lunedì 6 marzo 2017

Cristianesimo e simbolo. III costituzione (3/3)

Al termine della seconda parte di questo articolo, ho illustrato la mia idea circa la questione sinottica: il primo vangelo ad essersi formato sarebbe Mc, scritto su richiesta del popolo romano dal “figlio” di Pietro (che a Roma non avrebbe mai messo piede) nel periodo in cui, assieme a Luca e a tali Aristarco e Dema, si trovava al seguito di Paolo nella sua cattività italica.  Il testo di Mc sarebbe rimasto ai romani, presso i quali avrebbe subìto alcune modifiche anche per un adeguamento ad uso liturgico (quando si comincerà a festeggiare la Pasqua annuale, Mc sarà letto integralmente durante una messa della durata di circa 2h, proprio a causa della sua brevità); sarebbe presumibilmente tornato con il suo autore in Palestina dove, incontrando raccolte locali dei detti di Gesù (fonte Q), avrebbe costituito la base di Mt; sarebbe rimasto ragionevolmente anche nelle mani di Luca il quale, rientrato in medioriente forse a ridosso della morte di Paolo (collocata attorno al 67 d.C.) o qualche tempo dopo Marco, Aristarco e Dema, sarebbe anch’esso giunto a contatto con Q e/o con Mt, producendo un’ulteriore sintesi, comprensiva di alcuni elementi originali. In quest’ultima parte del terzo articolo della serie su Cristianesimo e simbolo, inaugurata con la trattazione dei miti precedenti da cui la dottrina paolina avrebbe tratto ispirazione, affronto proprio il tema dell’evoluzione del pensiero cristiano all’interno del NT, grazie alla comparazione dei primi cinque fra i testi originari presi non nell’ordine del canone, ma in quello (a seguire) della loro stesura in ordine temporale:
I Tessalonicesi, 51-53 c.ca d.C.; I e II Corinzi, 53-57 c.ca; Galati, 55-57 c.ca; Romani, 57 c.ca; Filippesi, 60 c.ca; Filemone e Colossesi e Efesini, 61-63 c.ca; Marco e Q, 63 c.ca; I Timoteo, 63-66 d.C.; I Pietro, 66-67 c.ca; DISTRUZIONE DEL TEMPIO; Matteo, +70; Luca, +70 (mi riferisco alla prima stesura, quella che presumibilmente parte dal versetto III, 1); Apocalisse, +90; SCOMUNICA DI JAMNIA, 95 d.C.; Giovanni, +95.


Della Prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ho già parlato: è il più antico scritto pervenutoci del NT e contiene una teologia solamente abbozzata. Paolo assicura sulla legittimità del proprio mandato (e ciò è segno inequivocabile del fatto ch’esso fosse oggetto di discussione); denuncia le difficoltà ricevute da chi, nel giudaismo ortodosso (dal quale, all’epoca, i cristiani di Giacomo ritenevano ancora di dipendere) non approva la predicazione ai gentili (i non ebrei); in IV, 13 si esprime chiaramente la fede nella risurrezione di Gesù, che però non viene in alcun modo definita; in IV, 17 si esprime chiaramente la fede nell’imminente ritorno di Gesù; in V, 1-11 si inseriscono speculazioni riguardo l’incertezza della data del ritorno (secondo alcuni, il passo sarebbe un’interpolazione successiva di chiaro segno lucano).
La Prima lettera di Paolo ai Corinzi contiene la prima descrizione d’una comunità cristiana, nonché la prova che il cristianesimo primitivo si lasciò influenzare dal contesto pagano circostante (Paolo si lamenta di ciò) nelle sue pratiche cultuali; promuove una spiritualizzazione della vita religiosa ed un appello all’unità (segno preciso che, già 20 anni dopo la morte di Gesù, ogni comunità s’era fatta un’idea diversa del maestro). In Seconda Corinzi, Paolo declina ogni responsabilità sulla propria pochezza a Dio, definendo per la prima volta il paradigma, poi ripreso da Agostino, della potenza di Dio che resta efficace nonostante l’inadeguatezza del mezzo per cui giunge: da questo assunto Paolo, in forza del mandato soprannaturale ricevuto direttamente dal risorto, si pone in un atteggiamento di superiorità rispetto a cosiddetti “super apostoli”, i quali sono probabilmente non altri che Pietro, Giacomo e i dodici, ovvero i testimoni cristiani della prima ora.
La Lettera di Paolo ai Galati è un testo fondamentale, per almeno un paio di motivi tra cui il primo è che, in III, 28 recita: «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Il secondo e forse superiore motivo dell’importanza di Galati è relativo al primo e consiste nelle asserzioni di III, 26-27 (A) e di V, 6 (B): A, «Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo»; B, «non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità». Il tema introdotto dalla lettera è insomma quello della salvezza per fede, ma Paolo continua sin dall’inizio del testo a riaffermare anche la subordinazione del suo ruolo all’iniziativa divina (I, 11-13), nonché a proporsi come modello del credente che si svuota d’ogni volontà per diventare puro strumento del Signore (II, 20); prosegue, in questo testo, anche il processo di spiritualizzazione della fede, grazie all’associazione di ogni buona opera allo Spirito (e di ogni cattiva opera alla carne, in chiaro spirito dualista; cfr. V, 22-23).
La Lettera ai Romani è forse il testo più importante (certamente il più lungo) tra quelli redatti da Paolo e forse dell’intero NT: in essa è chiaramente formulata la tesi del Peccato Originale, il quale viene assunta da un lato per giustificare la salvezza per fede (la quale, a sua volta, era stata necessaria a giustificare la non necessità per i pagani convertiti, di sottostare alla legge mosaica) e dall’altra per giustificare il fatto che i credenti (ovvero i giustificati/liberati da Cristo per fede) continuassero a peccare (ovvero a restare schiavi delle proprie pulsioni, diremmo oggi). 


Possiamo, dopo questa lettera, comprendere forse la linea che può avere guidato Paolo nella formulazione delle sue teorie mistiche: se Cristo non è venuto a ripristinare il regno d’Israele come credevamo (visto che s’è fatto ammazzare), cosa sarebbe venuto a fare? É venuto ad instaurare il Regno di Dio. Se Cristo non torna ad instaurare il Regno di Dio (visto che la fine del mondo parrebbe tardare), cosa sarebbe venuto a fare? É venuto a liberare l’Uomo dalla Legge. Se Cristo è venuto a liberare l’Uomo dalla Legge, quali sono gli strumenti di questa liberazione? La Sua immolazione e la fede in Lui. Come si riconosce la fede? Si riconosce perché è «operosa nella carità» (cfr. Gal V, 6). Se chi ha fede in Gesù Risorto (cfr. I Cor XV, 12-17) è anche chi vive amorevolmente, perché anche i membri della comunità cristiana mantengono atteggiamenti carnali? Perché esiste il Peccato Originale. Ergo, Gesù è venuto a liberare dal Peccato Originale, il quale era anche la causa del bisogno di sottostare alla Legge. Vorrei fare notare, a questo punto, alcune cosette: 1) la logica “quasi” strumentale con cui la dottrina paolina pare procedere nel susseguirsi dei testi, dal più antico al meno antico; 2) la necessità -per Paolo, ovviamente- che Cristo sia risorto (se Cristo è morto prima che Paolo lo conoscesse, a che titolo Paolo ne parla? Ne parla perché è risorto e gli è apparso); 3) il “corto circuito” tautologico in cui entra la teologia neotestamentaria a causa del carattere circostanziale ed “apparentemente” strumentale con cui se ne evolve la dottrina. Il cristiano è redento dal Peccato Originale che spinge a peccare, ma continua a peccare; il cristiano è redento dalla Legge in virtù della fede, ma la sua fede continua a trovare sostanza nelle sue opere; la sottomissione ebraica alla Legge sarebbe dovuta alla caduta dei progenitori con il loro Peccato Originale (ed è per questo che i cristiani, ormai redenti, non vi dovrebbero più soggiacere), ma sempre secondo Paolo è la Legge a determinare il peccato e non viceversa (se fosse il peccato a determinare la sudditanza alla Legge, anche i redenti, che comunque continuano a compiere anche opere carnali, dovrebbero continuar a sottostarvi): «Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge» (I Cor XV, 56). 


Giunti dove ci troviamo, non resta che “mettere insieme i puntini” per capire il senso generale di tutta quanta la mole d’informazioni portata alla luce in questa serie d’articoli, fino ad ora: a tale scopo, illustrerò brevemente anche il Vangelo di Tommaso, così come ho fatto per i precedenti documenti paolini. VT ci consegna 114 detti di Gesù, dei quali circa un terzo non riportati nel NT e di cui altri, tra quelli già noti grazie ai canonici, presentati in una forma più arcaica e in un contesto teologico diverso. Esistono diverse tesi sulla datazione di VT: a causa dei suoi arcaismi, dell’indipendenza dai sinottici e dai riferimenti ad esso che troviamo contenuti in Gv (unico testo narrante l’episodio dell’incredulità di Tommaso nella risurrezione e per un insieme d’altro motivi, scritto chiaramente in polemica con una comunità riferibile a VT), propendo per una redazione che si colloca non solo precedentemente a Gv stesso, ma anche a Mt e Lc. Il Gesù di Tommaso pare “poco ebreo” e “molto gnostico” a diversi esegeti (portati quindi a posticiparne la redazione addirittura di un secolo), ma questo fatto mi pare del tutto giustificabile alla luce di quanto da me già esposto all’articolo II, 2/3 di questa serie. Alla luce di VT, qualora ne si accetti la datazione più antica (-70 d.C.), diventa necessario evidenziare una frattura, in seno alle prime comunità cristiane, tra gruppi che pongono maggior importanza all’insegnamento del Cristo (VT, Q e/od altre eventuali raccolte di detti la cui esistenza, essendo universalmente assunta dagli studiosi, costringe comunque a riconoscere la medesima ripartizione fra le prime comunità) ed altri che, sulla spinta paolina, volgono verso una divinizzazione della persona di Gesù (NT). Rispetto alle origini essene e rabbiniche (Hillel) del pensiero gesuano, vediamo come appaiano maggiormente nella corrente illustrata da VT, testo dal “sapore” ellenista e nel quale si sottolineano il tema vegetariano, il dualismo luce/tenebre, il valore iniziatico della missione salvifica del Cristo (cioè: la salvezza da lui operata consiste nell’avere tracciato una strada sapienziale di risalita al cielo, un po’ sul modello buddista) ed il senso prettamente esistenziale e sapienziale sia del Regno di Dio (che starebbe nel cuore di ognuno), che della sconfitta che il Signore opera sulla morte (detto n°1): «colui che trova il senso segreto di queste parole, non assaggerà la morte». Rispetto alle influenze ellenistiche ed orientali da me già riferite in II, 1/3, vediamo com’esse influenzino maggiormente Paolo, nell’assunzione della tesi del Peccato Originale (tesi zoroastriana e non ebraica), nonché i sinottici, nell’elaborazione narrativa della vita di Gesù.

domenica 5 marzo 2017

Cristianesimo e simbolo. III costituzione (2/3)

Al termine della prima parte di questo articolo, abbiamo riassunto le posizioni preliminari di Paolo riguardo la questione sinottica, ovvero: 1) che i primi testi ad essere redatti del NT sono lettere di Paolo, il quale non conosce personalmente Gesù, non conosce nulla della biografia di Gesù, riferisce il suo mandato (ben 8 anni dopo la morte di Gesù) direttamente al “risorto” e sarebbe in rotta con i cristiani della prima ora non tanto a causa del suo predicare ai pagani, approvato da Pietro (Atti XI, 1-18), ma a causa del modo, ovvero anzitutto a causa della sua totale noncuranza delle indicazioni date da Giacomo al cosiddetto Concilio di Gerusalemme (l’evento in cui si decise per la non imposizione della legge mosaica ai pagani convertiti, ma anche per l’estensione a tutti del divieto alle carni immolate, al sangue e all’impurità; cfr. At XV, 23-29); 2) Paolo inizia la sua carriera professando l’imminente ritorno del Signore che salverebbe chi credesse in Lui ed invitando alla santificazione personale, poi corregge il tiro invitando i credenti a riprender a lavorare e passando, dalla semplice idea della fede salvifica in Cristo, alla più complessa dottrina del peccato originale; 3) tra i vangeli, i primi a prodursi sono i sinottici e tra essi, per primo pare emergere Mc riportando i racconti di Pietro, testo dal quale poi Mt e Lc prenderebbero ispirazione, unitamente a una presunta fonte Q di soli detti forse perduta e forse identificabile col Vangelo (apocrifo) di Tommaso.


Volendo comprendere la struttura del NT, mi protrarrò ora a recuperare la storia di Marco attraverso le Scritture, per lasciar ad altra sede la discussione circa l’evoluzione del pensiero paolino ed il rapporto fra quest’evoluzione e la stesura dei sinottici. In Mc, l’identità di Gesù é un mistero che si esprime nella sua vita: egli mostra una completa signoria sulle forze della natura, sulla Legge, sui demoni, sulle malattie ed anche sulla morte. Di Marco sappiamo che è un ebreo di Gerusalemme che ha nome Giovanni: Marco è il suo secondo nome latino, a volte è chiamato Giovanni, a volte solo Marco, a volte Gian Marco. È figlio di Maria, una ricca vedova che diventa seguace di Gesù, presso la quale Pietro trova rifugio dopo la sua miracolosa scarcerazione (At XII, 12-17). In Atti XII, 25, il cugino di Marco, un altro credente illustre di nome Barnaba, arriva a Gerusalemme da Antiochia, portando con sé Paolo:  Marco parte con loro, ma ad un certo punto, la collaborazione subisce un arresto in quanto, mentre Paolo e Barnaba proseguono, il nostro sceglie di tornare a Gerusalemme (At XIII, 13); alla vigilia di un viaggio successivo, la discussione circa la riammissione di Marco produce la separazione di Barnaba da Paolo (At XV, 36-41). 


Il rapporto fra Paolo e Giovanni Marco dev’essersi (secondo il NT) ricomposto: nella Lettera a Filemone, uno dei primi e più corti testi del NT, ai vv. 23-24 dell’unico capitolo, Paolo parla di Marco come di un suo collaboratore, il quale si troverebbe con lui a Roma assieme ad Aristarco, Dema e Luca; nella lettera ai Colossesi, egli invita questi ad accogliere bene Marco quando arrivasse da loro come suo emissario. Per una serie di concordanze fra la lettera a Filemone, la lettera agli Efesini e la lettera ai Colossesi (tutte scritte prima di Mc e prima di At: «Il recapito della lettera fu affidato da Paolo a Tìchico e ad Onèsimo, cfr. Col IV, 7-9. Tichico doveva anche, nel corso di questa stessa spedizione, consegnare l'epistola destinata agli Efesini, cfr. Ef VI, 21. Quanto allo schiavo Onesimo, egli doveva, su ordine di Paolo, tornare dal suo padrone Filemone e consegnargli la lettera che l'apostolo aveva scritto proprio per lui, cfr. Fm 12; 21» - Wikipedia), sappiamo che la citata collaborazione romana fra Paolo e Marco risalirebbe al 60-62 d.C. Pietro, secondo la ricerca, sarebbe morto tra il 64 ed il 67 d.C. e la sua prima (ed unica oggi attribuitagli) lettera, datata attorno al periodo della sua morte, conclude così: « La chiesa che è in Babilonia, eletta come voi, vi saluta. Anche Marco, mio figlio, vi saluta » (V, 13). Si è già visto come «Eusebio di Cesarea [nel suo Storia Ecclesiastica, vv. II, 15; III, 40; VI, 14] accenna… alla testimonianza del vescovo Papia di Ierapoli e Clemente di Alessandria secondo i quali Marco scrisse il suo Vangelo a Roma su richiesta dei cristiani di quella città, che desideravano una testimonianza scritta degli insegnamenti di Pietro e dei suoi discepoli; questa notizia è confermata da Ireneo di Lione [Contro gli Eretici, v. III, 1]» (Wikipedia); si è vista ora la cronologia interna al NT circa i fatti: proverò quindi a tirare le somme per quanto riguarda la stesura di Mc, per proseguire poi, nella terza parte di questo articolo, con un breve sommario dell’evoluzione dottrinale nel NT non secondo l’ordine canonico dei libri, ma secondo quello temporale delle loro date di redazione.
 
https://it.wikipedia.org/wiki/Pala_di_Pesaro

La mia ipotesi sulla questione sinottica è questa: il primo vangelo ad essersi formato è Mc. Se a Marco fu richiesto dai romani di mettere per iscritto la testimonianza di Pietro, significa che i romani erano al corrente che Marco la conoscesse e questo è ragionevole, dal momento che Pietro aveva dimostrato d’avere così tanta confidenza con casa sua a Gerusalemme, da recarvisi dopo una fuga dal carcere. Mi pare lecito pensare che, dopo il litigio con Paolo, Marco sia tornato appunto a Gerusalemme presso la madre e presso, ovviamente, la comunità giudeo-cristiana capeggiata da "suo padre" Pietro e da Giacomo "fratello di Gesù". Mc è scritto nella cattività paolina di Roma, coevo alle lettere a Filemone, Colossesi ed Efesini; nella Lettera a Timoteo (65 d.C. c.ca), Paolo cita fra i suoi collaboratori il solo Luca, segno che i già presenti Marco, Aristarco e Dema se n’erano andati, col primo probabilmente diretto a Babilonia assieme a Pietro. Pietro, secondo questa ricostruzione e cioè secondo le testimonianze del NT, non sarebbe mai stato a Roma ed anzi, la tradizione romana che associa Pietro a Paolo sarebbe dovuta proprio all’opera redazionale di Marco. Il testo di Mc sarebbe rimasto ai romani, presso i quali avrebbe subìto alcune modifiche tra cui, la più eclatante, pare l’aggiunta del finale; sarebbe rimasto presumibilmente anche nelle mani di Marco e giunto con questi in Palestina dove, avendo incontrato altri scritti locali riportanti raccolte dei detti di Gesù, avrebbe fornito la base per la stesura di Mt; sarebbe rimasto ragionevolmente anche nelle mani di Luca il quale, rientrato forse a ridosso della morte di Paolo (collocata attorno al 67 d.C.) o qualche tempo dopo Marco, Aristarco e Dema, sarebbe anch’esso giunto a contatto con la redazione cosiddetta Q e/o finanche con Mt, producendo finalmente un’ulteriore sintesi, comprensiva di alcuni elementi originali raccolti da lui stesso.