Per me, i “diritti” sono una piaga: cioè, non reputo una
piaga il giusto spazio ricercato da ciascuno, ma l’idea stessa che quello
spazio abbia una natura egocentrica e non relazionale.
Le grandi religioni monoteiste hanno insegnato che l’uomo ha
certi diritti perché il dio lo vuole: se fosse davvero così, tali diritti
sarebbero auto-evidenti e mi pare vero il contrario.
I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni
monoteiste, sono per me il più clamoroso esempio di nichilismo: nessuno vale
niente, se non per il fatto di stare simpatico al dio.
I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni
monoteiste, per me non sono nemmeno veri e propri diritti: sono il padrone che
concede al cane cinque minuti fuori per pisciare.
La persona istruita dei presunti “diritti naturali”, troppo
facilmente dimentica che senza un altro che acconsenta a riconoscerglieli, quei
“diritti” sono solo carta straccia.
Il detentore dei “diritti naturali” fraintende il ruolo
della società e anche il proprio: tutto gira intorno a lui perché “il dio lo
vuole” e chi non la pensa come il dio, va accoppato.
Il detentore di “diritti naturali” é come il bimbo più bello
della sua mamma, a cui tutto sia dovuto per il semplice fatto di esistere: non
deve niente a nessuno e gli è dovuto tutto.
Comincerò col dire che, a quanto capisco, una cosa
connaturata non avrebbe bisogno di prove, mentre a giustificare la credenza nei
“diritti naturali” ci sono intere biblioteche.
Se io dico che l’uomo sano ha due braccia, non vedo come mi
si possa replicare: l’uomo sano ha due braccia in Cina e in Alaska, ne aveva
due nel paleolitico e ne ha due pure oggi.
I diritti cambiano con la percezione sociale delle cose, per
cui mi pare non siano dati di fatto, ma conquiste relazionali: i diritti non
sono una mia qualità, ma una concessione sociale.
I cosiddetti “diritti naturali”, secondo me non esistono:
proprio perché i diritti sono frutto della relazione, presumere che siano
connaturati non fa che metterli in mano a chi comanda.
Se io dico che i diritti sono “naturali” e cioè un dato
oggettivo, anche se non li vedo, allora a determinare quali siano sarà sempre e
solo chi comanda, come appunto nel caso dei preti.
Per me, la questione è molto semplice. Perché preferiamo
vivere in gruppo, anziché da soli? Se vivo da solo, io devo fare da me tutto ciò che
mi serve: dalla casa, alle saponette, ai vestiti.
Se devo fare tutto da solo …e quando finisco mai? La mia
vita finisce appiattita sulle esigenze materiali e la mia identità non fiorisce,
il mio desiderio è schiacciato ed io “muoio dentro”.
Se abitiamo in gruppo, io faccio le saponette per tutti; tu
fai i tavolini, quell’altro fa da mangiare e quell’altro fa i vestiti: con la
ripartizione dei compiti, “nasce” il tempo libero.
Vivere insieme ha dei “pro” e dei “contro”: ci sono le facilitazioni pratiche da un lato e le difficoltà ad andare d’accordo, dall’altro; quindi, tocca darsi delle regole di convivenza.
Se le regole di convivenza chiedono al singolo di sacrificarsi troppo per il gruppo, vivere insieme non ha più senso perché il singolo sceglie il gruppo per facilitarsi e non per crepare.
Se le regole di convivenza danno troppa importanza al singolo, vivere insieme non ha più senso perché ognuno penserà solo per sé e non collaborerà a facilitare altri che facilitino lui.
Le regole di convivenza producono un gruppo che funziona quando da un lato spingono il singolo a collaborare con gli altri e dall’altro, gli fanno godere i vantaggi della collaborazione.
Un gruppo che funziona è quello in cui diritti e doveri si controbilanciano ed eccoci perciò alla questione centrale, quella dei diritti: se sono una concessione sociale, in cosa consistono?
Abbiamo visto che un singolo non si sbatterebbe mai per il gruppo, se non trovasse vantaggioso tenere in piedi quel gruppo: come potrebbe trovare vantaggioso un gruppo che lo attacca?
I miei diritti non sono altro che i paletti che GLI ALTRI si sono dati per evitare che io me ne vada dal gruppo: il mio lavoro serve al gruppo, quindi le mie istanze vanno accolte dal gruppo.
Cosa c’è di empatico o di soprannaturale, in un diritto? Direi niente: un diritto è quella cosa che se gli altri non mi concedono, quel che io faccio per loro devono poi farselo da soli.
Come potrei investire le mie forze nel gruppo, se sapessi che il gruppo mi lascerebbe morire qualora io avessi un problema? Ragazzi, se volete il mio aiuto, io voglio delle garanzie!
Perché mai dovrei aiutarti a gestir il tuo lavoro mentre sei genitore, sapendo che tu mi lasceresti morire se perdessi la capacità di lavorare per malattia o per vecchiaia? Ma fottiti!
Perché mai io dovrei ancora sopportare tuo figlio che mi scorrazza fra i piedi al ristorante, quando tu non sopporti me che bacio in pubblico una persona del mio stesso genere?
Per me non c’è alcun bisogno di scomodare un dio o l’amore universale o una presunta "dignità", per parlare di diritti: basta il buon senso ed un punto di partenza concreto e laico.
Qualcuno potrebbe obiettare che una persona abbastanza forte
potrebbe costringere tutti quanti a servirla, anziché a collaborare
pariteticamente: avrebbe certamente ragione.
Solo un clima collaborativo paritetico e cioè una Democrazia
Sociale e Liberale, può generare laicamente dei “diritti” e cioè dei reciproci e
condivisi riconoscimenti di “spazio vitale”.
A una dittatura non serve alcuna collaborazione, ma solo la
forza necessaria a costringere: sarà bene per lui, che il dittatore si assicuri
sempre di avere "il coltello dalla parte del manico".