domenica 25 ottobre 2026

Siamo (anche noi) "solo dei poveri comunisti"?

Detesto con tutte le forze ogni forma di parassitismo, buonismo, pietismo, assistenzialismo paternalista infantilizzante del cazzo ed amo invece la responsabilità personale, la virile iniziativa e lo Stato che si mette da parte se i cittadini vogliono tentare liberamente qualcosa, ma resta che lo scopo di una società è raggiungere, insieme, obiettivi più ampli di quelli perseguibili da soli; da una prospettiva strettamente logica, visto che riguardo i sentimenti e l'empatia ciascuno fa legge a sé, a me pare che il senso di un gruppo sia insomma la collaborazione.

Ora, a me pare che nessuno s'impegnerebbe con grande dedizione all'impresa comune di un gruppo dal quale non si sentisse tutelato ed a me pare anche che sia difficile sentirsi tutelati da un gruppo adottante un sistema che penalizzi la perdita di efficienza, come un incidente od un handicap od una malattia che impedisca improvvisamente di lavorare.

Se è vero che il gruppo esiste per il raggiungimento di fini comuni, da un lato è normale che la perdita di efficienza implichi logicamente l'esclusione dai vantaggi del gruppo; d'altro canto, a me pare logico anche supporre che pure nella propria fase di massima efficienza ci si troverebbe costretti ad investire troppo poco nell'impresa comune, sapendo che ne si verrebbe esclusi immediatamente alla prima perdita di efficienza e che quindi l'idea di welfare, lungi dall'esser in contraddizione con un sistema privatistico degli affari, ne sia invece il compendio indispensabile ai fini dell’efficienza “psicologica" ed a lungo termine del gruppo stesso.

La tutela non è soltanto un costo che la società sostiene quando qualcuno non produce; può essere una delle condizioni che rendono razionale, per ciascuno, contribuire quando può: se so che una malattia o una disgrazia può cancellare in un colpo solo la mia sicurezza materiale, allora una parte delle mie energie va necessariamente nella difesa individuale dal rischi per esempio risparmiando più del necessario, evitando cambiamenti mobilitanti, ma rischiosi, non lasciando un lavoro anche se inadatto o rinunciando ad investire tempo in formazione o in un’impresa.

Una protezione condivisa può liberare risorse e iniziativa ed in questo senso, mi pare che il welfare possa essere considerata una“infrastruttura” dell’attività economica, non la sua alternativa: uno strumento che rende più sopportabile il rischio e quindi, in certe condizioni, rende le persone più disposte ad innovare, cambiare lavoro e collaborare.


Mi pare si aggiunga una questione di reciprocità nel tempo, poiché non siamo sempre efficienti, sani, giovani od occupati; un sistema di protezione può essere inteso non come un trasferimento di fondi da un gruppo di produttivi ad un gruppo d’improduttivi, ma come un’assicurazione comune contro fasi della vita e rischi che, in momenti diversi, possono riguardare potenzialmente tutti: oggi contribuisco; domani potrei aver bisogno ed anche senza far appello alla bontà od all’altruismo, questa mi pare una ragione razionale per progettar un sostegno reciproco istituzionalizzato.

Dico “progettare” perché la razionalità del sussistere del welfare non implica che ogni sua forma sia automaticamente efficiente: una forma di tutela può risultare troppo esigua per rassicurare oppure può creare deresponsabilizzazione, come quando accettar un lavoro essendo nella condizione di farlo, comporti la perdita brusca di benefici importanti, “remando contro” quella collaborazione per la quale l’intervento era stato pensato.

Se il welfare espone al rischio di consumare risorse in modo inefficaci, ciò è l’occasione per chiedersi quale tutela, con quali incentivi e con quali fini sia utile implementare e non per concludere che la tutela sia in sé contraria all’efficienza del gruppo ed/od alla responsabilità del singolo.

Nel senso più stretto, “efficienza” è produrre molto con poche risorse, nel presente; in un senso più ampio, è mantenere nel tempo un gruppo capace di cooperare, assumersi rischi e riprendersi dagli imprevisti: un sistema può apparir efficiente nel primo senso e risultare fragile nel secondo, se scarica ogni rischio sul singolo e può pur accadere il contrario: una protezione mal calibrata può indebolire gl’incentivi senza offrire vera sicurezza.

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