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venerdì 10 febbraio 2023

Lacrime di coccodrillo

C’era una volta la RAI, titanicamente impegnata a “fare gli italiani dopo che s’era fatta l’Italia”; anche quella era propaganda (beninteso) e la musica seguiva lo schema, con gli interpreti “per famiglie” da un lato ed il cantautorato dissidente, dall’altro.


In assenza di competizione fra emittenti, i criteri della RAI erano politici e con il triplicarsi delle emittenti, la propaganda si era lottizzata, coi Baglioni su Rai1 e coi Guccini su Rai3: poi arrivarono gli anni ‘80, con Berlusconi e con l’ “Auditel”.

Mi pare che oggi si colpevolizzi il web per degli effetti che hanno in realtà le loro cause altrove, molto più lontano nello spazio-tempo: se la RAI doveva competere con (l’allora) Fininvest per l’Auditel, introdotto per quantificare il costo degli spazi pubblicitari, allora i criteri di trasmissione dovevano progressivamente smettere di essere politici (ossia partitici) e dovevano farsi commerciali.

In epoca di propaganda a suo modo pluralista, i Morandi e i Celentano potevano stare sereni fintanto che cantavano l’amore e l’ecologia, mentre i De André potevano giocarsela con la difesa delle minoranze e della lotta operaia; l’idea di qualità non perveniva direttamente dalle produzioni, ma (mi pare) dal retaggio di un certo modo “arcaico” di ragionare, nello stile “far le cose per bene”.

Le cose si facevano “per bene” perché, dopo la guerra, dovevano durare; forse, pure la musica si faceva “per bene” solo perché la gente voleva ancora così "per principio", in generale: non perché il popolo italiano semi-analfabeta di allora, avesse più cultura musicale di quello semi-analfabeta attuale.

Se in Italia i vecchi (ed io tra loro) si lamentano oggi della musica non più “fatta per bene”, a mio parere non è da avercela col web, ma con la sbronza di luccichii e “smutandamenti” che loro tutti si fecero al “Drive-in”: con la loro malintesa idea di sviluppo, che sostituiva il fare sempre meglio, con l'avere sempre di più e sempre più spesso cose nuove, possibilmente "odoranti" di straniero.

Il sistema keynesiano di auto-consumo andò in “rotta di collisione” con la realtà quando la gente, dopo il “boom” economico, volle sempre più “Golf” e sempre meno “128” e “Ritmo”: all’inizio perché forse erano davvero fatte meglio: poi sempre più, solo perché parevano diverse dal solito.

Non prendiamocela coi ragazzi della Trap o con Sanremo, che nell’esprimere il "clima" del Paese si dimostra (in fin dei conti) inossidabile: prendiamocela con noi stessi, con la sbronza che ci beccammo e con la nostra pigrizia nel non coltivare sottigliezza di vedute e competenze... anche musicali.

venerdì 14 gennaio 2022

Fra l'incudine e il martello

La sfida che come pagani siamo chiamati a mio parere a raccogliere, in questo frangente, è davvero notevole. Da una parte, c’è chi si ribella (giustamente) all’ordine dittatoriale che si è costituito, ma appellandosi cristianamente ai diritti “naturali” (e perciò presuntamente inviolabili) dell’Uomo; dall’altro c’è chi afferma, implicitamente, che i diritti siano (effettivamente) soltanto un costrutto sociale e che pertanto siano nella disponibilità insindacabile della decisione politica.

Ebbene, io appartengo alla seconda schiera eppure contesto comunque il regime totalitario vigente: perché? Cominciamo da principio, dicendo che io NON credo nell’esistenza di diritti naturali: nessuno mi deve niente ed io non devo niente a nessuno, ma tutti siamo, per certi aspetti, in concorrenza fra noi ogni qual volta i nostri personali interessi finiscano in conflitto con i personali interessi altrui.

I monoteisti possono permettersi di credere ai diritti naturali dell’Uomo perché, a loro dire, l’Uomo stesso sarebbe una creatura del dio e godrebbe di tutti i diritti concessigli da quello stesso dio (il che lo trovo di un nichilismo implicito estremo, giacché tutto ciò significa che l’Uomo ha dei diritti non perché li abbia in sé, ma perché ad un dio piace che li abbia); il cristiano ha Gesù come modello umano e può dire che sia pienamente umano solo chi coincida con lui, mentre un pagano, che non ha alcun modello di “umano perfetto”, si trova escluso da ragionamenti simili.

Questo significa che un pagano debba per forza riconoscere che, non esistendo diritti umani inalienabili, vada considerata legittima la situazione attuale? Ma per nessun motivo! Io penso che l’Uomo non abbia alcun diritto e che in effetti, ciò che chiamiamo “diritti” non sia altro che un accordo fra pari su dove fermarsi nella marcia verso l’altro, al fine di mantenere una concordia sociale utile a tutti, ma questo non significa che non esista alcun criterio logico (anziché dogmatico) per stabilire cosa sia lecito e cosa non sia lecito fare.

A cosa serve stare insieme? Aldilà dei vari gradi di empatia che ciascuno esprime e che, giocoforza, non possono essere soggetti a normativa, stare insieme è utile a tutti perché insieme si riescono a raggiungere obiettivi inarrivabili da ciascuno, preso nella sua singolarità. Per poter collaborare, è necessario un clima di tutela sociale reciproca: io posso investire le mie forze nell’opera comune, perché so che, qualora mi trovassi in difficoltà, altri giungerebbero in mio aiuto con le loro risorse; ne deduco, a rigor di logica, innanzitutto che le scelte politiche vadano prese collettivamente e non da una sola persona, poi ne deduco anche che, sempre a rigor di logica, le scelte politiche prese debbano sempre ricercare il giusto compromesso fra garanzie per il singolo e garanzie per il collettivo.

Se le scelte vengono prese da una sola persona, ci sarà certo chi si sentirà liberato dal peso del decidere, ma ci sarà anche chi si sentirà vittima degli altri e la compattezza sociale andrà a farsi fottere; se le scelte tutelano troppo il singolo individuo, la coesione sociale necessaria a raggiungere obiettivi comuni andrà a farsi fottere; se le scelte costringono il singolo ad immolarsi in funzione degli obiettivi sociali, quello stesso singolo perderà le motivazioni che gli servono ad investire le sue forze nel corpo sociale stesso.

Aldilà dell'evidente "stupro costituzionale" in atto, a mio avviso non c’è bisogno di tirar in ballo nessun diritto naturale, per capire che ciò che si sta compiendo oggi in Italia è una follia politica: uno solo governa, arrogando su di sé i poteri esecutivo, legislativo, giudiziario e comunicativo; il singolo è riconosciuto nella sua esistenza solo in quanto ingranaggio e cioè solo se si assoggetta completamente a ciò che il dittatore ha stabilito; la maggioranza è autorizzata dallo Stato (e cioè, ad oggi, da un singolo uomo) ad esercitare il bullismo sulla minoranza; il singolo è disincentivato a collaborare con gli altri, perché dagli altri non riceve alcuna tutela nella salvaguardia della sua unicità.

È indispensabile tornar a una visione dogmatica dei diritti umani, per uscire dal delirio di onnipotenza del drago? Io direi di no: sarà sufficiente tornar a mettere in chiaro quali siano gli obiettivi dello stare insieme ed agire con logica per capire quali strade siano coerenti con tali obietti e quali, semplicemente, no. Certo, la Democrazia ed una visione laica dello Stato impongono uno sforzo collettivo e personale ben superiore, a quello richiesto per delegare tutte le scelte ad un solo uomo o per affidare la propria tutela a dei diritti astratti imposti per volere divino: questo mi fa temere che, allo stato attuale, più che la paura stia vincendo la pigrizia.


Immagine da: C. CHAPLIN, Il grande dittatore, 1945.

venerdì 12 febbraio 2021

Predatori & prede

La caccia, innanzitutto, non è uno sport e nemmeno una modalità per sopravvivere: nella sua essenza più intima, la caccia è un modo di porsi verso le cose. Quello che distingue la caccia è l’obiettivo: fottere qualcosa che non vuole farsi fottere.

Anche il Capitalismo è una caccia e certamente, anche il corteggiamento è una forma di caccia: un tentativo di fottere qualcosa che, si presume, non voglia farsi fottere. Nel corteggiamento in particolar modo, si parte dal presupposto che l’altra persona sia sfuggente, che sia da conquistare… il che ovviamente impone tutto uno scenario di strategie atte a circuirla, con l’implicito e discutibile intento di vincere le sue resistenze ovvero, di piegare la sua volontà di fuggire alla propria di catturarla.

Fottere qualcosa che non vuole farsi fottere è anzitutto un progetto: un progetto certamente illiberale e presuntuoso, ma ancora prima, appunto, un progetto. E’ chiaro che il predatore, avendo un progetto sulla preda, tenda ad infastidirsi qualora questa gli scivoli via fra le zampe. Ogni progetto propriamente detto è un generatore automatico di aspettative, che a loro volta producono recriminazioni e reazioni ad ogni piè sospinto, come non ci fosse un domani.

C’è chi se la prende con la società edonista come se il primato della ricerca del piacere, fosse il male assoluto, la fonte della distruzione di ogni etica: chi condivide questa posizione, solitamente contrappone al piacere la proverbiale “progettualità” e cioè pone l’idealizzazione di un obiettivo, in antagonismo al desiderio di stare bene. Chi contrappone la progettualità al piacere è un cacciatore e chi antepone il piacere ad un progetto, non per forza è qualcuno che antepone il proprio piacere a quello altrui.

“Chi sta da solo o è bestia o è dio”, recita Aristotele. A me la compagnia, piace. La compagnia mi piace quando la mia compagnia piace. Quando la mia compagnia piace, sto bene perché mi sento valorizzato, mi sento riconosciuto e la mia auto-stima s’impenna. Ovviamente, mi capita di piacere a persone che non mi piacciono e quando succede, la compagnia di quelle persone non mi piace perché la mia auto-stima non sa godere di un parere a cui attribuisce poco conto. Mi piace piacere alle persone che mi piacciono.


Non posso corteggiare una persona che mi piace: posso corteggiare un corpo che mi piace e cioè cacciarlo, ma non posso cacciare una persona che mi piace, perché desidero piacerle per sentirmi bene con lei e posso sentirmi bene con lei solo se lei si sente bene con me. Che una persona che mi piace si senta bene con me, è ciò che mi fa stare bene: se l’ho ingannata con un’astuzia di caccia, ciò che lei apprezza di me non sono io, ma una maschera; una maschera da cacciatore.

Una volta un contadino mi suggerì di mostrare quel che sono e soprattutto i miei difetti, sin dal primo incontro: quel contadino non era un cacciatore. “Chi si fa pecora, il lupo s’aa magna”, dicono a Roma: sono state persone che mi piacevano, in effetti, ad avermi trasformato in cacciatore. Tutte le volte che una persona che mi piaceva, fuggiva davanti alle mie rispettose -ma entusiastiche- espressioni di benessere, diventavo un po’ più cacciatore. Se il progetto che hai è avere compagnia e la gente fugge davanti a ciò che sei, allora se le gente si comporta da preda, ti comporterai da cacciatore e poi vinca il migliore.

La confusione alla base della caccia è l’illusione che il benessere sia una questione di dotazioni. Ovviamente ci sono cose indispensabili per stare nel benessere, ci sono dei “sine qua non” come ad esempio i soldi per mangiare e la compagnia. Il punto è che sto bene quando sono in compagnia e non quando ho compagnia, perché se la compagnia è una cosa che ho, non è una cosa esterna a me che mi apprezza, ma una cosa mia, una cosa di me tramite cui mi auto-compiaccio. L’auto-compiacimento non è soddisfazione, ma la sua parodia. Quando piaccio a una persona che mi piace, non sono più io ad auto-convincermi che tutto sia ok: c’è invece una persona che non sono io e che mi piace e che sta lì a dirmi solo perché lo vuole fare: quando sto con te, sto meglio.

Non sono nato cacciatore: lo sono diventato per fame. Per fame, una persona sbatte le corna ovunque; assaggia anche un tavolino di compensato, se serve, perchè ci sta, la fame è brutta e le provi tutte. La caccia è un modo di porsi indispensabile, certe volte, se la fame è brutta, se mangiare non ce n’è, se il supermercato l’hanno svaligiato. Non si può sopravvivere senza mai cacciare, ma l’unica cosa che non si può cacciare è una persona che ti piace: è come volersi levare la fame azzannando una piana di truciolato; non ha alcun senso, è il contrario dello sfamarsi cui si anela.


Quando ho voluto riprendere in mano la mia vita dopo la morte di dio, l’unica cosa che mi è sembrata sensata è stata il ritornare sulla forma della mia infanzia e ricordare cosa mi piacesse, cosa mi venisse naturale fare e cosa facessi. Mi sono ricordato delle esperienze che mi hanno trasformato in un cacciatore ed ho stabilito che se una persona mi piace, voglio dirglielo: come facevo da bambino. La maggior parte delle persone che incontro, si comportano da prede davanti all’esporsi senza filtri di un’altra persona: “chissà cosa pretenderà questo da me adesso”, si legge loro negli occhi.

Purtroppo è un circolo vizioso; a causa dei cacciatori, le persone si comportano da prede e comportandosi da prede, trasformano in cacciatore ogni persona affamata che incontrano. Personalmente, ora so che masticare una sedia non toglie la fame. Quello che toglie la fame è il cibo soffice, genuino, pieno degli aromi e dei sapori delle cose nate dalla terra: la persona che mi piace non può essere un panino, però, anche se finché si ha fame, alla fine il morso ce lo dai a quella cazzo di panchina di legno, pure sapendo benissimo che non serve a niente.

La persona che mi piace non può essere un panino, ma un’amica. Un panino lo si mangia, mentre con un’amica, il panino lo si gode. Un’amica non la incontri perché ti deve qualcosa, ma perché quando la incontri ti accorgi di stare meglio. Un’amica non ti chiama per il progetto di fare una famiglia insieme, perché altrimenti sarebbe una cacciatrice. Un’amica ti chiama perché nella sua vita, la tua compagnia, produce in lei almeno lo stesso benessere che lei produce nella tua, quando la vedi.

Una moglie, una “morosa”, in genere esce con me perché è la mia moglie, la mia morosa: auto-compiacimento, tavolo di compensato. Un’amica certamente esce con me solo quando va anche a lei, quando essere con me è la cosa che vuole fare, è il posto in cui desidera essere: una sorgente d’acqua viva. Una moglie, una morosa, non vuoi farla incazzare, perché sennò va a puttane il progetto: progetto, caccia, brama, aspettativa, recriminazione, violenza. A un’amica metti in mano il tuo cuore, perché ciò che ti lega a lei non è un’aspettativa rispetto ad un progetto, ma il godimento della felicità insieme, per la parte in cui sia possibile. Qualche persona, nel mio recente passato, si è sentita svilita nel vedermi definirla “amica”. Ho molte conoscenze e rarissime amicizie. Se ti piace il tempo vissuto con me e ti chiamo amica, sii felice. Se t’incuriosisce il tempo vissuto con me ed io ti racconto il mio mondo e la bellezza ed il piacere ed il benessere grandi che vivo stando con te, amica mia, non ti spaventare.

mercoledì 23 settembre 2020

Diritto & rovescio

Per me, i “diritti” sono una piaga: cioè, non reputo una piaga il giusto spazio ricercato da ciascuno, ma l’idea stessa che quello spazio abbia una natura egocentrica e non relazionale.

Le grandi religioni monoteiste hanno insegnato che l’uomo ha certi diritti perché il dio lo vuole: se fosse davvero così, tali diritti sarebbero auto-evidenti e mi pare vero il contrario.

I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni monoteiste, sono per me il più clamoroso esempio di nichilismo: nessuno vale niente, se non per il fatto di stare simpatico al dio.

I “diritti naturali”, come intesi dalle grandi religioni monoteiste, per me non sono nemmeno veri e propri diritti: sono il padrone che concede al cane cinque minuti fuori per pisciare.

La persona istruita dei presunti “diritti naturali”, troppo facilmente dimentica che senza un altro che acconsenta a riconoscerglieli, quei “diritti” sono solo carta straccia.

Il detentore dei “diritti naturali” fraintende il ruolo della società e anche il proprio: tutto gira intorno a lui perché “il dio lo vuole” e chi non la pensa come il dio, va accoppato.

Il detentore di “diritti naturali” é come il bimbo più bello della sua mamma, a cui tutto sia dovuto per il semplice fatto di esistere: non deve niente a nessuno e gli è dovuto tutto.

Comincerò col dire che, a quanto capisco, una cosa connaturata non avrebbe bisogno di prove, mentre a giustificare la credenza nei “diritti naturali” ci sono intere biblioteche.

Se io dico che l’uomo sano ha due braccia, non vedo come mi si possa replicare: l’uomo sano ha due braccia in Cina e in Alaska, ne aveva due nel paleolitico e ne ha due pure oggi.

I diritti cambiano con la percezione sociale delle cose, per cui mi pare non siano dati di fatto, ma conquiste relazionali: i diritti non sono una mia qualità, ma una concessione sociale.

I cosiddetti “diritti naturali”, secondo me non esistono: proprio perché i diritti sono frutto della relazione, presumere che siano connaturati non fa che metterli in mano a chi comanda.

Se io dico che i diritti sono “naturali” e cioè un dato oggettivo, anche se non li vedo, allora a determinare quali siano sarà sempre e solo chi comanda, come appunto nel caso dei preti.



Per me, la questione è molto semplice. Perché preferiamo vivere in gruppo, anziché da soli? Se vivo da solo, io devo fare da me tutto ciò che mi serve: dalla casa, alle saponette, ai vestiti.

Se devo fare tutto da solo …e quando finisco mai? La mia vita finisce appiattita sulle esigenze materiali e la mia identità non fiorisce, il mio desiderio è schiacciato ed io “muoio dentro”.

Se abitiamo in gruppo, io faccio le saponette per tutti; tu fai i tavolini, quell’altro fa da mangiare e quell’altro fa i vestiti: con la ripartizione dei compiti, “nasce” il tempo libero.

Vivere insieme ha dei “pro” e dei “contro”: ci sono le facilitazioni pratiche da un lato e le difficoltà ad andare d’accordo, dall’altro; quindi, tocca darsi delle regole di convivenza.

Se le regole di convivenza chiedono al singolo di sacrificarsi troppo per il gruppo, vivere insieme non ha più senso perché il singolo sceglie il gruppo per facilitarsi e non per crepare.

Se le regole di convivenza danno troppa importanza al singolo, vivere insieme non ha più senso perché ognuno penserà solo per sé e non collaborerà a facilitare altri che facilitino lui.

Le regole di convivenza producono un gruppo che funziona quando da un lato spingono il singolo a collaborare con gli altri e dall’altro, gli fanno godere i vantaggi della collaborazione.

Un gruppo che funziona è quello in cui diritti e doveri si controbilanciano ed eccoci perciò alla questione centrale, quella dei diritti: se sono una concessione sociale, in cosa consistono?

Abbiamo visto che un singolo non si sbatterebbe mai per il gruppo, se non trovasse vantaggioso tenere in piedi quel gruppo: come potrebbe trovare vantaggioso un gruppo che lo attacca?



I miei diritti non sono altro che i paletti che GLI ALTRI si sono dati per evitare che io me ne vada dal gruppo: il mio lavoro serve al gruppo, quindi le mie istanze vanno accolte dal gruppo.

Cosa c’è di empatico o di soprannaturale, in un diritto? Direi niente: un diritto è quella cosa che se gli altri non mi concedono, quel che io faccio per loro devono poi farselo da soli.

Come potrei investire le mie forze nel gruppo, se sapessi che il gruppo mi lascerebbe morire qualora io avessi un problema? Ragazzi, se volete il mio aiuto, io voglio delle garanzie!

Perché mai dovrei  aiutarti a gestir il tuo lavoro mentre sei genitore, sapendo che tu mi lasceresti morire se perdessi la capacità di lavorare per malattia o per vecchiaia? Ma fottiti!

Perché mai io dovrei ancora sopportare tuo figlio che mi scorrazza fra i piedi al ristorante, quando tu non sopporti me che bacio in pubblico una persona del mio stesso genere?

Per me non c’è alcun bisogno di scomodare un dio o l’amore universale o una presunta "dignità", per parlare di diritti: basta il buon senso ed un punto di partenza concreto e laico.




Qualcuno potrebbe obiettare che una persona abbastanza forte potrebbe costringere tutti quanti a servirla, anziché a collaborare pariteticamente: avrebbe certamente ragione.

Solo un clima collaborativo paritetico e cioè una Democrazia Sociale e Liberale, può generare laicamente dei “diritti” e cioè dei reciproci e condivisi riconoscimenti di “spazio vitale”.

A una dittatura non serve alcuna collaborazione, ma solo la forza necessaria a costringere: sarà bene per lui, che il dittatore si assicuri sempre di avere "il coltello dalla parte del manico".

lunedì 20 maggio 2019

GOT - "Sic transit gloria mundi"

Si è conclusa oggi l’ultima stagione della saga televisiva di “Game of Thrones” (GOT), che per la prima volta ho voluto seguire anche attraverso i pareri “passo-passo” degli innumerevoli commentatori telematici. Ritenendo che sulla serie in sé siano già state spese più parole del necessario, mi appresto qui di seguito a fare una cosa diversa e cioè la “recensione dei recensori”. Dice un vecchio adagio che “la malizia è nell’occhio di chi guarda” ed in effetti anche secondo me, le cose che guardiamo sono sempre lo specchio –se non addirittura la conseguenza- di ciò che siamo: mai come nel confrontarmi con i commenti a GOT, in ogni caso, mi è capitato di veder emergere con tanta chiarezza un campionario così vario ed altresì unitario di categorie umane, che ora proverò a descrivere conscio del fatto che anche la mia indole sarà sotto il giudizio altrui, una volta che avrò espresso il mio giudizio sui vari tipi di recensori della “rete”. Alla fine della disamina, proporrò una ricapitolazione ed un mio veloce commento alla serie.


1) PURISTI – sono quelli che hanno letto i libri da cui la serie è liberamente tratta e che non ammettono la possibilità che gli autori televisivi possano fare ciò che credono del soggetto originale. Secondo i puristi, un prodotto audiovisivo tratto da un libro ha senso soltanto se serve ad espandere sensorialmente le stesse identiche emozioni che loro hanno provato leggendo ed ha quindi il dovere morale di non “tradirli” con innovazioni o sofisticazioni di personaggi e trama.

2) NOSTALGICI – sono quelli che hanno idealizzato l’epoca “d’oro” in cui si affezionarono alla serie e che non ammettono la possibilità che gli autori televisivi possano far evolvere il loro prodotto nel modo in cui credono. Secondo i nostalgici, un prodotto audiovisivo ha senso soltanto se serve a garantire nel tempo le stesse identiche emozioni che loro hanno provato quando si avvicinarono alla serie ed ha quindi il dovere morale di non “tradirli” con evoluzioni inaspettate del carattere dei personaggi e delle modalità narrative.

3) TIFOSI – sono puristi o nostalgici che hanno maturato una particolare proiezione su di un personaggio e che non ammettono la possibilità che gli autori televisivi possano farlo evolvere od involvere nel modo in cui credono. Secondo i tifosi, un prodotto audiovisivo ha diritto di evolvere nella misura in cui non vada ad alterare la continuità emozionale ch’essi ricevono dal loro personaggio amato ed ha quindi il dovere morale di non “tradirli” discostando il percorso di quest’ultimo dalle loro aspettative.

4) TECNICI – sono quelli che focalizzano la loro attenzione sulla qualità tecnica del prodotto audiovisivo, che mantiene un senso ai loro occhi nella misura in cui non si discosti dai loro standard qualitativi.

5) RIGORISTI – sono nostalgici che focalizzano la loro attenzione sulla qualità tecnica del prodotto audiovisivo, il quale mantiene un senso ai loro occhi nella misura in cui non si discosti dai loro standard qualitativi. Diversamente dai tecnici, che semplicemente seguono un audiovisivo fintanto che lo reputano degno, per abbandonarlo qualora si discosti dai loro standard qualitativi, i rigoristi, in quanto nostalgici, hanno caricato emotivamente il loro apprezzamento per la serie, che ha quindi il dovere morale di non “tradirli” allontanandosi dagli standard qualitativi che, nella sua “epoca d’oro”, li aveva fatti affezionare.

6) PIGNOLI – sono puristi, nostalgici o tifosi che diventano rigoristi nel momento in cui si sentono “traditi” dalla serie sulla quale avevano attuato in precedenza un forte investimento emotivo.

7) SNOB – sono pignoli che concentrano la loro attenzione sull’attacco a chi continua ad apprezzare una serie dalla quale loro stessi si sentono in qualche modo “traditi”. Secondo gli snob, nessuno ha il diritto di apprezzare ancora un prodotto audiovisivo dal quale essi stessi si siano sentiti “traditi”.

8) SUGGESTIONATI – sono quelli che apprezzano il prodotto semplicemente per le emozioni tratte dalla potenza della sua “messa in scena”; vivono la fruizione di una serie come puro intrattenimento, per cui essa ha senso fintanto che offra loro una potente stimolazione sensoriale, capace di coinvolgerli esteticamente ed emotivamente: costoro detestano le parti discorsive di basso impatto emotivo, sono le vittime predilette degli snob e per certi versi, il contrario dei tecnici.

9) PLAGIATI – sono quelli che hanno idealizzato il prodotto audiovisivo al punto di apprezzarlo “senza se e senza ma”, per il solo fatto di avere fortemente investito emotivamente su di esso. Secondo i plagiati, nessuno ha il diritto di criticare la serie che loro adorano.

10) OTTIMISTI – sono quelli che si dimostrano capaci di apprezzare il prodotto, pure accorgendosi delle sue eventuali criticità sul piano della scrittura, della recitazione e della resa scenica. Per gli ottimisti, un prodotto ha senso fintanto che si dimostri suggestionante sul piano tecnico e/o capace di restituire in modo simbolico dei contenuti, nonostante alcune eventuali carenze sul piano della coerenza narrativa, recitativa e tecnica. Generalmente, gli ottimisti sono le vittime preferite di tutti gli altri.


Al termine di questo elenco, mi piacerebbe fare notare come il contesto emotivo “la faccia da padrona” in tutte quante le categorie: la prima cosa che salta ai miei occhi è che l’esperienza emotiva dei recensori sia stata il vero “ago della bilancia” delle valutazioni. L’inevitabile vita emozionale che accompagna chiunque in qualunque esperienza ed anche in quella di una fruizione audiovisiva, mi pare che, nella gran parte dei recensori di GOT, sia stata espressa nei termini strettamente dualistici di “giusto” e “sbagliato”. La cosa che ho riscontrato maggiormente è stata la risicatissima capacità di far emergere –nelle valutazioni- un serio interrogativo circa il valore delle proprie aspettative: in altre parole a me pare che, quali che siano stati i criteri adottati per valutare GOT, raramente i recensori abbiano mostrato la lucidità di chiedersi onestamente quale oggettività potessero mai avere, in effetti, quegli stessi loro criteri. Il “mondo emotivo” dei recensori, che io reputo in effetti essere l’unico legittimo criterio soggettivo di gradimento, l'ho visto molto spesso assolutizzarsi fino a pretendersi come un parametro oggettivo di valido ed invalido. Molti insomma, a mio avviso, l’hanno "pensata" come Daenerys nella sua ultima "battuta" nella puntata finale.


Che ne penso infine io di questa serie, alla luce della sua conclusione? Anzitutto, già l’enorme mole di polemiche che ha suscitato basta, secondo me, a capire quanta capacità GOT abbia mostrato di saper coinvolgere emotivamente i suoi fruitori e me compreso, pure manifestando decisivi cambiamenti di target e d’impostazione nel suo dispiegarsi: se nelle prime stagioni si contraddistingueva infatti per l’onnipresente “zona grigia” in cui versavano tutti quanti i personaggi, diversamente immersi in un “brodo primordiale” di sesso e sangue, all’inizio della sua seconda metà, la serie pareva essersi indirizzata verso una narrazione più convenzionale, fatta di buoni da un lato e cattivi dall’altro, meno sangue e niente sesso, decisamente più fruibile dal pubblico generalista che si era progressivamente conquistata. Per assurdo, chi dopo la quarta stagione si era lamentato del dualismo buoni/cattivi in cui erano stati ficcati i personaggi, si è poi lamentato del “ritorno al grigio” dei personaggi stessi, in quest’ultima stagione. Le criticità che ho sentito denunciare circa le “uscite di carattere” dei personaggi, secondo me risentono spesso dei preconcetti morali dei recensori, che molto facilmente ho ritenuto scadere in una clamorosa confusione fra i propri gusti, l’effettiva entità della contraddittorietà umana ed i presunti doveri degli sceneggiatori nei riguardi loro e dei personaggi. Un prodotto è ciò che i suoi autori stabiliscono che debba essere ed un autore non è mai responsabile del crollo delle aspettative da parte dei fruitori della sua opera, a meno che non stia lavorando su commissione. Una serie può piacere come non piacere, ma non può essere accusata di avere tradito qualcuno, non avendo da mantenere alcuna promessa verso chicchessia. A me la serie è piaciuta ed è piaciuta molto anche l’ultima stagione, la cui peggiore puntata reputo sia effettivamente proprio l’ultima. Sicuramente GOT ha subìto una importante altalenanza sia sul piano registico, che della scrittura: non dalle ultime stagioni del resto e non a caso molti –specialmente puristi che oggi si atteggiano a nostalgici, in realtà non si risparmiarono critiche sin dagli esordi.

domenica 4 marzo 2018

Il senso della perdita e la bussola elettorale

I dati delle Elezioni Politiche Italiane 2018 mi suggeriscono un’analisi. L'enorme vittoria del M5S e della Lega, contro l'evaporazione di PD e FI che si prospettano, sono a mio avviso due facce della stessa medaglia. Il M5S con la sua presunta "democrazia diretta" e "dal basso", a torto o a ragione, mi pare sia stato identificato come principale soggetto alternativo al modello rappresentativo ritenuto in crisi.

Per contro, proprio il PD è a parer mio la causa della percezione di crisi rispetto alla democrazia rappresentativa: dopo l'unificazione veltroniana fra l'ala sinistra della DC e l'ala centrista dei DS, il partito s'è trovato ad estinguere al suo interno le ultime residuali forze delle ideologie cattolica e comunista dei suoi "padri fondatori". Con la nascita di FI, la destra del paese ha abbandonato in modo definitivo l'assetto social-fascista per abbracciare il modello liberista-conservatore. Il PD, svuotato oramai di contenuto ideologico e preso tra l'incudine della tecnocrazia europea ed il martello di FI, ha pensato bene di trasformarsi nella versione progressista (ovvero meglio disposta verso i diritti civili) di quello stesso liberismo di cui FI rappresentava, appunto, la versione socialmente reazionaria ed imprenditoriale.

Con i partiti ancora a "traino ideologico" spinti ai margini dell'arena politica (dalle nuove leggi elettorali di stampo maggioritario) da un lato e con l'appiattirsi dei partiti maggioritari sul medesimo programma liberista, dall'altro, è successo che la classe media abbia registrato su se stessa questa infelice concomitanza: da una parte, lo svuotamento di senso della rappresentatività parlamentare, ridotta di fatto a due versioni della stessa "minestra"; dall'altra -e parzialmente proprio a causa di ciò- all'aggressione selvaggia del capitale sul proprio potere d'acquisto: aggressione volontaria attuata perché l'UE potesse competere globalmente a discapito dei mercati interni e delle tutele del lavoro.

Agli italiani, l'associazione fra la perdita di senso della rappresentatività e la perdita del potere d'acquisto, è subito scesa "nella pancia" ed ha determinato, a mio parere, il risultato odierno: la vittoria di M5S e Lega in funzione anti-conformista e protezionista, con la coestensiva disfatta di PD e FI, in quanto "ratifica" della loro inadeguatezza e cioè della loro omologazione, pur "in doppia salsa", sul liberismo. Una Sinistra ed una Destra appiattite non servono a niente: anche senza grandi valutazioni intellettuali, gli italiani paiono averlo "intuito" sulla loro pelle. Penso che solo con il recupero graduale e coraggioso di vere e forti identità politiche, i partiti oggi giustiziati potranno sperare, un giorno, di risorgere dalle ceneri..

lunedì 26 febbraio 2018

Libertà è responsabilità, Democrazia è partecipazione

Perché le persone sono ciclicamente attratte da opinioni prevaricatrici? Guardando i bambini giocare, si vede spesso come molti amino impersonare animali domestici intenti a ricevere gratificazione da un/a padroncin@ affettuos@: si potrebbe dire che, crescendo, questa fantasia resti il gioco preferito di molti.


Una persona è molto più felice, quando è sottomessa a un’autorità benevola”, dice il Professor Marston nell’omonimo (e secondo me splendido) film biografico del 2017, scritto e diretto da Angela Robinson: l’esperienza quotidiana mi porta a pensare che, per molti, sia in effetti così. Certamente, secoli di mentalità cristiana avranno contribuito non poco ad instillare nella civiltà europea l’idea di attendersi la soluzione da un Deus ex machina benevolo ed onnipotente: ciò nonostante, ho il vago sospetto che la causa e l’effetto in questo caso sfumino l’una nell’altro. Ho il sospetto, insomma, che il Cristianesimo abbia fornito ai popoli europei l’occasione per lasciarsi andare ad una tendenza innata: la stessa del bimbo che fa il cagnolino per la compagna di classe; la stessa del leccapiedi del capo-ufficio; la stessa per cui alcune civiltà sacrificavano i loro più cari beni al fine d’ingraziarsi un mondo spaventevole.


Ritenere di essere liberi implica l’assumersi un’enorme responsabilità riguardo gli esiti della propria vita e della cosa pubblica. Come posso dire di essere libero, se le mie azioni, le mie parole ed i miei pensieri sono indifferenti e non sortiscono alcun effetto reale? Come posso dire di essere libero, quindi, senza ammettere il nesso causale fra ciò che faccio, ciò che dico e ciò che penso, con ciò che si produce nella mia vita? Ce lo ricorda anche lo zio di Peter Parker nella vignetta conclusiva della storia d’esordio di Spider-man (Amazing Fantasy #15, Marvel, USA 1962), che “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”: un impegno con se stessi e col mondo che, ho il sospetto, molti umani siano tendenzialmente insofferenti a doversi prendere. Alla responsabilità della libertà, mi pare sia per molti preferibile il valutarsi nella condizione d’inferiorità che offre l’indubbia comodità di potere delegare ad altri l’impegno delle soluzioni, nonché di potersi piangere addosso per le disgrazie, magari recriminando (senza reagire) sulle colpevoli inadempienze dell’autorità che si era riconosciuta. Chi ragiona nel modo che ho detto, lo fa ovviamente anche in un contesto democratico: i politici sono allora l’autorità cui si è riconosciuto potere, in cambio del proprio posticino da vittima “speranzosa” degli eventi.


Ovviamente la Democrazia è secondo me ben altro e richiede, nel contesto sociale della Polis, la stessa partecipazione “eroica” richiesta personalmente per accettare il prezzo della propria emancipazione dal vittimismo. Così come la propria libertà non può essere né percepita e né “spesa” senza l’assunzione della responsabilità dei suoi effetti, così la Democrazia esige la più vigile partecipazione di chi voglia mantenerla. La libertà, così come la Democrazia, sono regìmi enormemente più dispendiosi del vittimismo e della sudditanza: sono regìmi per gente che non si risparmia, sono regìmi d’iniziazione a se stessi e richiedono il coraggio delle grandi narrazioni epiche! Ulisse affronta il suo viaggio iniziatico contro il favore del Fato, così come le rivolte operaie “strappano” porzioni di libertà e responsabilità aziendale al potere del Capitale; l’uomo si lancia alla ricerca di se stesso ed affronta i propri demoni in vista della vera Volontà, così come i cittadini democratici affrontano le reciproche diversità per trovare il miglior punto d’equilibrio fra libertà soggettive e convivenza pacifica e costruttiva. In questa prospettiva, un approccio “liderista” alla Democrazia è un tradimento intrinseco del significato di quest’Ultima: smettiamola di inseguire capi prestigiosi e mettiamoci una buona volta a verificare le notizie, a scegliere partiti con una gestione interna democratica ed a seguire le assemblee del partito che abbiamo votato (qualunque esso sia), per valutarne l’operato e contribuire ad esso con la nostra esperienza. Essere democratici e liberi sono grandi fatiche e solo una precisa intenzione, seguita da una partecipazione puntuale a se stessi ed alla cosa pubblica, può renderle eventi effettivi (anziché illusioni).

venerdì 4 agosto 2017

Istinti, padroni, relazione e paure

Certamente la programmazione di specie, in noi mammiferi, incide molto sull’apertura ad un godimento esteso e liberale delle relazioni: il mio “pool genico” vuole riprodursi preferenzialmente e per far questo, utilizza i miei meccanismi d’autodifesa per aggredire i potenziali concorrenti, oltre che per assoggettare chi si relaziona con me, affinché questi non si permetta “divagazioni”. Con lo sviluppo intellettuale, il meccanismo darwinista si ammanta di una parvenza etica e così imparo a ritenere doverosa l’esclusività dei rapporti, con l’inconsapevole fine di produrre un mondo in cui il mio bisogno istintuale- riproduttivo di vincolare l’alterità a me, sia giustificato, coerente e tutelato. Aldilà delle suddette dinamiche, ben note del resto, mi pare non si sia mai abbastanza sottolineato il peso dei condizionamenti culturali esercitati sulla gelosia occidentale dall’etica abramitica, la quale, da un lato, semplicemente “eleva a sistema”, conferendogli una dignità religiosa, il dato etologico della pulsione al possesso in ambito riproduttivo. D’altro lato, l’esclusività –cristiana, diciamo- dei rapporti affettivi ha secondo me un’altra genesi, oltre al bisogno di ordinare socialmente le pulsioni di possesso già presenti negli istinti: essa si collegherebbe anche e soprattutto alla nozione di un dio da cui dipenda la mia esistenza, prima e la mia salvezza, poi.

Se io ho valore solo perché un dio avrebbe deciso di conferirmelo, traendomi dal “nulla”, allora io non ho effettivamente valore in me stesso: sono nella stessa condizione delle donne nella poesia cortese, le quali si elevavano non già per loro stesse, ma solo in quanto amate dal nobile cavaliere di turno. Se io ho valore solo perché un dio mi avrebbe “chiamato per nome” dal nulla, allora anche la mia felicità è per sempre legata a lui, che detiene questo potere di chiamarmi per nome e darmi così consistenza ai miei stessi occhi: mi sento perduto senza qualcuno che mi chiami per nome e questo mi porta, da un lato, a farmi servo di chi mi trae dal nulla; dall’altro, ad assolutizzare chi mi chiama. Il meccanismo religioso, una volta interiorizzato ed associatosi nel profondo alle pulsioni istintuali di possesso-interesse verso l’altro, verrebbe ovviamente replicato in qualunque contesto relazionale e non soltanto nel rapporto col dio che mi avrebbe creato. L’altro, colui che mi attribuisce un qualche valore a causa della sua predilezione per me, è ai miei occhi colui che mi chiama per nome e quindi, colui dal quale dipenderebbe la mia felicità: mi sentirei del tutto impossibilitato a “costruire qualcosa” in assenza di una pedissequa presenza dell’altro, perché interiormente io intenderei il mio costruire, cioè la mia realizzazione, come la condizione di permanenza nelle grazie di colui che mi avrebbe dato sostanza. Qui avrebbe genesi la dedicazione claustrale della vita, come tentativo di associarsi ad un "altro" affidabile.

L’altro, infatti, quasi mai si dimostra all’altezza del mio bisogno di qualcuno che, costantemente, stia davanti a me per pronunciare il mio nome, trarmi dal nulla ed “autorizzarmi” a riconoscermi valore: i bisogni dell’altro, così simili ai miei sia nel desiderio di possesso, che nel cercare riconoscimento, lo possono portare, più o meno spesso, a voltare il suo sguardo da me verso altre persone da possedere ed a cui chiedere riconoscimento. Se l’altro asseconda a mio discapito i suoi bisogni, io mi ritrovo senza nessuno che pronunci il mio nome: mi sento fallito sia nel soddisfacimento dei miei istinti, che nell’autostima. Se l’altro non asseconda i suoi bisogni di possesso e riconoscimento, probabilmente finirà per diventare nevrotico, perdendo le energie-motivazioni a lui necessarie per riconoscermi e servirmiSe l’altro mi asseconda a discapito dei suoi bisogni, contribuisce a rafforzare in me l’identificazione fra il mio valore e la sua presenza; se non mi asseconda più, innesca in me un horror vacui radicato sia a livello istintuale, che a livello culturalmente interiorizzato, tale da scatenare in me quelle forze reattive che, facendo leva sulle pulsioni di sopravvivenza, mi portano a squalificarlo attraverso una dinamica facilmente illustrabile grazie allo schema del “triangolo drammatico” elaborato, verso la metà del ‘900, da Karpman nel contesto dell’analisi transazionale: mi sentirò anzitutto vittima della sua ingratitudine per il mio riconoscimento della sua persona e quindi trasformerò tale vittimismo in un giudizio spietato dell’ingrato in questione, facendomi ben presto il suo carnefice.

Se il mio ragionamento dovesse avere una qualche validità, potremmo espanderlo al fine di cogliere le sue implicazioni in numerosi campi, come ad esempio quello clinico dello studio delle anoressie. Concordo con chi, genericamente, definisce le anoressie “disturbi dell’amore”; non sarebbero a mio avviso disturbi alimentari, ma modalità reattive per fare fronte allo sconvolgente bisogno di un nome pronunciato da terzi (e cioè di una attribuzione di valore dall’esterno): non sarebbero patologie delle società industrializzate, quanto piuttosto delle società cristianizzate. L’anoressico, davanti al pericolo di “restare senza nome”, agirebbe inconsapevolmente nella direzione di emanciparsi da tale paura, non però attraverso una conoscenza di se stesso (cioè attraverso un processo di scoperta del proprio nome da sé), quanto in quella di una rimozione del bisogno: facendo come se questo non ci fosse. Se ho ragione, l’anoressico sarebbe colui che rimuove il ruolo dell’alterità dalla propria vita, per paura che l’altro non sia costante nel conferirgli il valore di cui avverte un disperato bisogno sia per motivi di programmazione di specie, che d’interiorizzazione di un contesto culturale in buona sostanza nichilista, come quello cristiano. L’anoressico costruirebbe attorno a sé una sorta di verginità dal mondo nel disperato tentativo di fare a meno del proprio nome, inteso come attribuzione altrui: questa “verginità”, non a caso direi, pare esprimersi il più delle volte proprio nei due contesti maggiormente relazionali del vivere, come quelli dell’alimentazione e del godimento sessuale. Confondendo inconsapevolmente l’auto-centratura (“la mia prima responsabilità è verso la mia tutela”) con l’autarchia (“posso tutelarmi solo potendo non contare su niente e nessuno d’esterno a me”), l’anoressico andrebbe a chiudersi in un preconcetto di sé, mancando in effetti di una vera e risolutiva conoscenza di sé, cui si perviene invece perseguendo l'esperienza del piacere.

Se ho ragione, si spiegherebbe come mai l’anoressico identifichi talmente tanto se stesso con la propria condizione, da subìre statisticamente enormi contraccolpi in termini dissociativi, qualora essa venisse rimossa. L’anoressico vivrebbe un contesto di autoreferenzialità al quale, nelle sue fasi più evolute, sarebbe idealmente disposto a rinunciare solo a fronte di manifestazioni di devozione e disponibilità incondizionate, da parte dell’altro, nei suoi riguardi: devozione e disponibilità non soltanto di fatto impossibili da pretendere da un essere umano (dato che l’altro ha anch’egli bisogni propri), ma anche praticamente sempre giudicate ancora inadeguate, quale che sia la loro entità. Ne desumo che due fenomeni apparentemente così distanti, come la gelosia e l’anoressia, possano in realtà essere valutati come i due “rovesci” di una stessa “medaglia” definibile come “terrore di perdere il nome”: se su una programmazione di specie già preposta ad un possesso dell’ambiente e degli altri (al fine anzitutto di sopravvivere e poi di riprodurre preferenzialmente i propri geni), si va a sovrascrivere (interiorizzandola come una sorta di “secondo istinto”) una cultura che associa il valore dell’individuo al riconoscimento altrui, allora, in assenza di un autentico lavoro di auto-riconoscimento, le due “soluzioni” plausibili resteranno soltanto, verso l’altro, l’attacco (di gelosia) o la fuga (in se stessi).