venerdì 19 febbraio 2016

Dualità, conoscenza e libertà (4)



Tutto è coscienza. Non può esistere ciò che non si manifesta e non esiste manifestazione senza la capacità di percepirla d’un senziente: «appaio alla coscienza di qualcUNO, quindi sono». La coscienza che tutto regge, in quanto “coscienza”, appunto, si trova nella condizione di conoscere e cioè di far esperienza di ciò che regge: non può far esperienza del bianco se non in contrapposizione al nero (e viceversa); non può far esperienza del maschio se non in contrapposizione alla femmina (e viceversa). Le apparenze originarie (archetipi) che manifestano l’Universo alla coscienza che lo regge, sono sette e divise in 3+1 macro-gruppi: l’essere e il non-essere (asse della energia, a cui si riferiscono in musica l'intensità della nota ed in astrologia le case, per intendere); il prima e il dopo (asse del tempo; altezza, segno); l’io e l’altro (asse dello spazio; timbro, posizione dei pianeti); il cuore (analogicamente inteso sia come “unità” [androginia/tesi, il Padre], che come “mediazione” [polarità/antitesi, il Figlio] che come comunione [ermafroditismo/sintesi, lo Spirito Santo]). L’Universo che si regge sulla coscienza è per forza duale, poiché la coscienza stessa che appunto lo regge non può darsi senza conoscere e la conoscenza, a sua volta, non può darsi senza corrispondenze ed altresì senza contrapposizioni tra i conosciuti; ma l’Universo duale resta intrinsecamente Uno come la coscienza che lo regge: è questo il motivo per cui l’Essere stesso è analogico: uno per tutti ed insieme distinto per ciascuno degli enti che esistono.

La dualità del reale, oltre ad essere inevitabile data l’esistenza stessa delle cose, si pone anch’essa davanti alla coscienza con un duplice aspetto: quello di “occasione” di conoscenza (e quindi di funzione dell’Essere) e quello di “impedimento” alla conoscenza (e quindi di “prigione” per l’Essere). La dualità del reale è quindi, letteralmente, il ri-VELARSI  della realtà alla coscienza che la regge. La coscienza che regge il reale, davanti al rivelarsi di questo, da un lato “acquisisce” (NON in termini cronologici) conoscenza e la facoltà di reggere il reale; dall’altro, prende coscienza del reale in termini separativi e “dimentica”, per così dire, la propria autentica natura di “reggitrice” dei mondi.

Lo spirito libero è capace di distinguere tra il bene ed il male e di agire, però, aldilà del bene e del male. Ogni scelta, in quanto necessariamente legata al manifestarsi duale dell'Universo, implica un “parteggiare” nel vero senso della parola: è un atto necessa-riamente imperfetto, in quanto mutilatore dell’Essere ed autoreferenziale. Non esiste scelta senza autoreferenzialità e non esiste possibilità di non scegliere. Quello che è possibile fare, dato che la coscienza è allo stesso tempo l’origine (in senso ontologico e non cronologico) ed il prodotto del manifestarsi duale della realtà, pare proprio l’esercitarsi nell’orientare le scelte, costantemente, verso la “parte” apparentemente "più relazionale" delle circostanze: di modo che, una coscienza addestrata a concepirsi come distinta e insieme "unita" all'alterità, sappia di volta in volta e sempre meglio affrontare la realtà, da un lato riducendo progressivamente la porzione di mondo ad essa ignoto e dall’altro adeguando progressivamente le scelte alla realtà di cui avrà ricevuto la rivelazione. L’unica soluzione pare quella d’ “individuarsi reintegrandosi”, tendendo NON a risolvere i problemi, ma a manifestarsi sempre meglio al mondo come vera Coscienza.

domenica 14 febbraio 2016

Scienza Sacra e psicologia oggettiva (3)

Va da sé che ogni psicologia, in quanto sistemazione dell’esperienza dello psicologo, sia una psicologia personale: valida anzitutto, cioè, per descrivere proiettivamente i “moti interni” di chi la elabori. Sorgono a volte qua e là alcune emergenze e dinamiche archetipiche, ossia largamente documentate sia in ordine al tempo, che allo spazio, che al livello evolutivo dei popoli, le quali avvisano, all’interno di un'interpretazione psicologica, della presenza di un dato od una circostanza in qualche modo oggettivi.

Quella del “rispecchiamento” è una tipica dinamica collusiva di coppia (dove per coppia si intende qui una qualunque interazione fra due parti senzienti e propositive) che manifesta i dati dell’oggettività di specie (e non solo). Un rispecchiamento consiste in un moto proiettivo incrociato, fra due soggetti, nel quale sia ad un certo punto impossibile capire quale soggetto stia reagendo alla disposizione altrui nei suoi riguardi e non sia invece egli stesso la causa, della stessa: in genere, un rispecchiamento si produce tra due soggetti estremamente simili sul piano dell’egocentrismo cognitivo (identificazione col proprio punto di vista) e sostanzialmente distanti sul piano del tipo psicologico (pensiero vs emozione, intuizione vs sensorialità, ecc); in genere, in ordine al livello energetico (maturativo) dei due soggetti interessati, quanto più sia estesa la loro consapevolezza, tanto più il loro rispecchiamento reciproco produce una “dissociazione” fra il loro piano comportamentale (reattivo-emotivo-istintuale e “preda” appunto della collusione) ed il loro piano cognitivo (ponderato e capace di riconoscere la collusione), aggiungendo una frattura interna a ciascuno dei soggetti, a quella esterna di coppia già prodottasi nel contrasto fra loro.

Il rispecchiamento è una di quelle dinamiche che si manifesta non solo in ogni contesto storico e spaziale, ma anche energetico: la tradizione e l’iniziazione ne conservano conoscenza sia nell’ambito più scontato dei rapporti infra-umani, che circa i rapporti fra l’umano ed il divino, che circa quelli fra l’umano ed il piano del manifestarsi materiale delle cose. Il mito greco di Narciso pare una tipica informazione psicologica inerente il destino di chi si lasci “divorare” dall’inconscio (acqua) nell’abbandonarsi al tentativo costante di recuperare l’unità di sé (immagine) in termini autoreferenziali (riflesso), ossia egoici: nel contesto cristiano, tale mito trova riscontro nei “passi gemelli” di Mt X,39; Mt XVI,25; Mc VIII,35; Lc IX,24; Lc XVII,33. Circa i rapporti fra l’umano ed il divino, sia in ambito sufico islamico (Ibn Arabi) nel concetto di “immaginazione creatrice”, che in quello cristiano nelle espressioni (Padre Nostro) “come in cielo, così in terra” e “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, solo per fare due esempi, il rispecchiamento viene insegnato come l’attitudine di Dio a riconoscere unicità ai senzienti tramite un proporsi loro, da un lato, secondo la misura del loro cuore (retribuzione); collateralmente e contemporaneamente, dall’altro, offrendo di volta in volta ai senzienti l’occasione per allargare il loro cuore fuori dal “recinto autoreferenziale”, verso una nozione “più vera di verità”. Circa il rapporto fra l’umano e la materia, è invece la "mitologia degli artefatti", come ad esempio il golem ebraico e tutta la collaterale letteratura mitica-favolistica sugli automi, ad esprimere la questione del rispecchiamento nei termini di un’autoreferenzialità che da euforica si tramuta ben presto in minacciosa.

In tutti e tre i livelli che secondo la scienza sacra contraddistinguono la condizione umana in questo piano temporale, spaziale ed energetico del manifestarsi duale dell’Essere, il rispecchiamento viene presentato come un’arma a doppio taglio, per così dire: se fino a un certo punto, infatti, l’autoreferenzialità che vi soggiace permette all’uomo di individuarsi (far emergere il Sé) rispetto al parere ed al sentire indistinti delle “masse” (l’androgino), da un certo livello di coscienza in poi esso stesso si pone a freno di ulteriori evoluzioni, impedendo il perseguimento del piano comunionale (l’ermafrodito) od Unus Mundus che il paradigma di Calcedonia descrive nei termini cristologici di “unità nella distinzione nell’ordinamento”. La soluzione all’impedimento costituito dalla collusione del rispec-chiamento consiste, secondo la scienza sacra, nella Croce, ovvero nella sottrazione unilaterale dell’eletto (colui che sa contestualizzare la dinamica) alla collusione stessa, tramite l’assunzione (da parte sua) dell’atteggiamento che, in ambito cristiano, è definito “perdono”. Purtroppo la nozione exoterica del perdono individua in esso un atteggiamento di tipo emotivo ed unilaterale nel senso autoreferenziale del termine: io che voglio essere buono ti perdono. Nei termini esoterici, lo stesso perdono appare un approccio unilaterale soltanto nel senso che non aspetta un simmetrico cambio d’atteggiamento nell’altro, per attuarsi, essendo anzi esso stesso concepito come Lo strumento per promuovere appunto nell’altro tale riallineamento grazie al principio di simmetria che regola l’Universo materiale.

Iniziaticamente, la Croce-perdono “abbracciati” unilateralmente (ma non autoreferenzial-mente, in quanto tale "abbraccio" non trova in se stesso, ma nella verità riconosciuta, il suo motivo d'essere) consistono in una pratica adottata conseguentemente ad una presa di coscienza progressiva ed efficace: 1) c’è una collusione in atto; 2) la collusione in atto si auto-alimenta nel fatto stesso che i soggetti coinvolti ne cerchino le ragioni –“chi ha ragione?”-; 3) per interrompere il flusso prodotto dal presente modo di pensare, è necessario cambiare modo di pensare; 4) per interrompere il rispecchiamento reciproco fondato sul reciproco giudizio -non inteso come esercizio della comprensione, ma come trasformazione in colpa delle differenze a seguito di un’aspettativa, che a sua volta è una speranza degenerata in pretesa-, è necessario interrompere il giudizio; 5) interrompere il giudizio non significa ridurre la propria identità a quella altrui, ma ricordare che l’autenticità è più facilmente perseguibile uscendo dall’autoreferenzialità, piuttosto che tentando di capire (anche in buona fede) chi abbia colpa di cosa. Il perdono iniziatico si pone così come il cammino atto a: discernere, da un lato, l’analogia fra la condizione duale ed insieme comunionale di sé con l’altro; plasmare una realtà rinnovata, in seconda istanza, grazie al rinnovamento del proprio assetto percettivo; offrire all’altro un modello sano di relazione che offra solo il rifiuto egocentrico come alternativa a sé.

sabato 19 dicembre 2015

Verità, religiosità ed iniziazione

La condizione di chi ha fatto esperienza di qualcuno (o di qualcosa), per quanto parziale essa sia, è sostanzialmente diversa da quella di chi, circa questo qualcuno (o qualcosa), non abbia avuto alcun riscontro. Ragionando due persone su ciò che nessuna di loro abbia sperimentato, entrambe esporranno posizioni in egual misura legittime ed insieme discutibili; qualora una di loro parli invece secondo esperienza, dicendo: “io ho veduto”, la qualità dei rapporti cambia. Chi ha veduto, parlando resta fedele a se stesso; chi non ha veduto, contestando l’altro, si arrocca su di un preconcetto.
Parlando di confessionalità religiosa, chi ha fatto esperienza del sacro e ne parla si trova posto in tutt’altra prospettiva da chi voglia contestarlo. Nel caso si parli dell’esistenza di un dio, chi ne abbia fatta l’esperienza e dica “esiste” si trova posto in tutt’altra dignità, rispetto a colui che dica: “non ho visto quindi non esiste”. A rigor di logica, per un terzo che assista alla discussione senza nulla avere sperimentato in prima persona, entrambe le precedenti posizioni sono insieme legittime e discutibili.

E’ proprio per superare l’equidistanza della pura logica dagl’innumerevoli termini con cui è possibile discriminare la realtà, ch’esiste l’iniziazione: la quale consiste in un percorso guidato d’esperienze del sacro, tali da trasformare le credenze (circa quest’ultimo), in sapienze (più o meno parziali). E’ l’iniziazione, ossia l’esperienza (guidata) diretta del sacro, a costituire la differenza fondamentale tra la vita religiosa exoterica e quella esoterica. A livello exoterico si crede in qualcosa circa cui, sul piano logico-argomentativo, potrebb’essere vero anche il contrario. Il credente, dall'entità della cui credenza egli ritenga dipendere la sua salvazione/dannazione (come nel caso eclatante dei monoteismi abramitici), chiede con ansia che la sua persuasione (ch’egli allora chiama erroneamente “fede”) sia rafforzata (dal dio, dall’istituzione religiosa di riferimento, dall’autosuggestione indotta tramite azioni rituali e devozionali –ciò che in sociologia è detto “contesto di plausibilità”-) perché, in fondo al cuore, egli teme: il credente è un totalitarista perché teme e teme perché in fondo al cuore sa che, riguardo ciò in cui ripone le sue “disperate speranze”, potrebb’essere vero anche il contrario.

L’iniziazione, ossia l’esperienza (guidata) diretta del sacro, trasforma la credenza in fede, giacché la fede è propriamente un atto di fedeltà ad un’esperienza realmente fatta. La credenza può essere il “trampolino” iniziatico al piano esoterico ed anzi essa trova, precisamente in questa possibilità, la sola ragione ed il solo scopo del suo stesso esistere. Mentre le civiltà (le norme, le espressioni sociali e le istituzioni) sorte attorno alle credenze genuinamente tradizionali servono a dare sicurezza ai popoli quale che sia l'ordine di sviluppo personale di coloro che li compongano, i riti e le arti espressive di quelle stesse credenze sono precisamente dei percorsi guidati, di tipo exoterico, tramite i quali poter accedere al piano esoterico dell’esperienza diretta del sacro: c’è chi vi perviene e chi, per immaturità di spirito o pavidità di scelte (circostanze queste che, in realtà, costituiscono due aspetti della stessa fragilità psichica), vi permane. Gl’insensibili ai richiami del “senso della vita” furono chiamati, dagli gnostici, “ilici”; i credenti furono chiamati “psichici”; i fedeli costituiscono il popolo guida degli “pneumatici”.

giovedì 10 dicembre 2015

Ilici, psichici, pneumatici ed individuazione (2)

La coscienza, si è detto, è la funzione con cui il soggetto delinea il quadro ambientale in cui si viene a trovare: essa fornisce alle emozioni, vero “motore” dell’azione, il "panorama" a cui reagire. La coscienza che cresce in capacità di calcolo comincia ad includere se stessa e tutte le altre funzioni del soggetto, oltre che il soggetto stesso, nel panorama che va delineando. Le emozioni consistono nell’accumulo delle pregresse esperienze in cui gli istinti hanno reagito ai precedenti contesti colti di volta in volta dalla coscienza. Gli istinti, dal canto loro, sono sostanzialmente due: sopravvivenza e riproduzione: gli archetipi (maternità, paternità, sessualità, crescita, coscienza ecc.) non sono che codificazioni ereditarie, di carattere emozionale, dei diversi contesti in cui la specie, storicamente, ha esplicitato i due suddetti istinti. In questi termini, ogni apertura del soggetto al mondo sarebbe motivato dal bisogno di trovare fuori ciò che manca dentro di sé.

Assunto ciò, si potrebbe ipotizzare che la causa prima dell’agire umano sia l’istinto nei suoi due suddetti aspetti, che potrebbero essere genericamente riassunti come “voglia di vivere”. La voglia di vivere sarebbe il motivo fondamentale, la “causa prima”, di ogni agire umano: questa voglia poi, in esseri metacognitivi (coscienti di sé), si tradurrebbe in una causa seconda dell’agire, che potrebbe essere definita “ricerca di senso” e che consisterebbe nel bisogno di coerenza tipico della funzione della coscienza di produrre, come s’è visto, quadri (unitari) delle circostanze esterne/interne. La ricerca di senso sarebbe però condizionata inconsciamente dal retroterra emozionale costituito dalle risposte pregresse degli istinti (archetipi) ai precedenti contesti definiti dalla coscienza in via di sviluppo: in questo senso, la vera “causa seconda” dell’agire sarebbe in realtà il desiderio (voglia di vivere + esperienze positive pregresse), mentre la ricerca di senso, da esso pilotata, sarebbe in realtà, ad un secondo stadio evolutivo immediatamente successivo a quello dell’istinto puro, solo una “causa terza”. A questo livello, qualora l’azione dell’uomo, emergente dai processi descritti, diventasse controproducente sul piano della sua propria “voglia di vivere”, si dovrebbe parlare di patologia mentale.

L’individuazione junghiana consisterebbe, in questo discorso, precisamente nel prendere coscienza dei processi dell’avvertire, dello scegliere (ossia nell’espandere l’orizzonte della propria coscienza) e quindi nel “ribaltare” la gerarchia delle cause ponendo la ricerca di senso al primo posto, la quale dovrebbe trovare poi ‘l modo d’accogliere le resistenze emotive e gl’istinti senza rimuoverli, ma neppure assecondandoli pedissequamente. In termini strettamente identitari, l’uomo dovrebbe poter agire secondo la migliore pertinenza possibile, in una prospettiva vitale, al perfettibile “contesto mondo” che la sua coscienza sarebbe in grado di delineargli. In termini d’apertura al mondo, l’esigenza dettata dall’individuazione sarebbe allora quella di passare da una mera dinamica d’approv-vigionamento ad una prospettiva olistica, capace di tener insieme e l’esigenza d’appagare i bisogni vitali e quella d’includere tra quest’ il mantenimento d’una relazionalità no-profit, per il solo (ma determinante) fine di non ricadere nell’autoreferenzialità impulsiva, nella cecità animale ed in ultim’analisi, nell’indistinzione di specie. Si tratta di un’operazione intrinsecamente gnostica.

giovedì 26 novembre 2015

Retribuzione, Individuazione e Gnosi


Una volta preso atto del fatto che i “cattivi” non vengono fulminati dal Cielo, si è ritenuto che la retribuzione divina dovesse essere deferita all’oltremondano, al post-mortem. Del resto, Gesù stesso insegna che pioggia e sole cadono indistintamente sui giusti e sugl’iniqui. Così il passo iniziale del capitolo XIII di Luca resta oscuro: Lo stesso Poppi, rinomato studioso francescano ed autore della più diffusa sinossi evangelica commentata, non può far altro che riferire con vaghezza il monito del Cristo all’esigenza della conversione in vista del giudizio finale (Parusia), nonché ipotizzare un qualche “ammiccamento” dell’autore alla caduta del tempio.

Gesù era un maestro ebraico di formazione essena, un uomo avvezzo all’interpretazione esoterica delle Sacre Scritture: gli stessi autori canonici denunciano com’egli parlasse privatamente ai suoi discepoli (disciplina dell’arcano) in modo differente che davanti alle folle. Ora, nella spiritualità esoterica ebraica (kabala), il rigore di Dio nel giudicare è uno strumento utile non a vendicare le violazioni alla Legge, quanto piuttosto a salvare l’individualità di ogni uomo. Dio si manifesta all’uomo così come l’uomo lo cerca: questo è il suo modo di retribuire ciascuno perché questo è il modo con cui Dio, salvaguardando la libertà, può tutelare la diversità d’ogni ente da Lui.

Nel primo esempio, coloro che offrivano sacrifici sono persone che coltivavano un’idea del divino retributiva in senso legalista: il loro sangue, mischiato a quello delle offerte per mano d’un pagano, esprime l’idea d’un Dio che esige il sacrificio da chi crede che il sacrificio sia utile a quietarlo. Gesù avverte: se non cambierete mentalità perirete tutti allo stesso modo, richiamando su di voi una realtà che vi sarà ostile proporzionalmente alle vostre paure. E’ un invito alla conversione nel senso in cui altrove Cristo invita Pietro a camminare sulle acque e quest’ultimo affonda a causa della paura (Mt XIV, 29-31).

Le diciotto vittime sepolte dalla torre esprimono il medesimo concetto in un’accezione distinta. La diciottesima lettera dell’alfabeto ebraico è Nun, che sta per “trasformazione” (è interessante notare come la carta dei tarocchi riportanti la torre che frana, di valore XVI, si affianchi alla sedicesima lettera ch’è invece Ayn, “corrispondere”: la torre che frana sui diciotto, in termini cabalistici, indica una trasformazione imposta da un Cielo che corrisponde al porsi dell’uomo). Il diciotto è “due volte nove”, dove il due sta tradizionalmente ad indicare un discernimento (bene/male) ed il nove, come somma del 4 (numero pitagorico della Madre) e del cinque (il Figlio), è sia antico numero associato alla Grande Madre Natura, che, nuovamente, indizio d’una evoluzione da un principio materiale ad un altro di tipo spirituale (il Figlio sta tradizionalmente ad indicare il rinnovamento, il Bambino d’Oro, l’alba dell’Eroe Solare). Nell’albero sefirotico, la seconda sfera è Chokmah (Sapienza), mentre la nona è Yesod (Fondamento): i conti, come si vede, tornano sempre, nella Scienza Sacra.

Cosa sta aggiungendo allora, in questo caso, Gesù? Sta precisando gli effetti di quanto già esposto circa il caso dei galilei sacrificati: se prima ha posto l’attenzione dei discepoli sulla corrispondenza tra concezione religiosa e destino autoprodotto, ora sta sottolineando la modalità con cui nella pratica attuare la conversione da Lui proposta: spiritualizzare la concezione religiosa così da scindere il discrimine di giusto/ingiusto dalla legge, per riferirlo alla disposizione dello sguardo (Lc XI, 34 “La lampada del tuo corpo è l'occhio; se l'occhio tuo è sano, anche tutto il tuo corpo è illuminato; ma se è viziato, anche il tuo corpo è nelle tenebre"). E’ una lezione gnostica.

sabato 21 novembre 2015

La nascita dell'Io (1)

La coscienza non è un oggetto, ma una funzione: una funzione d’un sistema vivente che sussiste per aver ereditato caratteristiche utili a sussistere fino al proprio perpetuarsi. Dunque, se da un lato un sistema vivente ha la forma di tutto ciò che ha permesso, alla catena dei suoi antenati fino a lui, di sussistere fino a perpetuarsi e dall’altro lato questo sistema è dotato di coscienza, allora anche la coscienza è una funzione che si è dimostrata vantaggiosa al sussistere ed al perpetuarsi. In termini etologici, non è dunque la coscienza a stabilire quale debba essere lo stile di vita da adottare, bensì il contrario: è lo stile di vita più efficace a sussistere e a perpetuarsi, a mostrare quale sia l’uso della coscienza che ha permesso a quest’ultima di salvaguardarsi come funzione utile.

Così, il significato dell’esistere che la coscienza è chiamata a seguire è esclusivamente circoscritto alla parabola animale: la coscienza è una funzione previsionale avanzata che permette di avere un quadro efficace delle situazioni, al fine di farvi fronte con i migliori strumenti possibili. Una cosa simile può dirsi delle emozioni, il senso delle quali è altresì istruito dal fine di sussistere e di perpetuarsi: agitarsi, arrabbiarsi, gioire, annoiarsi non sono stati dell’essere, ma funzioni per la decodifica dell’ambiente utili nella misura in cui permettono una selezione efficace delle reazioni. Le emozioni sono il vero “motore” della sopravvivenza, dall’efficacia reattiva delle quali dipende la migliore disposizione del sistema vivente alle circostanze ambientali. La coscienza, come funzione di contestua-lizzazione, offre al sistema un “quadro” perfettibile delle circostanze, che permetta la maggior efficacia di risposta possibile alla situazione cui sta reagendo la funzione emotiva.

La funzione coscienza, analizzando l’ambiente in relazione al soggetto di cui essa è funzione, ottiene due risultati: la suddivisione del flusso del reale in enti e l’associazione dello statuto di ente, distinto dal resto, al sistema vivente di cui essa stessa è appunto una funzione. Accade che la funzione coscienza, crescendo in potenza di analisi, includa un giorno nel contesto osservato anche se stessa, riconoscendosi come un ente a se stante: dal riconoscersi come ente in relazione critica col contesto esterno, all’identificarsi con l’ente-soggetto che in realtà la possiede come funzione, il passo è breve. Si è detto che le emozioni operano come funzione reattiva automatica ai diversi contesti forniti loro dalla analisi circostanziale attuata dalla coscienza: che accadrà, ora che il “panorama” ambientale da affrontare comprende oggetti quali il soggetto e la coscienza, finalmente adesi in un soggetto senziente autoproclamatosi “Io”? Che accadrà alle emozioni, una volta che la coscienza le avrà individuate come oggetto a se stante procedente dal medesimo soggetto senziente con cui essa stessa già s’identifica? Accadrà che il soggetto si auto-comprenderà non solo come senziente, ma anche come sensibile: questo avverrà tanto più velocemente, quanto più il sistema vivente in questione sarà approcciato dagli “altri”, appunto, in termini di “Io” (senziente e sensibile), ovviamente.

lunedì 2 novembre 2015

Dall'Illuminato all'Uomo Nuovo

Quanti [avendo ancora una personalità infantile], affermando di amarci, pretendono da noi presenza, disponibilità, fedeltà, dedizione, sacrificio che in realtà sono sofferenza per noi e piacere per loro?

(G.C. GIACOBBE, Come diventare un Buddha in cinque settimane,
Ponte alle Grazie, Milano 2005, p. 108, nota 4)


Un’osservazione attenta della realtà, insegna Siddharta, rende immediatamente consapevoli di due cose: nulla resta uguale a se stesso e tutto è interdipendente da tutto il resto. I suoi proseliti dunque, approfondendo l’esperienza dell’impermanenza, svilupparono il principio del non attaccamento come strada maestra verso l’estinzione della sofferenza psichica. In questo, dimenticarono spesso due punti determinanti del discorso: dimenticando il principio d’interdipendenza delle cose, resero l’uomo eccessivamente responsabile del suo proprio soffrire; dimenticando d’aver assunto l’impermanenza e l’interdipendenza delle cose come verità assolute, non affrontarono il quesito circa ciò che oggettivamente resta uguale a se stesso. Dire che l’uomo è il solo responsabile della propria sofferenza psichica, infatti, significa dimenticare l’interdipendenza; dire che impermanenza ed interdipendeza sono “nobili verità”, si dimentica che qualcosa di permanente lo si riconosce. Il Buddha storico non fece lo stesso errore dei suoi discepoli circa l’interdipendenza, ma risolse nella compassione il bisogno umano di sostegno reciproco, dimenticando il problema di fondare la verità.

L’insegnamento del rabbino Jeshua Ben N’zareth, successivo a quello di Siddharta di ben 500 anni, appare a questo punto avere due radici: il culto legalistico (piano della verità) e sacrificale (piano dell’interdipendenza) dell’ebraismo e la consapevolezza esistenziale dell’insegnamento buddhista (e questo è un fatto che supera ogni dimostrabilità storica circa la possibilità o meno di influenze dirette del pensiero buddhista: se anche queste fossero incontestabilmente dimostrate come non avvenute, di fatto quel tipo di consapevolezza è riscontrabile nell’insegnamento evangelico).

Tutto l’insegnamento evangelico, dalla “charta magna” delle Beatitudini ai continui richiami al non attaccamento (“Il figlio dell’uomo non ha un sasso su cui posare il capo”), associa la proiezione dell’Io (il luogo in cui si ripone il proprio “tesoro”) sul moltiplicarsi di oggetti (beni) o preconcetti esterni (discriminazioni culturali), alla sofferenza psichica e alla nevrosi, ossia a quella “durezza del cuore” che è la “coazione a ripetere” tipica di chi si aggrappa a false certezze non riuscendo a cogliere la transitorietà delle cose: tipica, cioè, delle personalità impaurite (capricciose) infantili. La soluzione di Jeshua è precisamente la stessa proposta da Siddharta ed è pratica e non concettuale: praticare la carità è il modo in cui si allena lo spirito al non attaccamento ed il modo in cui si coopera all’appagamento reciproco dei bisogni reali di ciascuno. Praticare la carità pone progressivamente nella prospettiva di “conoscere la verità” ed “essere liberi” (Gv VIII, 31-32).

C’è dunque una verità, che questa volta nel Messhia, diversamente che nel Buddha, per quanto riguarda l’interdipendenza fra tutte le cose non si ferma al contesto umano (risolto con l’insegnare il sostenersi reciprocamente), poiché Jeshua è anche un ebreo e l’altra sua radice, il culto sacrificale a YHWH, gli fornisce nuove prospettive per risolvere i problemi lasciati in sospeso nel lontano Oriente. C’è un dio che interviene nella vita degli uomini e questo dio funziona così: il suo modo di rendere valore alle differenze non è quello di punire i cattivi e premiare i buoni (“Dio fa piovere e splendere il sole sia sui buoni che sui malvagi”), ma quello di essere per ciascun uomo esattamente ciò che quell’uomo si aspetta da Lui (Maestro, di chi è colpa se la torre di Siloe è franata in testa a quei tizi? Di nessuno, ma colgo l'occasione per farvi capire come funziona il Padre: se infatti non cambierete atteggiamento, morirete tutti allo stesso modo). Jeshua, insegnando a riconoscere in dio un Padre sollecito, pone gli uomini in una prospettiva nuova senza il bisogno che questi escano da loro stessi con grandi esercizi di meditazione e di respiro; fonda emotivamente la dottrina del non attaccamento (non m’attacco perché è un altro a sapere cosa sia il mio bene e a procurarmelo) e non intellettualmente (panta rei); risolve il problema dell’interdipendenza umana (all'epoca regolata dalla Legge) riconfigurandola fino a farla coincidere con l’interdipendenza cosmica dei fenomeni col Pensiero Intelligente che fonda la realtà con le Sue proprie leggi, che costituiscono anche la “verità vera” e permanente della vita. Il dio di Jeshua è fedele, ovvero: le leggi che regolano l’’impermanenza e l’interdipendenza sono affidabilmente eterne perché fondate su di un’Intelligenza non soggetta al tempo e che le regola. Il capolavoro di quest’uomo straordinario giunge con la sua scelta volontaria della Croce: quale modo migliore per “saldare” definitivamente la “via” sacrificale ebraica con quella buddhista del “non attaccamento”, per produrre ex novo, come tertium, la trasformazione della compassione orientale e della carità ebraica nella Comunione cristiana?