martedì 29 marzo 2016

Essere ed "essere per" (6)

Come sappiamo i sentimenti, cioè i veri “motori” dell’agire umano, sono sostanzialmente l’espressione di un qualche istinto, tant’è vero che, in una coppia, paiono indispensabili ad entrambi per scegliere proprio l’altro/a come controparte: se infatti, cristianamente ad esempio, ci si risolvesse per intendere l’altro esclusivamente come “oggetto” del dono di sé, pare chiaro che nessuno meriterebbe quel dono e che chiunque, quindi, potrebbe “gratuitamente” divenirne il destinatario. I sentimenti di base che possono entrare in gioco nella scelta della controparte di coppia paiono sostanzialmente tre (anche se praticamente mai in forma pura, ma piuttosto come tendenze prevalenti): bisogno (istinto di sopravvivenza), desiderio (pulsione sessuale) e protezione (istinto materno per la donna, del “protettore di branco” nell’uomo); questi sentimenti fanno rispettivamente capo a tendenze caratteriali denominate da Giulio Cesare Giacobbe, sulla scorta di Berne, come “bambino” (chi pretende), “adulto” (chi prende) e “genitore” (chi dà), ma possono essere determinati prioritariamente non solo dal proprio livello di evoluzione, ma anche dal modo altrui di porsi. Una donna autonoma potrà attirare l’attenzione di un “tipo bambino” o di un “tipo adulto”, ma non di un “tipo genitore”; un uomo timido potrà attirare prima-riamente un “tipo mamma”, ma anche  un “tipo bambina”, nel caso la donna in questione abbia a confondere la timidezza puerile di lui con un’inesistente “tenerezza paterna”.

Nella prospettiva di una coscienza che esiga di espandersi e compiersi ben oltre il limite autoreferenziale del programma biologico, i sentimenti originanti la coppia andrebbero necessariamente integrati, nel tempo, in una ricerca di senso più ampia: ad esempio, un maschio “tipo adulto” dovrebbe riuscire ad integrare nel proprio approccio alla donna anche atteggiamenti fanciulleschi di gioco e complicità, oltreché di protezione, compro-missione responsabile e collaborazione domestica. Superare la prospettiva biologica non significa del resto poterla negare impunemente. Nel caso in cui un sentimento “desiderio” fosse fondante per le motivazioni di lui alla coppia e venisse frustrato da un ritiro della disponibilità di lei ad accoglierlo (per esempio a seguito d’una gravidanza o d’un litigio), le strade che si aprirebbero al maschio con il protrarsi della situazione sarebbero sostanzialmente quattro: la prima sarebbe quella di uscire dalla coppia a causa dell’estinzione dell’oggetto del sentimento originante di lui; la seconda sarebbe quella di subìre uno stress psicofisico distruttivo a causa del conflitto fra il mantenimento del desiderio per lei e la frustrazione dello stesso da parte di questa; la terza sarebbe quella del mantenimento del desiderio per lei e di uno sfogo dello stress nella forma di una pretesa crescente circa l’assolvimento dello stesso (pretesa che a sua volta produrrebbe in lui distanza verso la donna se non assolta ed in lei senso di sudditanza se assolta per “dovere”); la quarta sarebbe quella di persistere nella coppia, ma a costo della repressione e/o del reindirizzarsi del desiderio, con conseguente inevitabile “slittamento” di lei dal ruolo sessualizzato di compagna a quello asessuato di amica/sorella/figlia/mamma. Nell’ultimo caso suddetto, se il desiderio represso produrrebbe una persistenza di lui nella coppia a sua volta nel ruolo di amico/fratello/figlio/babbo, il desiderio maschile reindirizzato verso altre donne innalzerebbe esponenzialmente il rischio d’adulterio.

lunedì 28 marzo 2016

Essere "con" (5)

Interrogarsi sul significato della vita di coppia significa interrogarsi sul significato della relazione fra unità e molteplicità: è un problema metafisico, molto prima che morale od emotivo. Levinas parlava dell’etica di relazione come della “filosofia prima” ed in un certo senso aveva colto nel segno: davvero l’uomo si costituisce a seguito d’una relazione ed a sua volta si qualifica nel suo modo di vivere la relazione.

Il mito ellenistico parla dell’androgino che si frattura nel dualismo, per poi tornare a ricongiungersi nella figura dell’ermafrodito. Mentre nell’androgino il maschile e femminile sono uniti ma inconsapevolmente, in quanto schiena contro schiena, nell’ermafrodito, dopo un percorso circolare successivo alla separazione, essi si riuniscono l’un l’altra di fronte, avendo guadagnato la coscienza di sé attraverso la momentanea distanza subìta.  La conoscenza non può far a meno della separazione, perché conoscere significa vedere somiglianze e differenze, ovvero comparare: ciò nonostante, la separazione è un’illusione della coscienza e nasconde la realtà nel mentre stesso in cui la rende comprensibile. E’ questo il senso esoterico della metafisica analogica tomista, secondo cui l’Essere è allo stesso tempo Uno e molteplice quanto il numero di cose di cui sia possibile dire “esiste”; è questo il senso dell’affermazione del vangelo gnostico di Filippo, secondo il quale i nomi delle cose sono indispensabili ed allo stesso tempo nascondo un inganno: imparare a conoscersi nella propria unicità è indispensabile per accedere a una relazione consa-pevole, ma la relazione consapevole consiste nel fatto che l’altro, gli altri, tutti quanti, sono riconosciuti essere lì come testimoni del percorso d’autocomprensione di una coscienza cosmica unica (l’Essere), che si esprime però analogicamente nella diversità delle esperienze di diversi soggetti senzienti.

Io sono io, l’altro è l’altro, Dio è Dio eppure la nostra coscienza è una e regge intero l’universo: in questi termini, l’altro/a che condivide l’esperienza di vita con me ed anche il mio nemico, sono un’angolazione distinta della stessa coscienza che sta imparando attraverso la mia esperienza. Fondermi con l’altro in un rapporto simbiotico che ponga l’alleanza al centro del mondo, impedisce alla coscienza, in entrambi, di apprendere ciò che solo il dualismo, la distinzione e la diversità possono insegnarle. Distinguermi da chi condivide con me un’alleanza di vita, ma anche dal mio nemico, mi pone nella condizione di smarrire la vera natura di me stesso, che è quella di una medesima coscienza che si esprime in me come nell’altro/a. Come espressione e “possibilità esistenziale” più alta della metafisica analogica che regola il cosmo, la relazione risulta sana nella consape-volezza di entrambe le sue istanze, quella dell’unità e quella della diversità: fuorviante pare porre la coppia a termine interpretativo unitario e prioritario della realtà; fuorviante pare il tentativo di concedere alla coppia solo ciò che “avanzi” oltre le istanze autoreferenziali dell’apparente ego di ciascuno. Incontrare l’altro/a nella coppia in modo sano pare significare il farlo in termini dialettici, cioè riproducendo costantemente il moto di tesi-antitesi-sintesi che regola il funzionamento della coscienza e cioè della realtà. Incontrare l’altro/a nella coppia è scoprire cosa esprima in sé la coscienza cosmica, attraverso il contrasto con l’altro; è restare se stessi, allo stesso tempo accogliendo l’altrui diversità come un’arricchente, distinta, ma collaterale e convergente esperienza che un’unica coscienza sta vivendo attraverso lui/lei.

mercoledì 24 febbraio 2016

La quadratura dei cerchi

Un "Cerchio Sacro" è una cosa ben diversa da un cerchio magico. Il cerchio magico è un qualunque contesto di dominio in cui la realtà sia sospesa a favore delle leggi vincolanti, indiscutibili ed unilaterali (dogmi) del mago. Un Cerchio Sacro è invece un setting simbolico-energetico nel quale interagire in modo proficuo e sicuro con le forze "divine" che costituiscono il reale. La collocazione geografica, l'orientamento solare ed il rito di consacrazione dell'aula liturgica, nel Cattolicesimo, sono un tipico esempio nostrano di produzione d'un Cerchio Sacro, il quale in quel caso viene definito da 12 croci perimetrali, sigillate col Sacro Crisma dal Vescovo, sotto ciascuna delle quali è acceso un lume dal Fuoco Sacro del Cero Pasquale. Al centro del Cerchio Sacro sta l'altare operatorio, che nel caso cattolico deve reggersi su una pietra fondativa nella quale sia incastonata la reliquia d'un santo (nella basilica di Assisi, in asse con gli altari è posta, nel sottosuolo, direttamente LA TUMULAZIONE, di San Francesco e di suoi 4 compagni - segno del Cristo tra gli evangelisti, che a sua volta riprende l'immagine del sole e delle sue quattro "stazioni" cardinali quotidiane). Il "segno di croce" fatto con l'acqua benedetta è il rito con cui ci si purifica per accedere al Cerchio Sacro (è perciò ch'esso va fatto solo entrando e NON anche uscendo dall'aula, quando invece si rende omaggio all'altare): quindi, se l'aula liturgica è un setting simbolico-energetico per l'interazione con le forze cosmiche, va da sé capire come mai usarla per concerti, attività ludico-conviviali e chiacchiere sguaiate appaia DEL TUTTO inopportuno, in quanto azione capace di DISTRUGGERE le sottili vibrazioni "spirituali" della sua sacralità. Per lo stesso motivo, il turismo entro le aule liturgiche andrebbe forse gestito in tutt'altra maniera da quella cui oggi si è abituati.

In giro, oggi, si avverte una gran confusione non solo sulla differenza tra cerchi magici e Cerchio Sacro, ma anche sulle modalità d'apertura di quest'ultimo. Il Cerchio Sacro si apre principalmente attraverso la Fede (che è un determinato modo d'avere, per così dire, "presenza di spirito"...da non confondersi con la "credenza") dell'operatore, convogliata "simpaticamente" od omeopaticamente, attraverso l'uso rituale di simboli tradizionali apotropaici o riferibili a contesti ed energie significanti. L'apertura del Cerchio Sacro, ossia del setting simbolico-energetico per le operazioni cultuali, fa leva su funzionamenti energetici di tipo fisico che sfruttano le corrispondenze fra realtà apparente e coscienza percettiva. L'uso wiccano di feticci tramite i quali richiamare i cosiddetti spiriti elementali per un uso autodifensivo superstizioso ed emozionale, pare la degenerazione d'una tradizione ben più seria e finalizzata all'Esperienza del Sacro.

venerdì 19 febbraio 2016

Dualità, conoscenza e libertà (4)



Tutto è coscienza. Non può esistere ciò che non si manifesta e non esiste manifestazione senza la capacità di percepirla d’un senziente: «appaio alla coscienza di qualcUNO, quindi sono». La coscienza che tutto regge, in quanto “coscienza”, appunto, si trova nella condizione di conoscere e cioè di far esperienza di ciò che regge: non può far esperienza del bianco se non in contrapposizione al nero (e viceversa); non può far esperienza del maschio se non in contrapposizione alla femmina (e viceversa). Le apparenze originarie (archetipi) che manifestano l’Universo alla coscienza che lo regge, sono sette e divise in 3+1 macro-gruppi: l’essere e il non-essere (asse della energia, a cui si riferiscono in musica l'intensità della nota ed in astrologia le case, per intendere); il prima e il dopo (asse del tempo; altezza, segno); l’io e l’altro (asse dello spazio; timbro, posizione dei pianeti); il cuore (analogicamente inteso sia come “unità” [androginia/tesi, il Padre], che come “mediazione” [polarità/antitesi, il Figlio] che come comunione [ermafroditismo/sintesi, lo Spirito Santo]). L’Universo che si regge sulla coscienza è per forza duale, poiché la coscienza stessa che appunto lo regge non può darsi senza conoscere e la conoscenza, a sua volta, non può darsi senza corrispondenze ed altresì senza contrapposizioni tra i conosciuti; ma l’Universo duale resta intrinsecamente Uno come la coscienza che lo regge: è questo il motivo per cui l’Essere stesso è analogico: uno per tutti ed insieme distinto per ciascuno degli enti che esistono.

La dualità del reale, oltre ad essere inevitabile data l’esistenza stessa delle cose, si pone anch’essa davanti alla coscienza con un duplice aspetto: quello di “occasione” di conoscenza (e quindi di funzione dell’Essere) e quello di “impedimento” alla conoscenza (e quindi di “prigione” per l’Essere). La dualità del reale è quindi, letteralmente, il ri-VELARSI  della realtà alla coscienza che la regge. La coscienza che regge il reale, davanti al rivelarsi di questo, da un lato “acquisisce” (NON in termini cronologici) conoscenza e la facoltà di reggere il reale; dall’altro, prende coscienza del reale in termini separativi e “dimentica”, per così dire, la propria autentica natura di “reggitrice” dei mondi.

Lo spirito libero è capace di distinguere tra il bene ed il male e di agire, però, aldilà del bene e del male. Ogni scelta, in quanto necessariamente legata al manifestarsi duale dell'Universo, implica un “parteggiare” nel vero senso della parola: è un atto necessa-riamente imperfetto, in quanto mutilatore dell’Essere ed autoreferenziale. Non esiste scelta senza autoreferenzialità e non esiste possibilità di non scegliere. Quello che è possibile fare, dato che la coscienza è allo stesso tempo l’origine (in senso ontologico e non cronologico) ed il prodotto del manifestarsi duale della realtà, pare proprio l’esercitarsi nell’orientare le scelte, costantemente, verso la “parte” apparentemente "più relazionale" delle circostanze: di modo che, una coscienza addestrata a concepirsi come distinta e insieme "unita" all'alterità, sappia di volta in volta e sempre meglio affrontare la realtà, da un lato riducendo progressivamente la porzione di mondo ad essa ignoto e dall’altro adeguando progressivamente le scelte alla realtà di cui avrà ricevuto la rivelazione. L’unica soluzione pare quella d’ “individuarsi reintegrandosi”, tendendo NON a risolvere i problemi, ma a manifestarsi sempre meglio al mondo come vera Coscienza.

domenica 14 febbraio 2016

Scienza Sacra e psicologia oggettiva (3)

Va da sé che ogni psicologia, in quanto sistemazione dell’esperienza dello psicologo, sia una psicologia personale: valida anzitutto, cioè, per descrivere proiettivamente i “moti interni” di chi la elabori. Sorgono a volte qua e là alcune emergenze e dinamiche archetipiche, ossia largamente documentate sia in ordine al tempo, che allo spazio, che al livello evolutivo dei popoli, le quali avvisano, all’interno di un'interpretazione psicologica, della presenza di un dato od una circostanza in qualche modo oggettivi.

Quella del “rispecchiamento” è una tipica dinamica collusiva di coppia (dove per coppia si intende qui una qualunque interazione fra due parti senzienti e propositive) che manifesta i dati dell’oggettività di specie (e non solo). Un rispecchiamento consiste in un moto proiettivo incrociato, fra due soggetti, nel quale sia ad un certo punto impossibile capire quale soggetto stia reagendo alla disposizione altrui nei suoi riguardi e non sia invece egli stesso la causa, della stessa: in genere, un rispecchiamento si produce tra due soggetti estremamente simili sul piano dell’egocentrismo cognitivo (identificazione col proprio punto di vista) e sostanzialmente distanti sul piano del tipo psicologico (pensiero vs emozione, intuizione vs sensorialità, ecc); in genere, in ordine al livello energetico (maturativo) dei due soggetti interessati, quanto più sia estesa la loro consapevolezza, tanto più il loro rispecchiamento reciproco produce una “dissociazione” fra il loro piano comportamentale (reattivo-emotivo-istintuale e “preda” appunto della collusione) ed il loro piano cognitivo (ponderato e capace di riconoscere la collusione), aggiungendo una frattura interna a ciascuno dei soggetti, a quella esterna di coppia già prodottasi nel contrasto fra loro.

Il rispecchiamento è una di quelle dinamiche che si manifesta non solo in ogni contesto storico e spaziale, ma anche energetico: la tradizione e l’iniziazione ne conservano conoscenza sia nell’ambito più scontato dei rapporti infra-umani, che circa i rapporti fra l’umano ed il divino, che circa quelli fra l’umano ed il piano del manifestarsi materiale delle cose. Il mito greco di Narciso pare una tipica informazione psicologica inerente il destino di chi si lasci “divorare” dall’inconscio (acqua) nell’abbandonarsi al tentativo costante di recuperare l’unità di sé (immagine) in termini autoreferenziali (riflesso), ossia egoici: nel contesto cristiano, tale mito trova riscontro nei “passi gemelli” di Mt X,39; Mt XVI,25; Mc VIII,35; Lc IX,24; Lc XVII,33. Circa i rapporti fra l’umano ed il divino, sia in ambito sufico islamico (Ibn Arabi) nel concetto di “immaginazione creatrice”, che in quello cristiano nelle espressioni (Padre Nostro) “come in cielo, così in terra” e “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, solo per fare due esempi, il rispecchiamento viene insegnato come l’attitudine di Dio a riconoscere unicità ai senzienti tramite un proporsi loro, da un lato, secondo la misura del loro cuore (retribuzione); collateralmente e contemporaneamente, dall’altro, offrendo di volta in volta ai senzienti l’occasione per allargare il loro cuore fuori dal “recinto autoreferenziale”, verso una nozione “più vera di verità”. Circa il rapporto fra l’umano e la materia, è invece la "mitologia degli artefatti", come ad esempio il golem ebraico e tutta la collaterale letteratura mitica-favolistica sugli automi, ad esprimere la questione del rispecchiamento nei termini di un’autoreferenzialità che da euforica si tramuta ben presto in minacciosa.

In tutti e tre i livelli che secondo la scienza sacra contraddistinguono la condizione umana in questo piano temporale, spaziale ed energetico del manifestarsi duale dell’Essere, il rispecchiamento viene presentato come un’arma a doppio taglio, per così dire: se fino a un certo punto, infatti, l’autoreferenzialità che vi soggiace permette all’uomo di individuarsi (far emergere il Sé) rispetto al parere ed al sentire indistinti delle “masse” (l’androgino), da un certo livello di coscienza in poi esso stesso si pone a freno di ulteriori evoluzioni, impedendo il perseguimento del piano comunionale (l’ermafrodito) od Unus Mundus che il paradigma di Calcedonia descrive nei termini cristologici di “unità nella distinzione nell’ordinamento”. La soluzione all’impedimento costituito dalla collusione del rispec-chiamento consiste, secondo la scienza sacra, nella Croce, ovvero nella sottrazione unilaterale dell’eletto (colui che sa contestualizzare la dinamica) alla collusione stessa, tramite l’assunzione (da parte sua) dell’atteggiamento che, in ambito cristiano, è definito “perdono”. Purtroppo la nozione exoterica del perdono individua in esso un atteggiamento di tipo emotivo ed unilaterale nel senso autoreferenziale del termine: io che voglio essere buono ti perdono. Nei termini esoterici, lo stesso perdono appare un approccio unilaterale soltanto nel senso che non aspetta un simmetrico cambio d’atteggiamento nell’altro, per attuarsi, essendo anzi esso stesso concepito come Lo strumento per promuovere appunto nell’altro tale riallineamento grazie al principio di simmetria che regola l’Universo materiale.

Iniziaticamente, la Croce-perdono “abbracciati” unilateralmente (ma non autoreferenzial-mente, in quanto tale "abbraccio" non trova in se stesso, ma nella verità riconosciuta, il suo motivo d'essere) consistono in una pratica adottata conseguentemente ad una presa di coscienza progressiva ed efficace: 1) c’è una collusione in atto; 2) la collusione in atto si auto-alimenta nel fatto stesso che i soggetti coinvolti ne cerchino le ragioni –“chi ha ragione?”-; 3) per interrompere il flusso prodotto dal presente modo di pensare, è necessario cambiare modo di pensare; 4) per interrompere il rispecchiamento reciproco fondato sul reciproco giudizio -non inteso come esercizio della comprensione, ma come trasformazione in colpa delle differenze a seguito di un’aspettativa, che a sua volta è una speranza degenerata in pretesa-, è necessario interrompere il giudizio; 5) interrompere il giudizio non significa ridurre la propria identità a quella altrui, ma ricordare che l’autenticità è più facilmente perseguibile uscendo dall’autoreferenzialità, piuttosto che tentando di capire (anche in buona fede) chi abbia colpa di cosa. Il perdono iniziatico si pone così come il cammino atto a: discernere, da un lato, l’analogia fra la condizione duale ed insieme comunionale di sé con l’altro; plasmare una realtà rinnovata, in seconda istanza, grazie al rinnovamento del proprio assetto percettivo; offrire all’altro un modello sano di relazione che offra solo il rifiuto egocentrico come alternativa a sé.

sabato 19 dicembre 2015

Verità, religiosità ed iniziazione

La condizione di chi ha fatto esperienza di qualcuno (o di qualcosa), per quanto parziale essa sia, è sostanzialmente diversa da quella di chi, circa questo qualcuno (o qualcosa), non abbia avuto alcun riscontro. Ragionando due persone su ciò che nessuna di loro abbia sperimentato, entrambe esporranno posizioni in egual misura legittime ed insieme discutibili; qualora una di loro parli invece secondo esperienza, dicendo: “io ho veduto”, la qualità dei rapporti cambia. Chi ha veduto, parlando resta fedele a se stesso; chi non ha veduto, contestando l’altro, si arrocca su di un preconcetto.
Parlando di confessionalità religiosa, chi ha fatto esperienza del sacro e ne parla si trova posto in tutt’altra prospettiva da chi voglia contestarlo. Nel caso si parli dell’esistenza di un dio, chi ne abbia fatta l’esperienza e dica “esiste” si trova posto in tutt’altra dignità, rispetto a colui che dica: “non ho visto quindi non esiste”. A rigor di logica, per un terzo che assista alla discussione senza nulla avere sperimentato in prima persona, entrambe le precedenti posizioni sono insieme legittime e discutibili.

E’ proprio per superare l’equidistanza della pura logica dagl’innumerevoli termini con cui è possibile discriminare la realtà, ch’esiste l’iniziazione: la quale consiste in un percorso guidato d’esperienze del sacro, tali da trasformare le credenze (circa quest’ultimo), in sapienze (più o meno parziali). E’ l’iniziazione, ossia l’esperienza (guidata) diretta del sacro, a costituire la differenza fondamentale tra la vita religiosa exoterica e quella esoterica. A livello exoterico si crede in qualcosa circa cui, sul piano logico-argomentativo, potrebb’essere vero anche il contrario. Il credente, dall'entità della cui credenza egli ritenga dipendere la sua salvazione/dannazione (come nel caso eclatante dei monoteismi abramitici), chiede con ansia che la sua persuasione (ch’egli allora chiama erroneamente “fede”) sia rafforzata (dal dio, dall’istituzione religiosa di riferimento, dall’autosuggestione indotta tramite azioni rituali e devozionali –ciò che in sociologia è detto “contesto di plausibilità”-) perché, in fondo al cuore, egli teme: il credente è un totalitarista perché teme e teme perché in fondo al cuore sa che, riguardo ciò in cui ripone le sue “disperate speranze”, potrebb’essere vero anche il contrario.

L’iniziazione, ossia l’esperienza (guidata) diretta del sacro, trasforma la credenza in fede, giacché la fede è propriamente un atto di fedeltà ad un’esperienza realmente fatta. La credenza può essere il “trampolino” iniziatico al piano esoterico ed anzi essa trova, precisamente in questa possibilità, la sola ragione ed il solo scopo del suo stesso esistere. Mentre le civiltà (le norme, le espressioni sociali e le istituzioni) sorte attorno alle credenze genuinamente tradizionali servono a dare sicurezza ai popoli quale che sia l'ordine di sviluppo personale di coloro che li compongano, i riti e le arti espressive di quelle stesse credenze sono precisamente dei percorsi guidati, di tipo exoterico, tramite i quali poter accedere al piano esoterico dell’esperienza diretta del sacro: c’è chi vi perviene e chi, per immaturità di spirito o pavidità di scelte (circostanze queste che, in realtà, costituiscono due aspetti della stessa fragilità psichica), vi permane. Gl’insensibili ai richiami del “senso della vita” furono chiamati, dagli gnostici, “ilici”; i credenti furono chiamati “psichici”; i fedeli costituiscono il popolo guida degli “pneumatici”.

giovedì 10 dicembre 2015

Ilici, psichici, pneumatici ed individuazione (2)

La coscienza, si è detto, è la funzione con cui il soggetto delinea il quadro ambientale in cui si viene a trovare: essa fornisce alle emozioni, vero “motore” dell’azione, il "panorama" a cui reagire. La coscienza che cresce in capacità di calcolo comincia ad includere se stessa e tutte le altre funzioni del soggetto, oltre che il soggetto stesso, nel panorama che va delineando. Le emozioni consistono nell’accumulo delle pregresse esperienze in cui gli istinti hanno reagito ai precedenti contesti colti di volta in volta dalla coscienza. Gli istinti, dal canto loro, sono sostanzialmente due: sopravvivenza e riproduzione: gli archetipi (maternità, paternità, sessualità, crescita, coscienza ecc.) non sono che codificazioni ereditarie, di carattere emozionale, dei diversi contesti in cui la specie, storicamente, ha esplicitato i due suddetti istinti. In questi termini, ogni apertura del soggetto al mondo sarebbe motivato dal bisogno di trovare fuori ciò che manca dentro di sé.

Assunto ciò, si potrebbe ipotizzare che la causa prima dell’agire umano sia l’istinto nei suoi due suddetti aspetti, che potrebbero essere genericamente riassunti come “voglia di vivere”. La voglia di vivere sarebbe il motivo fondamentale, la “causa prima”, di ogni agire umano: questa voglia poi, in esseri metacognitivi (coscienti di sé), si tradurrebbe in una causa seconda dell’agire, che potrebbe essere definita “ricerca di senso” e che consisterebbe nel bisogno di coerenza tipico della funzione della coscienza di produrre, come s’è visto, quadri (unitari) delle circostanze esterne/interne. La ricerca di senso sarebbe però condizionata inconsciamente dal retroterra emozionale costituito dalle risposte pregresse degli istinti (archetipi) ai precedenti contesti definiti dalla coscienza in via di sviluppo: in questo senso, la vera “causa seconda” dell’agire sarebbe in realtà il desiderio (voglia di vivere + esperienze positive pregresse), mentre la ricerca di senso, da esso pilotata, sarebbe in realtà, ad un secondo stadio evolutivo immediatamente successivo a quello dell’istinto puro, solo una “causa terza”. A questo livello, qualora l’azione dell’uomo, emergente dai processi descritti, diventasse controproducente sul piano della sua propria “voglia di vivere”, si dovrebbe parlare di patologia mentale.

L’individuazione junghiana consisterebbe, in questo discorso, precisamente nel prendere coscienza dei processi dell’avvertire, dello scegliere (ossia nell’espandere l’orizzonte della propria coscienza) e quindi nel “ribaltare” la gerarchia delle cause ponendo la ricerca di senso al primo posto, la quale dovrebbe trovare poi ‘l modo d’accogliere le resistenze emotive e gl’istinti senza rimuoverli, ma neppure assecondandoli pedissequamente. In termini strettamente identitari, l’uomo dovrebbe poter agire secondo la migliore pertinenza possibile, in una prospettiva vitale, al perfettibile “contesto mondo” che la sua coscienza sarebbe in grado di delineargli. In termini d’apertura al mondo, l’esigenza dettata dall’individuazione sarebbe allora quella di passare da una mera dinamica d’approv-vigionamento ad una prospettiva olistica, capace di tener insieme e l’esigenza d’appagare i bisogni vitali e quella d’includere tra quest’ il mantenimento d’una relazionalità no-profit, per il solo (ma determinante) fine di non ricadere nell’autoreferenzialità impulsiva, nella cecità animale ed in ultim’analisi, nell’indistinzione di specie. Si tratta di un’operazione intrinsecamente gnostica.