martedì 19 maggio 2026

L'assolutismo del relativismo

Scorgo un movimento per così dire “garantista” che procede dal contesto degli studi psicologici e per il quale ogni atteggiamento umano sarebbe in ultima analisi condizionato da situazioni pre-personali e quindi non passibile di un giudizio che non risulti sommario, se non addirittura puerile.

Proverò di seguito a spiegarmi meglio.

Se la postulazione dell’inconscio ha permesso, dagl’inizi del ‘900, di dar un nome a tutti quegl’indubbi automatismi, innati ed/o culturalmente inculcati, che precedono le scelte “coscienti” dell’individuo, mi pare che oggi una certa e preponderante corrente di pensiero si avvalga di tale assunto per esautorare l’individuo da ogni responsabilità.

Le persone non sono mai “pigre”, ma inconsciamente frenate da precondizioni ostili alle aspettative della società; le persone non sono mai vigliacche, ma vittime di occulti meccanismi che sfuggono al loro cosciente controllo.

Attenzione, non sto dicendo che la pigrizia o la vigliaccheria vadano valutate in senso moralista: sto affermando che certa gente ritiene impossibile che volontariamente ci si adagi sulle proprie rassicuranti abitudini senza che questo sia dovuto a traumatizzanti inconsce paure e sto affermando che certa gente ritiene impossibile che si faccia il proprio interesse nascostamente ond’evitare il giudizio sociale od a discapito di palesi debolezze altrui, senza teorizzare la sussistenza di fragilità eccedenti la propria responsabilità diretta.

Mi torna in mente il dibattito tra cattolici e luterani in merito, rispettivamente, alle nozioni di “libero” o “servo” arbitrio: mentre per Santa Romana Chiesa l’umano è capace di piena avvertenza e deliberato consenso davanti al peccato, per le chiese della prima riforma l’umano sarebbe talmente condizionato dal cosiddetto “peccato originale” da non potere vantare meriti neppure a fronte di proprie presunte virtù; se per il cattolico la salvezza è una corresponsabilità dell’individuo, per il luterano e molto più per il calvinista, la stessa è nient’altro che pura grazia ed in ultim’analisi una questione di “culo”, si potrebbe dire: il dio ti ha eletto e tu sei salvo, perché di per sé saresti un perfetto incapace vittima dei propri imponderabili “difetti di fabbrica”.

Personalmente, se guardo ai trascorsi delle mie scelte, mi pare di avere sempre scorto in esse una pur flebile “finestra” di arbitrio entro la quale io abbia potuto “muovermi”: certamente, ricordo d’avere in certe occasioni avvertito molti più vincoli che in altre al mio potere decisionale, ma a mia memoria non ravviso davvero neppure un singolo episodio in cui la mia condotta non lasciasse alcuno spazio a quella ad essa contraria.

 

Si potrà obiettare che il mio caso, anche riconoscendogli un valore oggettivo, non basti a dimostrare l’universalità di quanto da esso rappresentato oppure si potrà osservare come un eventuale inconscio, postulato appunto come ambito non conosciuto non solo del mentale, ma dell’intero olobionte psico-fisico, per definizione impedisca di valutare la sua portata condizionante sulle scelte: entrambe le puntualizzazioni risulteranno sensate sul piano logico, ma a mio parere il discorso va spostato dal piano speculativo al piano pragmatico.

Siamo certi di volere salvare la presunta “bontà” dell’individuo a dispetto della sua dignità di essere senziente? Perché intendiamoci: o una persona è capace in qualche misura di scegliere e di beccarsi i meriti e le “frustate” per ciò che sceglie o si sta ammettendo ch’egli sia una cazzo di vittima degli eventi.

Se ogni persona agisse non per scelta, ma per “programmazione”, allora frequentare una persona piuttosto che un’altra non si limiterebbe neppure ad una mera questione di programmazioni preferite, ma addirittura ad una fortuita corrispondenza di programmazioni fra due automi: la cosiddetta “co-dipendenza” non sarebbe un tratto specifico e circostanziale di certi rapporti, ma la conditio sine qua non di qualunque relazione fra persone che, per dirla con Hume, non risulterebbero essere altro che un “fascio di sensazioni”.

Se le persone vengono considerate incapaci di fare danno con piena avvertenza e deliberato consenso, vengono di fatto considerate incapaci sic et simpliciter, da cui deriva un definitivo impedimento ad ogni crescita al di fuori della pura circostanza fortuita: chi non può avere colpe, neppure può avere meriti.

Siamo sicuri che voler esautorare in ogni caso le persone dalle proprie responsabilità, ritenendo quasi socraticamente che solo l’ignoranza generi l’errore, non nasconda una dogmatica (e cioè autoreferenziale e perentoria) considerazione di certi comportamenti come “erronei”?

Se dico che i danni procurati da una persona non sono colpe in quanto effetti di un condizionamento occulto, sto ammettendo sia il mio giudizio moralista verso le scelte che non le voglio appunto imputare, che l’ontologica impotenza della persona in oggetto: per contro, se parto dal presupposto che un margine d’autonomia sia riferibile ad ogni scelta, posso liberare chi sceglie dal principio d’impotenza e posso liberare le sue scelte da un giudizio morale normativo di cui non avrei più bisogno, poiché se una persona sceglie ciò che sceglie perché lo preferisce, a me basta incazzarmi per le scelte che dovessi ritenere per me o per lei dannose, a prescindere dal fatto che siano intese come “oggettivamente” buone o cattive.

Per cinico diletto (o per fragilità inconscia?) a me, personalmente, va d'incazzarmi con le persone davanti alle quali provo fastidio, senza star a preoccuparmi del fatto che siano “buone” o “cattive” (anche loro malgrado) ed anzi, limitandomi a scegliere come relazionarmi ad esse di volta in volta in base ai miei obiettivi: aggredendole se voglio sentirmi potente o perdonandole se voglio sentirmi “in odore” di santità.

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