli spazi pubblicitari, allora
i criteri di trasmissione dovevano progressivamente smettere di
essere politici (ossia partitici) e dovevano farsi
commerciali.
In epoca di
propaganda a suo modo pluralista, i Morandi e i Celentano potevano
stare sereni fintanto che cantavano l’amore e l’ecologia, mentre
i De André potevano giocarsela con la difesa delle minoranze e della
lotta operaia; l’idea di qualità non perveniva direttamente dalle produzioni, ma (mi pare) dal retaggio di un certo modo “arcaico” di ragionare,
nello stile “far le cose per bene”.
Le cose si facevano
“per bene” perché, dopo la guerra, dovevano durare; forse, pure la musica si faceva “per
bene” solo perché la gente voleva ancora così "per principio", in generale: non perché il popolo italiano
semi-analfabeta di allora, avesse più cultura musicale di quello
semi-analfabeta attuale.
Se in Italia i
vecchi (ed io tra loro) si lamentano oggi della musica non più
“fatta per bene”, a mio parere non è da avercela col web, ma con
la sbronza di luccichii e “smutandamenti” che loro tutti si
fecero al “Drive-in”: con la loro malintesa idea di sviluppo, che
sostituiva il fare sempre meglio, con l'avere sempre
di più e sempre più spesso cose nuove, possibilmente "odoranti" di straniero.
Il sistema
keynesiano di auto-consumo andò in “rotta di collisione” con la
realtà quando la gente, dopo il “boom” economico, volle sempre
più “Golf” e sempre meno “128” e “Ritmo”: all’inizio
perché forse erano davvero fatte meglio: poi sempre più, solo
perché parevano diverse dal solito.
Non prendiamocela
coi ragazzi della Trap o con Sanremo, che nell’esprimere
il "clima" del Paese si dimostra (in fin dei conti)
inossidabile: prendiamocela con noi stessi, con la sbronza che ci
beccammo e con la nostra pigrizia nel non coltivare sottigliezza di
vedute e competenze... anche musicali.
Ho scritto spesso, su questa pagina, contro la possessività fra gli
esseri umani ed in favore del cosiddetto “poliamore”; pensavo
d’essermi fatto, nel tempo, un’opinione abbastanza chiara, su
cosa fosse l’Amore: ora che mi trovo a sperimentare sensazioni che
avevo evidentemente dimenticato da tempo, mi trovo pure a dover
ammettere che sia necessario, da parte mia, prendermi tutto il tempo
di questa (probabilmente lunga) scrittura, per osservare con calma –
e riconsiderare, nel caso – le mie posizioni.
Le
cose che mi accadono, si muovono vorticosamente nei miei pensieri
fino a che non mi decido a dare loro forma, scrivendone: scrivere è
da sempre, per me, il modo più efficace ed economico per fare le
“grandi pulizie”, della mente e del cuore e mettere ordine, negli
“scaffali” del mio vissuto.
Ero
giunto alla conclusione che l’Amore fosse un’invenzione
letteraria e che le uniche realtà che davvero esistessero, fossero
quelle che i greci chiamano “eros” (rudemente, la “brama”),
“filos” (“simpatia”, intesa come il sentirsi simili) ed
“agape” (“compartecipazione”, potremmo dire per farla breve…
come sentirsi legati ad un fine comune e provare, pertanto, empatia
reciproca), distribuite in varî
modi nelle più disparate forme di relazione.
Ero
giunto alla conclusione che “amore”
non
fosse che una parola
usata come “paravento” romantico delle proprie tachicardie,
dettate a loro volta da una possessività di specie, tipica di tutti
i mammiferi: ero giunto a ritenere che dire “ti amo” significasse
dire “ti voglio come mia proprietà, perché mi servi per appagare
i miei bisogni”, millantando il tutto, ipocritamente, come un dono
di sé fatto all’altra persona.
Ritengo
ancora – sia ben chiaro – che la gratuità assoluta, perlomeno in
questo universo, non esista e che ciascuno di noi abbia davvero dei
bisogni insopprimibili che soltanto le relazioni possono colmare,
così come ad esempio l’esigenza di un’identità, la quale è
sempre il prodotto di ciò che si è e di ciò che si riceve
dall’esterno; ritengo ancora – sia ben chiaro – che lo stare in
un rapporto che non si ritenga in qualche forma vantaggioso per sé
innanzitutto, indichi la presenza di una fragilità psicologica (di
co-dipendenza, direi, il più delle volte); ritengo ancora – sia
ben chiaro – che lo stare in un rapporto senza essersi prima fatti
“le ossa” stando in piedi da sé, sia nocivo per tutti coloro che
a quel rapporto partecipano.
Quello
che mi sento di dovere riconsiderare, concerne l’ampliamento della
mia esperienza con le emozioni, che ho scoperto essere una sorta di
sesto senso capace d’informare la persona non sulla luce come la
vista, né sulle onde sonore come l’udito, ma sulla “prossimità”:
se il gusto mi permette di avvertire la composizione chimica di ciò
che mangio… se l’olfatto mi permette di cogliere le particelle
sospese nell’aria e se il tatto mi indica la qualità e la
temperatura delle superfici, ecco, le emozioni mi permettono di
riconoscere ciò che tende all’unità, da ciò che tende alla
separazione.
Le
emozioni, per quel che ne capisco oggi, sono il modo che abbiamo per
distinguere la qualità energetica di qualcosa, come ciò che noi
esoteristi definiamo “solve” e “coagula”: se quasi sempre
vedo le emozioni esprimersi come una specie di “schiavista” che
s’impone sulla volontà, è perché forse, mentre nessuno
penserebbe mai d’identificarsi con il proprio udito, in molti
tendono ad identificarsi con le proprie emozioni, anziché
accoglierle come la forma di conoscenza, al proprio servizio tanto
quanto il raziocinio, che – a mio parere – sono.
Ora,
se le emozioni sono in effetti il senso che informa sulla distanza
“energetica” fra le cose e sulla loro tendenza a generare unità
o separazione, allora l’Amore come emozione in effetti esiste e più
precisamente, esiste come percezione di
un'eccelsa avvertenza di unità con l’oggetto d’amore: quando la
brama dettata dal bisogno, la simpatia dettata dalla somiglianza,
l’empatia e la percezione che l’altra persona sia una parte
significativa del proprio percorso, raggiungono alti livelli, allora
ciò che si prova è l’Amore… quello stesso che «muove
il Sol e l’altre stelle» - come direbbe Dante – esprimendo il
senso di unità fra le cose.
«Ti
amo perché ti sento colma di significato nella mia vita»… «ti
amo perché ti sento tutt’uno col mio destino», potremmo dire:
l’esperienza mi porta a pensare che questa sensazione, perlomeno
per chi non sia avvezzo ad identificarsi troppo con le proprie
emozioni fino – davvero – a cascare bocconi davanti a chiunque
gli susciti un po’ d’istinti sessuali, sia piuttosto rara da
provare.
Continuo
a ritenere certamente possibile il realizzarsi di un “poliamore”,
perché ritengo davvero che possano darsi casi in cui più persone,
meravigliosamente, si sentano talmente “destinate”, le une alle
altre, da non riuscire oramai più a concepire fra loro una “scala
gerarchica” di vicinanza che metta comunque qualcuno fra loro al
primo posto, rispetto a qualcun altro; continuo certamente a ritenere
ancora che le persone non possano possedersi a vicenda e che nessun
“amore” (o presunto tale) possa autorizzare una persona ad
avanzare diritti sulla vita di un altro.
Ciò
che non ritengo più, è che il realizzarsi di un poliamore possa
essere un evento frequente: ciò che riscopro, di questi tempi, è
che la sensazione di unità che più su ho definito “amore” è
già di per sé talmente rara e talmente tesa – appunto – ad
avvicinare sempre più fra loro quelli che reciprocamente la provano,
da essere di fatto totalizzante nonostante la disponibilità
reciproca a riconoscersi come soggetti che restino distinti e
personalmente liberi.
Proverò
a spiegarmi meglio asserendo che, a mio parere, almeno una parte dei tanti,
presunti poliamori, sono in realtà fenomeni di comunità affettive
che non raggiungono l’intensità totalizzante dell’Amore (inteso
appunto come profondo significato dell’altro nel proprio destino),
quando non addirittura, banalmente, fenomeni di coppie “aperte” o
di “triangoli” sessuali, “farciti” di (magari intensa)
amicizia reciproca... il che non le rende situazioni meno legittime, intendiamoci: mi pare semplicemente, oggi, molto più arduo ch'esse riguardino una percezione esistenziale tanto intensa, quanto quella generata da qualcuno le cui caratteristiche lo rendono tanto raro.
Non
pretendo certo che la mia singola esperienza abbia una validità
universale e pertanto, queste mie riflessioni hanno soltanto – come
anticipavo – lo scopo di mettere ordine fra quello che provo e
quello in cui “credo”.
L’Amore che provo oggi è
davvero una sensazione unitaria talmente potente, da farmi vedere
l’altra come un “pezzo” del mio stesso destino, come se tutte
le esperienze mie e sue, ci avessero “forgiato”
in modo da farci trovare maturi abbastanza per riconoscerci, al
momento del nostro incontro; l’Amore che provo oggi è una brama,
una
simpatia, un’empatia
ed
un senso di
compartecipazione, tali
da farmi ritenere quasi
impossibile
che un evento così irruento,
che trovo quasi miracoloso, possa davvero verificarsi tanto
facilmente addirittura fra
più persone insieme, contemporaneamente.
Se
oggi scopro le mie emozioni come uno strumento più che degno per la
comprensione di ciò che sperimento, tanto quanto la mia intelligenza
cui sempre mi sono prioritariamente appoggiato, allora i soli criteri
mentali con cui costruivo il mio “paesaggio ideologico”
precedente, devo per forza correggerli alla luce di questa nuova
fonte sensoriale, fino a modificare radicalmente le mie teorie.
Le
persone non possono essere ostaggio delle emozioni altrui e
razionalmente, la vita è
lunga e piena di “fluttuazioni”, cosicché trovo ancora
ragionevole pensare che nuovi, estemporanei bisogni, possano in
effetti portare anche due persone che si amano davvero, ora ad
avvicinarsi in forma esclusiva ed ora a prendere – magari
momentanee – parziali distanze, costituite da altri rapporti; la
persona che amo, resta libera nella sostanza “a dispetto” di
quello che sento e nonostante ciò, quel senso di unità che provo
con lei è tale che le mie emozioni mi avvertono subito - e
dolorosamente - del pericolo di un distacco o
di un “rallentamento” nella nostra relazione.
Quando
penso alla donna che amo, rifiuto di usare etichette come “morosa”,
“compagna” e simili, perché
questi nomi, a mio avviso, definiscono ruoli che sottintendono un
controllo reciproco fra le parti, come una sorta di “contratto”
che sottrae il cuore della relazione al piacere di essersi trovati,
per consegnarlo nelle mani di aspettative sempre foriere di
recriminazioni.
Quando
un rapporto assume una forma fissa, “contrattuale”, coloro che ad
esso partecipano, tendenzialmente non accoglieranno più l’altra
persona come un dono, ma come qualcuno che debba assolvere a delle
clausole: nasce così il controllo che è sempre un sopruso, perché
non esiste - per colei che amo - un vera libertà, se non è libera in ogni
momento di essere anche in un altro posto rispetto a dove io sono o con un'altra persona rispetto a me,
senza il rischio di non trovarmi più al suo ritorno.
Data
la curiosità di tutto ciò che può succedere a una persona, non
posso escludere che anch’io,
nella mia vita, non possa, un giorno e in un dato momento, trovare consolazione in un rapporto diverso da
quello con la persona che amo ed in quel caso, vorrei che in nome
della libertà sostanziale fra le persone, l’evento non offuscasse
quella profonda avvertenza di senso che vivo
come l’Amore fra
noi: ciò nonostante, in questo istante sento forte la spinta a
dedicarmi “in senso romantico” esclusivamente alla persona che
amo, non in virtù di un suo possesso nei miei riguardi, ma in forza
del significato esistenziale profondo e – oserei dire - “sacro”
che attribuisco al nostro incontro.
A
mia volta, ritengo di dovere alla persona che amo la forza etica di
riconoscerle libertà anche qualora - e per qualsiasi motivo che non
le neghi l’Amore
di fondo per me – decida di vivere esperienze “romantiche”
diverse da quella fra noi, pure io augurandomi in tutta onestà e col cuore in mano, che un evento emotivamente così "provante" ("provante" per il suo potere di mettere in discussione quella percezione di miracolosa unicità dell'incontro che, secondo me, è la sostanza stessa dell'Amore) non
mi “cada” mai addosso, da parte sua.
Un’amica
mi ha detto: «sarai d’accordo sul fatto che fare bene una cosa è
più semplice che farne bene due o più»
e questa è una banalità
che però a volte sfugge e davvero, se l’altra persona è ai miei
occhi quell’evento di tale convergenza di vite, da parermi quasi
incredibile, tutte le mie forze sarò
portato senz’altro a destinarle all’incremento di quella
meravigliosa esperienza, trepidando
nell’osservare (rispettando doverosamente la sua libertà, per l'appunto) se anche l’altra persona si sentirà di fare
altrettanto nei miei riguardi.
Le
persone nascono e restano libere; si incontrano che hanno già
precedenti relazioni, precedenti esperienze e – forse –
sussistenti situazioni di contiguità affettiva e sessuale:
accogliersi in toto nel nome di quel destino comune che si avverte
con l’Amore è senz’altro l’unico modo concreto di dare
sostanza a quel senso di unità,
ma parafrasando proprio la donna che amo, restare in possesso della
propria libertà non significa doverla per forza usare unilateralmente ed avere mondi preesistenti all’incontro, non significa
per forza che
questi debbano
mantenere, anche dopo essersi
trovati con qualcuno di eccezionale (in senso letterale),
la loro precedente forma; dipende, probabilmente, da quanto “grosso” si avverte che sia, ciò che c’è “in ballo”.
La sfida che come pagani siamo chiamati a mio parere a raccogliere, in questo frangente, è davvero notevole. Da una parte, c’è chi si ribella (giustamente) all’ordine dittatoriale che si è costituito, ma appellandosi cristianamente ai diritti “naturali” (e perciò presuntamente inviolabili) dell’Uomo; dall’altro c’è chi afferma, implicitamente, che i diritti siano (effettivamente) soltanto un costrutto sociale e che pertanto siano nella disponibilità insindacabile della decisione politica.
Ebbene, io
appartengo alla seconda schiera eppure contesto comunque il regime
totalitario vigente: perché? Cominciamo da principio, dicendo che io
NON credo nell’esistenza di diritti naturali: nessuno mi deve
niente ed io non devo niente a nessuno, ma tutti siamo, per certi
aspetti, in concorrenza fra noi ogni qual volta i nostri personali
interessi finiscano in conflitto con i personali interessi altrui.
I monoteisti possono
permettersi di credere ai diritti naturali dell’Uomo perché, a
loro dire, l’Uomo stesso sarebbe una creatura del dio e godrebbe di
tutti i diritti concessigli da quello stesso dio (il che lo trovo di
un nichilismo implicito estremo, giacché tutto ciò significa che
l’Uomo ha dei diritti non perché li abbia in sé, ma perché ad un
dio piace che li abbia); il cristiano ha Gesù come modello umano e
può dire che sia pienamente umano solo chi coincida con lui,
mentre un pagano, che non ha alcun modello di “umano perfetto”,
si trova escluso da ragionamenti simili.
Questo significa che
un pagano debba per forza riconoscere che, non esistendo diritti
umani inalienabili, vada considerata legittima la situazione attuale?
Ma per nessun motivo! Io penso che l’Uomo non abbia alcun diritto e
che in effetti, ciò che chiamiamo “diritti” non sia altro che un
accordo fra pari su dove fermarsi nella marcia verso l’altro, al
fine di mantenere una concordia sociale utile a tutti, ma questo non
significa che non esista alcun criterio logico (anziché dogmatico)
per stabilire cosa sia lecito e cosa non sia lecito fare.
A cosa serve stare
insieme? Aldilà dei vari gradi di empatia che ciascuno esprime e che, giocoforza, non possono essere soggetti a normativa,
stare insieme è utile a tutti perché insieme si riescono a
raggiungere obiettivi inarrivabili da ciascuno, preso nella sua
singolarità. Per poter collaborare, è necessario un clima di tutela
sociale reciproca: io posso investire le mie forze nell’opera
comune, perché so che, qualora mi trovassi in difficoltà, altri
giungerebbero in mio aiuto con le loro risorse; ne deduco, a rigor di
logica, innanzitutto che le scelte politiche vadano prese
collettivamente e non da una sola persona, poi ne deduco anche che,
sempre a rigor di logica, le scelte politiche prese debbano sempre
ricercare il giusto compromesso fra garanzie per il singolo e
garanzie per il collettivo.
Se le scelte vengono
prese da una sola persona, ci sarà certo chi si sentirà liberato
dal peso del decidere, ma ci sarà anche chi si sentirà vittima
degli altri e la compattezza sociale andrà a farsi fottere; se le
scelte tutelano troppo il singolo individuo, la coesione sociale
necessaria a raggiungere obiettivi comuni andrà a farsi fottere; se
le scelte costringono il singolo ad immolarsi in funzione degli
obiettivi sociali, quello stesso singolo perderà le motivazioni che
gli servono ad investire le sue forze nel corpo sociale stesso.
Aldilà dell'evidente "stupro costituzionale" in atto, a mio avviso non c’è bisogno
di tirar in ballo nessun diritto naturale, per capire che ciò che si
sta compiendo oggi in Italia è una follia politica: uno solo
governa, arrogando su di sé i poteri esecutivo, legislativo,
giudiziario e comunicativo; il singolo è riconosciuto nella sua
esistenza solo in quanto ingranaggio e cioè solo se si assoggetta completamente a ciò che il dittatore
ha stabilito; la maggioranza è autorizzata dallo Stato (e cioè, ad oggi, da un singolo uomo) ad esercitare il bullismo sulla minoranza;
il singolo è disincentivato a collaborare con gli altri, perché
dagli altri non riceve alcuna tutela nella salvaguardia della sua
unicità.
È
indispensabile tornar a una visione dogmatica dei diritti umani, per
uscire dal delirio di onnipotenza del drago? Io direi di no: sarà
sufficiente tornar a mettere in chiaro quali siano gli obiettivi
dello stare insieme ed agire con logica per capire quali strade siano coerenti con tali obietti e quali, semplicemente, no.
Certo, la Democrazia ed una visione laica dello Stato impongono uno
sforzo collettivo e personale ben superiore, a quello richiesto per
delegare tutte le scelte ad un solo uomo o per affidare la propria
tutela a dei diritti astratti imposti
per volere divino: questo mi fa temere che, allo stato attuale, più
che la paura stia vincendo la pigrizia.
Immagine
da: C. CHAPLIN, Il
grande dittatore,
1945.